Trasgredire la trasgressione

"Panta 40", l'almanacco Bompiani dedicato a Carmelo Bene a dieci anni dalla scomparsa

Pubblicato il 08/09/2012 / di / ateatro n. 140 / 0 commenti /
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“Panta 30”, l’almanacco edito da Bompiani, è dedicato a Carmelo Bene. Il curatore Luca Buoncristiano ha selezionato un’ampia raccolta di interviste (il criterio è “una intervista per ciascuno”, eliminando ovviamente quelle troppo lunghe o pubblicate in volume; le ha poi raccolte in tre sezioni (Apparizioni sul teatro, Sottrazioni sul cinema, Distrazioni sulla quotidianità. Sempre tenendo presente che bene tendeva in ogni caso a “smontare”, con provocazione sempre radicale.
Il percorso inizia con la metà degli anni Settanta (quando i media ampliano lo spazio per le interviste, e quando Bene diventa sufficientemente famoso per diventare oggetto di attenzione mediatica), e arriva fino al 2000. Resta impressionante, a una visione d’insieme, la coerenza della visione artistica di Bene, il rigore quasi ossessivo del suo pensiero, anche attraverso le varie fasi del suo lavoro, e in occasioni molto diverse. Quella qui raccolta è solo una selezione di alcuni dei punti fermi del “pensiero che si depensa” di Bene, in una lezione sempre aperta.

p. 25; 1974; “Io so che il teatro non è rappresentabile, è impossibile dargli un senso. Gli altri, che dicono e praticano il contrario, truffano, ammiccano, usano il teatro come se fosse un hobby.”

p. 43; 1975; “Masochismo in scena come il più alto fenomeno teatrale e viene fuori questa enorme disperazione, la voglia di liberarsi del proprio pensiero, del cervello.”

p. 46; 1975; “No, non sono un personaggio. Ne sarei felice o infelice, non so, io sono un autore, un ingranaggio, una macina che macina niente, come la fine del pensiero, come la fine della schiavitù.”

p. 53; 1976; Perché fa del teatro? “Per rovinarmi. E basta. (…) Adesso devo trasgredire a me stesso. Devo trasgredire alla trasgressione.”

p. 57; 1976; “Io non credo nel teatro! Io metto in discussione il modo stesso di fare teatro. Faccio del teatro per autolesionismo.”

p. 77; 1978; “Vivere fuori dai tempi o contro i tempi non significa non prendere atto di quanto ti accada intorno; ecco perché insisto su un teatro altamente politico, che dequalifichi l’uomo, e non un teatro umanistico, che è cretino e basta. Si può parlare nel mio caso, se vuoi, di un antiumanesimo… ma si è sempre nella storia.”

p. 85; 1979; “Finalmente un teatro cantato e decantato, dove la parola diventa linguaggio cessando di essere lingua.”

p. 87; 1979; “E per dirla con i versi dell’Edipo di Sofocle, tradotti da Pier Paolo Pasolini, quando parla Tiresia dice: ‘Parlare non può più, ma può cantare parole incomprensibili!'”

p. 97; 1980; “L’artista è fondamentalmente antidemocratico, è l’unico e costante antiegalitario. Quindi non può assolutamente rientrare nei ranghi, non gli è concesso. Direi che questa è la sua condizione sociale… e artistica; in qualsiasi opera d’arte, in letteratura, in musica, dappertutto.”

p. 113; 1983; “A me non interessa ‘rappresentare’ una tragedia. Questo è un compito da necrofori, che lascio volentieri e chi ancora ci si diverte. (…) Il mio spettacolo è una corsa verso l’annientamento, verso il traguardo della morte.”

p. 115; 1983; “Pensa alla mia persona come a una maschera del Nulla.” (…) “La comprensione è da cretini. La poesia bisogna intenderla con l’intelletto, non capirla con la grammatica. La grammatica recepisce solo il cadavere della poesia.”

p. 126; 1983; “E’ proprio l’attore che ho inseguito, perseguito, studiando, lavorando, lavorando, lavorando. Ho giocato tutta la vita a questo per giocare col nulla; contro l’identità, per castigare il teatrino dell’Io, cosa che von Sacher-Masoch aveva fatto benissimo; perché Masoch è stato il più grande uomo di teatro.”

