Dentro l’ovulo di Lenz

Natura Dèi teatri 2012

Pubblicato il 12/06/2012 / di / ateatro n. 142 / 0 commenti /
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“Ovulo”, il titolo scelto per la diciassettesima edizione del festival Natura Dèi teatri di Lenz Rifrazioni, suona come un omaggio alla femminilità. Il programma di quest’’anno, infatti, vede protagoniste solo artiste donne, provenienti da Europa e Stati Uniti; l’ovulo, inteso come identità macrocellulare, come ciclo riproduttivo e quindi rinascita e ri-generazione, è la suggestione che ha ispirato le loro creazioni.
A inaugurare il palcoscenico degli spazi post-industriali della compagnia parmense, al ritmo di musica electro-metal, l’artista islandese Erna Ómarsdóttir con LazyBlood, una performance a due voci e due corpi.

Accanto a lei, danzatrice storica di Jan Fabre e Alain Platel, e alle sue coreografie dentro e fuori dal palco, Valdimar Jóhannsson, un mefistofelico gigante vestito di nero. Un up and down sfrenato e suoni da oltretomba accolgono il pubblico in un luogo fuori dal tempo, dove, accanto alla musica, danzano i corpi. Erna striscia sul pavimento, si attorciglia nel suo abito rosso, si avvicina agli spettatori, li tocca, li guarda, quasi li spaventa. Poi il diavolo si veste d’angelo e, addobbato con enormi ali bianche, arranca e vacilla, ancora zoppica e alla fine cade. Le voci si disumanizzano, quasi a diventare animalesche. Accenni da cabaret, con strass e luccichii, falliscono a ogni sussulto, a ogni spasmo dei due performer, (anti)eroi di una favola gotica che non conosce redenzione.

La seconda giornata ospita la regista, coreografa e film-maker tedesca, Antonia Baehr, con My dog is my piano, un bizzarro assolo a tre voci: Antonia, da sola in scena, dà corpo ai due protagonisti di una storia senza inizio né fine, sua madre Bettina e Tocki, il cane.

L’artista crea un quadro acustico e visuale del rapporto empatico tra uomo e animale, raccontando senza troppe parole la possibilità di una comunicazione efficace, seppure in mancanza di un codice comune. Bettina e il cane non usano la stessa lingua, ma a dispetto dell’incomprensione di tante relazioni umane, si ascoltano e si capiscono, provando a farsi il verso: nell’incontro tra due mondi convivono sempre differenza e imitazione, lontananza e somiglianza.
Antonia lavora con pochi oggetti, molto semplici: due giradischi, un videoproiettore e un leggio, eppure lo spazio si riempie di presenze. Il concetto stesso di presenza si carica di segni e significati ulteriori: Bettina e Tocki si materializzano sulla scena attraverso i loro suoni registrati, qualche traccia visiva che solo alla fine, per un attimo, li ritrae e la voce della Baehr, che diventa le loro voci in un continuum linguistico che dal ‘bau’ arriva a ‘merci’. Seguendo una partitura di fonemi animali e umani, l’artista inventa un esperanto interspecie che incanta e diverte gli spettatori. Anche il video veicola presenze, raccogliendo le tracce lasciate dai due personaggi: quelle del cane sono sulla porta di casa, sugli alberi, in un pallone scoppiato, nei nidi degli uccelli; quelle della donna sono passi lenti sulle scale di casa. Nei panni di una deejay di hausmusik, una musica letteralmente fatta in casa, la performer mixa sbadigli, respiri, balbettii, abbai, sospiri e singhiozzi, rinominando ogni volta la sua stessa presenza sulla scena: si finge direttrice d’orchestra e a un tratto danza quella lingua ibrida, perversa, impura, bastarda.

Dalla piccola, intima, quotidiana storia di Bettina e del cane Tocki, gli spettatori sono travolti nel mare magnum della grande storia, quella con la S maiuscola, che ci vede tutti protagonisti, attraverso l’Aeneis di Lenz Rifrazioni, con la regia di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, in scena Valentina Barbarini, Roberto Riseri, Pierluigi Tedeschi, le musiche live di Andrea Azzali. Lo spettacolo porta avanti l’ambizioso progetto di Lenz, già intrapreso lo scorso anno, di misurarsi con l’opera virgiliana, simbolo indiscusso della latinità: dodici episodi per i dodici libri del poema.

