“Siate cani affamati di gioco”: dentro la fucina di Claudio Tolcachir

Dal laboratorio della Biennale Teatro

Pubblicato il 09/08/2012 / di / ateatro n. 140 / 0 commenti /
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Vanità, competizione e scarpe restano fuori dalla porta.
Dentro la fucina di Claudio Tolcachir la parola d’ordine è gioco. La sala degli Arazzi della Fondazione Cini si trasforma in uno spazio di libertà, strappato a una calda e caotica Venezia. Ogni gioco, però, ha le sue regole: il regista pone come unica condizione imprescindibile quella di non giudicarsi e non giudicare, cosa che nella vita è già inveterata abitudine. Tempo e giudizio sono sospesi e questo vale anche per il maestro, che non esprime sentenze né dispensa ricette di teatro. Il gioco di Tolcachir non è mai regressione a uno stato di infanzia perduta, ma è scoperta delle infinite possibilità di ognuno.

Il laboratorio di Claudio Tolcachir alla Fondazione Cini (foto di Giada Russo).

Dentro la fucina del regista si impara a mettere e togliere maschere a comando e a fare persino la parodia di se stessi, prendendosi gioco di pregi e difetti. La prima fase di lavoro si concentra sull’ascolto del proprio corpo, che conserva tutte le necessità dell’azione. Ogni esercizio si sviluppa a partire dalle improvvisazioni degli attori che orientano il lavoro verso esiti quasi sempre inaspettati per fare dell’imprevisto una soluzione: non è forse questo il lavoro dell’artista?
Dalla mattina al pomeriggio si assiste a un cambiamento di rotta: il gioco puro lascia il passo all’esercizio del pensiero, che, stando alle parole del maestro, deve essere un «pensiero visibile». Esiste sempre un surplus dietro le parole e i silenzi e l’obiettivo dell’attore è quello di mostrarlo attraverso uno sguardo o un gesto. Negli spettacoli di Tolcachir ci sono cose che i personaggi vorrebbero dirsi e non si dicono, e il testo diventa una superficie da scalfire.

Il laboratorio di Claudio Tolcachir alla Fondazione Cini (foto di Giada Russo).

Oggi gli attori sono stati invitati a vestire i panni di una persona incontrata per caso tra le calli veneziane e domani ne daranno dimostrazione proprio durante la pausa pranzo, nel piccolo bar di San Giorgio. L’idea che viene fuori è quella di una sorta di teatro invisibile, che scardina il senso della rappresentazione per restringere sempre più i confini fra teatro e vita. Tolcachir educa i suoi allievi ad allenare lo sguardo, avendo cura del dettaglio e del particolare. La relazione è il nodo su cui si articola il laboratorio di questi giorni e non può esserci relazione senza sguardo. La maggior parte degli esercizi proposti ai giovani e grintosi allievi è fondata sul contatto, fisico e visivo. Gruppi di due, tre, quattro attori sono stati chiamati a entrare in relazione con gli altri, per scoprire differenze e somiglianze. La relazione con lo spazio diventa invece tutt’uno con il gioco dell’immaginazione: il vuoto della sala può diventare qualsiasi luogo. A partire dal lavoro sui personaggi sono nate delle vere e proprie microdrammaturgie da mettere in scena.

Il laboratorio di Claudio Tolcachir alla Fondazione Cini (foto di Giada Russo).

Nell’arco di appena tre giorni ci si sente già a casa. Quello di conoscersi e identificarsi come gruppo è stato il primo obiettivo raggiunto di questo laboratorio: dentro la fucina di Claudio Tolcachir come tra i banchi di scuola il gioco quotidiano comincia dall’appello collettivo, dove vince chi per primo riconosce l’altro.

Giada_Russo

2012-09-08T00:00:00

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