p. 131; 1984; “Non s’accorgono di un fatto fondamentale: che mentre di solito la poesia si è sempre riferita, sciaguratamente, come la prosa, si trovano davanti a un fenomeno che non si riferisce più. Dal momento che non riferisci, che cosa fai? Ti fai male, ti ferisci. C’è dell’abbandono, e l’abbandono ti sgretola tutto. Non riescono a vedere una poesia del disagio, non vedono nemmeno la malattia, l’ammalarsi di questa presenza della voce. (…) I loro apprezzamenti vanno al virtuosismo, alla commozione, più che altro al modo di trattare il verso. Ma lo fanno da sgherri. Per loro è un fatto poliziesco andare a vedere se il dire corrisponde al detto. Hanno giurato guerra all’orale e quindi anche alle persone, alla persona in generale.”

p. 139; 1984; “Siamo quello che ci manca, la mancanza di Dio. Nella volontà di liquidare il teatrino dell’io conflittuale, io mi vado perdendo, o felicemente rovinando di momento in momento. Non è una filosofia del negativo, tutt’altro.”

p. 148; 1987; “Far teatro oggi vuol dire riferire sull’attimo, irripetibile. E’ l’arte di escludere ogni senso logico. Affermare che l’arte è profondamente inutile: lasciamo allora che questa sua inutilità, questo suo lusso, questa sua aristocrazia siano vissute attraverso la cultura dei singoli.”

p. 151; 1989; “La Cena del 1974 era uno ‘spettacolo’, rientrava nel momento della ‘rappresentazione’. L’attuale versione, invece, è rigorosamente teatrica ed esprime il senso della mia ricerca attuale: un’operazione volta a eccedere il linguaggio tramite un impietoso reticolo di negazioni. (…) Qui arrivo a negare il soggetto. Se si riesce a smarginare il soggetto, cade anche l’oggetto, il mondo, la rappresentazione: il teatro com’è abitualmente inteso e che coincide con lo spettacolo. Tra teatro e spettacolo, esiste un’idiosincrasia fondamentale.”

p. 177; 1996; “Io mi inchino ad Artaud, genio nello smarginare la pagina, eversore della coscienza teatrale. Trovo vere certe sue immagini: la peste, il terrore. Il teatro dev’essere questo. (…) Artaud fallì su questo piano (teatrale, n.d.r.) (…) era soprattutto uno scrittore mirava a distruggere la scrittura, e ci è riuscito benissimo. (Nell’Artaud narratore) si legge la felicità dello smembramento, la vertigine della dissoluzione.”

p. 178; 1996; “Il teatro dev’essere incomprensibile. Se si capisce, non è teatro. Non perché bisogna metterci degli enigmi, ma perché bisogna uscire dalla rappresentazione, dall’azione teatrale. Attore viene da agere, non da agire. (…) Io vado ripetendomi da molti anni che bisogna togliere di scena l’attore, che solo il negativo deve restare. Sulla scena ha spazio solo la macchina attoriale, intesa come assenza. La lettura, come oblio e dimenticanza del testo, non come verifica o presenza. Un non-fare, un abbandono… (Macbeth) è un corpo che si disintegra fino all’estremo, fino all’assenza. Non un corpo che usurpa dei ruoli, ma che li attraversa umoralmente.”

p. 184; 1998; “Siamo fantasmi. La sola cosa che esiste è l’atto o ciò che Hegel chiamava l’immediato svanire.”

p. 198; 1999; “Del linguaggio dei media non ne parliamo nemmeno, ma anche la cultura non scherza. E’ sempre un fatto padronale, ogni rappresentazione è sempre una rappresentazione di Stato. Per questo io non metto mai in scena, io tolgo di scena. Tutto ciò che è istituzionalizzato mi ripugna.”

p. 204; 1999; “Fino ad arrivare alla Pentesilea in cui non saltava più, come scrisse Maurizio Grande, l’identità, l’Io, il soggetto, la Storia: lì saltava addirittura per aria il linguaggio. (…) Il teatro è un non-luogo, è il buio, deve essere al buio. Un teatro dev’essere intestimoniabile, non può essere testimoniabile, non è storicizzabile, come non-luogo non è nella Storia. Quello che non è teatro è teatro, mi si passi il calembour.”

