Una storia con troppe prigioni e troppi processi

In Pro patria Ascanio Celestini racconta i 150 anni dell'Italia Unita

Pubblicato il 04/09/2012 / di / ateatro n. 139 / 0 commenti /
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Ascanio Celestini torna sul palcoscenico a raccontare una pagina un po’ impolverata della storia d’Italia, il Risorgimento, mettendo in campo grandi e piccoli personaggi di ieri e di oggi. Primo fra tutti Mazzini, interlocutore prescelto del monologo di un carcerato alle prese con la stesura del suo discorso. La scenografia è essenziale: un piccolo palco costruito dentro il grande palcoscenico del teatro costituisce lo spazio dell’azione scenica, che è poi azione parlata. Per cento minuti un fiume di parole scorre a un ritmo incalzante, e le parole a volte diventano inafferrabili.
Celestini veste i panni di un detenuto qualunque, che prova a ripercorrere la storia del suo paese malandato attraverso i pochi libri che il carcere gli ha concesso. Accanto a lui prendono vita altri personaggi sulla scena: l’Intoccabile secondino e “il nero matto africano”, sfortunato immigrato che dorme solo cinque minuti ogni ora.
La poesia si intreccia sempre con la realtà negli spettacoli di un autore che è in grado ogni volta di fotografare il mondo che lo circonda e quello che è già andato, con lucidità e spirito critico, senza mai venir meno al suo diritto-dovere di artista di creare relazioni e mondi nuovi. Accanto alla storia vera, parallelamente, ecco animarsi una favolosa storia immaginaria, che trasforma il dibattito politico in racconto fantastico, il teatro delle idee in teatro di poesia. Quel surplus poetico che straripa dai suoi racconti si condensa nel linguaggio. Stavolta Ascanio ha inventato una nuova parola, la “controvertigine”, che è l’attrazione verso il vuoto, la sensazione d’infinito che si ha quando si sta affacciati alla finestra. Può essere la morte, l’istinto disumano (o forse umano) al suicidio o l’estremo atto rivoluzionario.
Da sempre interessato al grande, popolato e inestinguibile universo dell’emarginazione, il poliedrico narratore attore autore, reduce da spettacoli e progetti sui manicomi, sui call center, sulle fabbriche, rivolge adesso la sua lente d’ingrandimento al mondo carcerario, che in qualche modo, tristemente, può rappresentare il filo rosso che ha tessuto la storia d’Italia: la prigione è il simbolo di intere generazioni che hanno attraversato le vicende storiche del nostro paese.
In un periodo in cui si celebrano i 150 anni d’Italia unita, questo spettacolo vuole e riesce ad andare in profondità. La storia ufficiale, quella “di lunga durata”, peraltro ai più sconosciuta, viene messa in bocca a uno dei protagonisti della cosiddetta “storia materiale”, quella delle persone comuni. Lo spettacolo riesce a far convivere, attraverso un racconto intenso e denso di immagini, uomini e paesaggi, due storie. Quella dei Risorgimenti e quella di un uomo comune, anzi di un detenuto, meno comune in verità dell’uomo comune.
Celestini ci racconta che, a ben vedere, sono esistiti ben tre Risorgimenti. Il primo è il Risorgimento dei libri di scuola, l’Unità d’Italia; il secondo è quello della resistenza partigiana del dopoguerra e il terzo è quello del terrorismo degli anni Settanta. Una storia di prigioni e di processi. Ma lui, il narratore-prigioniero prodigo di parole, vuole una patria senza prigioni e senza processi. Queste carceri abbandonate e sovraffollate di ladri di mele moriranno mai? Quando rubare una mela è un reato? Non è forse lo Stato complice del furto?
Ci vorrebbe una rivoluzione, ma quando anche le rivoluzioni finiscono e non ci sono più risorgimenti, non resta che abbandonarsi alla controvertigine, come estremo unico finale atto di libertà.

Pro Patria. Senza prigioni, senza processi
Uno spettacolo di e con Ascanio Celestini.
Suono: Andrea Pesce.
Una produzione FABBRICA – in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria.

Giada_Russo

2012-09-04T00:00:00

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