Laboratori, leoni, precarietà, incontri e lacrimucce

Dalle ultime pagine del diario della Biennale 2012: bilancio di un’esperienza.

Pubblicato il 24/08/2012 / di / ateatro n. 140 / 0 commenti /
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Quest’’anno c’è chi ha scelto di rinunciare a una settimana in spiaggia nel bel mezzo delle ferie di agosto per andare a Venezia a vedere, fare, parlare, scrivere di teatro. Attorno agli spazi della Biennale, dalle stanze del Ca’ Giustinian alle sale sparse per le calli lagunari, si è creata una vera e propria comunità teatrale, affollata di attori, registi, studiosi, organizzatori e appassionati provenienti da tutto il mondo.

Noi giovani critici, entrati a pieno titolo col nostro laboratorio all’interno di questo collettivo d’eccezione, ci siamo a lungo interrogati sul senso di un festival che ha voluto dedicare tempi e spazi a laboratori e residenze: se da un lato questa scelta ci ha permesso di entrare nel vivo del processo creativo, occasione del tutto privilegiata in una società abituata a godere del prodotto già confezionato, dall’altro ha rappresentato l’ennesima scommessa sulla formazione. Questione, insomma, che ci tocca tutti da vicino: teatranti e non.

La marxiana alienazione dell’individuo nel lavoro (inevitabile effetto per un lavoratore che produce beni senza che essi gli appartengano), oggi sembra riversarsi, paradossalmente, nella formazione: si producono e si moltiplicano soltanto aspettative, spesso disilluse. Laboratori, tirocini, stage non sono più ponti tra la teoria e la pratica, tra lo studio e il lavoro, ma momenti di ricerca permanente. E come può un giovane di oggi, impegnato nella sfrenata collezione di esperienze che possano arricchire il proprio cv, non sentirsi alienato, frustrato e insoddisfatto? Eppure ai più fortunati capita che il lavoro coincida con le proprie passioni. Lo stato di formazione permanente è forse un elemento imprescindibile in un mestiere, come quello del teatrante, in cui non si finisce mai di imparare: il laboratorio, quindi, come conditio sine qua non per diventare bravi artisti. Ma la forza di chi vive dei propri sogni può diventare alle volte un nervo scoperto: come si fa a vivere di teatro in tempi di crisi come quello attuale? Ecco che si profila la solitudine dell’artista, il folle incompreso della nostra società. Abbiamo posto questa domanda a molti giovani allievi dei laboratori e a guardar bene le risposte si assomigliano: la motivazione più forte risiede, un po’ per tutti, nella necessità di comunicare; si tratta di un bisogno che non risponde a esigenze soltanto personali, ma riguarda la società tutta (soprattutto se nel pieno di una crisi). Un teatro come forma di resistenza dunque, a più livelli, intimo e comunitario. La Biennale di Venezia si è rivelata una opportunità unica di confronto, dove tante solitudini si sono riscoperte parte di un tutto. La creazione di una comunità artistica che condivide pensieri, aspettative e bisogni rappresenta forse una esigenza profonda in un’epoca di contingenza e precarietà che, per dirla alla Bauman, è al tempo stesso «l’età della comunità, del desiderio smodato di comunità, della ricerca di comunità, dell’immaginazione di comunità». Allora, questa Biennale 2012 sembra essere in linea con i tempi: formazione e comunità le parole d’ordine. La città lagunare è pronta a diventare la “Cambridge dell’arte scenica”, almeno nei propositi del direttore Àlex Rigola, giunto al terzo anno del suo mandato.
Se la scorsa stagione ha avuto un taglio generazionale, con la partecipazione di alcuni tra i più celebri registi quarantenni del panorama artistico internazionale, come Castellucci, Garcìa, Ostermeier, Lauwers, quest’anno poco sembra accomunare il Leone d’oro Luca Ronconi con lo shakespeariano Donnellan e il drammaturgo americano Neil Labute, l’argentino Tolcachir con la connazionale, belga d’adozione, Gabriela Carrizo. Ma forse è proprio alla sperimentazione, alla diversità di linguaggi e poetiche che si voleva puntare. E con risultati imprevisti. Saltano infatti le etichette: tradizione e innovazione si mescolano al punto da impedire ogni tentativo di categorizzazione.

Gli open doors conclusivi hanno rappresentato uno straordinario banco di prova non solo per attori e registi, ma anche per gli spettatori, che hanno potuto accogliere in due soli giorni proposte artistiche tanto diverse: dalla iper-contemporaneità emersa nei lavori delle residenze a un teatro di testo come quello dei laboratori ronconiani a lezione col Pirandello di Questa sera si recita a soggetto, dalla danza onirica di Peeping Tom alla drammaturgia della realtà di Claudio Tolcachir.

Aprire le porte di un laboratorio è un po’ come entrare in casa di qualcuno per la prima volta: scoprire la realtà dietro la finzione (del teatro e della vita). A volte questa intrusione può essere negata, come nel caso di Declan Donnellan che non ha voluto uditori per il suo laboratorio, perché – ha affermato il regista – sarebbe come dire a qualcuno: “Ti dispiace se stasera mentre fai sesso, mi siedo in un angolo a osservare, prendo degli appunti e porto un paio di studenti?”. Chi può biasimarlo, anche a costo di lasciare la curiosità un po’ insoddisfatta. Quando però questo spazio di grande intimità che è la sala prove viene condiviso, allora può nascere la magia dell’incontro: sguardi e immagini si incrociano, mentre cominciano già a nascere idee nuove.

Come ogni ultimo giorno, anche il saluto finale della Biennale ha seminato in giro un po’ di amarezza, tra valigie preparate al volo, spritz di commiato e qualche lacrimuccia.

L’estate se ne va, gli incontri restano.

Giada_Russo

2012-08-24T00:00:00

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Tag: BiennaleTeatro (20), critica teatrale (66)


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