p. 206; 1999; “Io guardo sempre cosa c’è fuori, accanto, guardo tutte le occasioni mancate che l’autore si è inibito, di cui si è privato. Ma non per comprendere meglio il centro del testo. (…) Finisce la psicologia, finisce l’identità, finisce il doppio artaudiano soprattutto.”

p. 207; 1999; “Tutto quello che parla di trascendente, tutto ciò che è metafisico mi repelle, quello che mi sa di Dio, di altrove, il volto dell’altro, mi fa schifo, tanto è vero che sono isolato, vivo da monaco, non cerco il teatro e anche quando sono in scena non so se io sia lì.”

p. 231; 1970; “scegliendo testi più disparati per sfregiarli con la più clamorosa, irriverente e fervida crudeltà.”

p. 258; 1978; “Io cerco l’autodistruzione e il dinamismo.”

p. 286; 1995; “L’immagine è volgare comunque. Non sopporto la rappresentazione e ogni rappresentazione è rappresentazione di Stato.”

p. 301; 1998; “Io dico sempre ‘togliere di scena’, che si può tradurre con oter de scène, che è tutto il contrario di mettere in scena (…) Perché odio il teatro. Odio anche il cinema, la letteratura, l’arte, insomma. Quel che faccio io è ‘teatro senza spettacolo’, o se volete ‘uno spettacolo senza teatro’, che è una ricerca impossibile. Ma la ricerca impossibile non è l’impossibilità della ricerca. Perché quando si cerca, non si deve mai trovare, altrimenti quel che si trova non è altro che una trovata. E’ per questo che la ricerca è impossibile.”

p. 302; 1998; “L’attore non esiste più, il sé manca, siamo nell’abbandono, nella morte della significazione. L’interiorità ha eliminato la comunicazione. Tra l’attore e lo spettatore non si comunica più. L’interiorità dell’attore si precipita nell’interiorità dello spettatore. E’ un transfert. A questo stadio, la rappresentazione, le parole come volontà, non esistono più. Il logos non esiste più. Le emozioni, i sentimenti, la patria, Dio, la grammatica, l’anima, lo spirito non esistono più. Sono il mai-detto, il non-detto che parlano all’interiorità. Siamo nella sensazione. E infine è il corpo che scompare.”

p. 304; 1998; “I pittori che hanno saputo eccedere l’arte si contano sulle dita di una mano.”

p. 307; 1998; “Non bisogna fare capolavori, ma essere capolavori, perché se ci si priva del discorso, della comunicazione, del soggetto, l’autore non esiste più.”

p. 308; 1998; “Quando prendo un testo, leggo tutto quello che non viene detto. Dimentico, prendo quello che manca, non serve leggere Lacan o Saussure per saperlo. Si deve mancare qualcosa, è questa la possibilità della ricerca, e il motivo per il quale è impossibile. Appena ho trovato qualcosa la butto via, e non mi accontento dei residui, li dimentico. La forma mi disgusta, lo spirito mi disgusta, il bello mi disgusta, l’abitudine e la stupidità del teatro moderno mi disgustano. (…) Il linguaggio, per dire dell’Io, è un campo minato. Si deve dunque creare un cortocircuito del linguaggio e dei suoi buchi neri, depsicologizzare il tutto. Il tutto è il niente che non siamo. La voce non è il dire, noi siamo detti.”

p. 359; 1998; “Da un lato c’è lavoro, occupazione, posto. Da un altro lavorio, che è l’autodistruzione e cioè il contrario del narcisismo. Io levo dalla scena, non metto in scena. Una volta detestavo il prossimo quanto me stesso, adesso lo detesto più di me stesso.”

p. 366; 2000; “Mi ripeto. Mi condanno a ripetermi. E peggio per chi si condanna ad ascoltarmi. Ho distrutto qualunque teatro di rappresentazione, ho minato qualunque forma di teatro possibili, fine delle identità e dei ruoli, della drammaturgia a monte, del cattivo gusto tolemaico.”

p. 374; 2000; “Vittorio (Gassman, n. d. r.) è sempre stato un dicitore. Io un esser detti. Tutta qui la differenza. Due mondi senza confronto possibile. Vittorio scolpiva il verso, io lo destabilizzo al suo interno.”

Redazione_ateatro

2012-09-08T00:00:00

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