I sei quadri performativi di quest’anno sono stati distribuiti nelle prime due serate del festival, con il rischio però di interrompere il flusso emotivo e visuale innescato nello spettatore. Non si tratta di una rivisitazione del poema epico, quanto di una reinvenzione e ridefinizione del materiale letterario di partenza attraverso fatti della storia contemporanea che ci toccano più da vicino. Il compenso/Grigio piombo/Nipoti introducono il tema che caratterizza tutta la seconda parte dell’opera, la guerra di Enea contro Turno, una lotta di potere che segnerà la storia dell’uomo lungo i secoli. I due registi hanno scelto un momento preciso della nostra memoria recente per riattualizzare l’Eneide, la strage degli anni Settanta, i luttuosi anni di piombo che hanno seminato morte e terrore. In gioco gli stessi ideali: restaurazione e rivoluzione, potere precostituito e potere sovversivo. Nel progetto ‘imagoturgico’ di Lenz, la parola viene tradotta in segni grafici che, parallelamente alla drammaturgia fisica e parlata degli attori in scena, costruiscono un percorso visivo travolgente.
Lo spazio è suddiviso in tre parti da due pannelli in cui vengono proiettate le immagini, uno in primo piano, l’altro sullo sfondo: al centro i corpi sfatti dei tre attori, due uomini e una donna. Nel corpo nudo di lei, smagrito e martoriato ci sono i segni della guerra, del conflitto, della distruzione. Le sue membra imbellettate con stemmi e vessilli scimmiottano un potere svuotato, un involucro senza carne.
La distruzione comincia proprio dal luogo: lo spazio ingabbiato tra i due schermi, all’inizio è l’interno di una casa borghese, con tavolo e sedie, una poltrona e un materasso; poi le sedie sono scaraventate a terra, il materasso viene riavvolto su se stesso in un gesto reiterato, segno di un tentativo di ricomposizione nel disordine, un accenno di ordine nel caos. Resta la poltrona a troneggiare sulla scena vuota, culla di un fantoccio destinato a morire. Le immagini degli attori proiettate moltiplicano lo sguardo dello spettatore e rivelano una nascosta identità, svelano un’azione non compiuta sulla scena, rappresentando contemporaneamente inconscio subconscio e alterego. Sono piani che si sovrappongono: la forza dell’immagine viene vivificata dalla potenza del corpo.
La simmetria tra la storia dell’Eneide e gli anni Settanta offre spigolosità interpretative, complicate da una messa in scena che, se da un lato colpisce per la sua straordinarietà ed efficacia, a tratti non risulta facilmente decifrabile. È un lavoro ardito, che stratifica lo spazio come stratifica i livelli di comprensione. Si può accedere allo spettacolo con un balzo veloce, immergendosi immediatamente nella trama, cogliendo sin dall’inizio riferimenti e citazioni, e interpretando senza remore il pensiero dell’artista. C’è poi un livello più superficiale, altrettanto forte, che risiede nell’impianto visuale e musicale tanto potente da inghiottire il pubblico in una specie di sogno, di incubo da cui si esce stanchi e storditi. Alcuni passaggi ripresi dal poema risultano chiari proprio grazie alle immagini, come ad esempio l’uccisione da parte di Ascanio della cerva di Almone, il pretesto che dà inizio alla guerra. Tutti i nuclei tematici virgiliani vengono trasposti nella prassi scenica in modo estremo e radicale: i Lenz rifuggono da ogni tipo di banalizzazione, a rischio a volte di un lavoro fin troppo concettuale.

Nell’immaginario della coppia registica Maestri-Pititto ci sono le parole e il corpo di Pasolini a impregnare di senso l’intera opera. In particolare nella seconda parte, con gli ultimi tre episodi attacchi/La Piccina/Spietato?, la sua critica alla civiltà borghese passa proprio attraverso i corpi snaturati degli attori, divenuti oggetti. Sulla scena irrompono busti di gesso mozzati, senza volto, cadaveri sul campo di battaglia che hanno perduto ogni identità. Insieme alle immagini, risuonano nello spazio voci registrate della destra e della sinistra italiane, cori da stadio dove senza censure si gridavano le proprie appartenenze: svastiche e croci celtiche fanno capolino nelle menti degli spettatori. Si parla della storia recente senza mai abbandonare una dimensione astratta, fuori dai tempi, in un nonluogo che tutti abbiamo abitato, chi con la memoria, chi con il racconto.
La fine della guerra, dopo l’occupazione e la remissione, è sancita dalla fondazione di Roma, con Romolo e Remo (i due attori nudi sul palco) intenti a succhiare i seni di una lupa antropomorfa. Il corpo di Valentina, depauperato dalle lotte, rinvigorisce per dare nutrimento ai suoi figli, per sfamare le generazioni che verranno. In una specie di orgia pasoliniana, gli uomini si fanno animali dalla fame incontenibile, e il video che sempre durante lo spettacolo distorce o ingrandisce la scena reale, qui dà una chiara connotazione sessuale alle azioni dei tre performer. Un ciclo è compiuto, e un altro, forse altrettanto nefasto è pronto a ricominciare.
L’immagine che fa da copertina all’opera, racchiudendo tutti i significati di cui essa diviene portatrice, è quella che ritrae i corpi nudi degli attori in una natura morta contemporanea: tre uomini spenti affogati nell’uva, intinti del rosso delle fragole, accarezzati da rami di rosmarino.

Giada_Russo

2012-06-12T00:00:00

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Tag: LenzRifrazioni (3)


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