Dossier. L’arte dello spettatore. Points of Interest: il teatro al tempo di TripAdvisor

La relazione al convegno Prospero (29 settembre 2012)

Pubblicato il 25/10/2012 / di / ateatro n. 141 / 0 commenti /
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Prenotare un posto a teatro è come prenotare una camera d’albergo?

A metà degli anni Novanta dello scorso secolo, gli italiani cominciarono ad acquistare in massa i telefoni mobili. In Italia, prima ancora di diventare uno strumento di comunicazione, i telefonini erano infatti uno status symbol, un oggetto di ostentazione.
Per prendere in giro coloro che, in pubblico, ostentavano il loro nuovo telefonino multifunzione appena acquistato, magari lasciandolo sul tavolo al ristorante, accanto al cibo, si usava spesso una battuta di spirito, molto italiana: “Prepara anche l’espresso, questo telefonino?”.
No, non facevano l’espresso. E a vent’anni di distanza tutti sappiamo che i telefoni mobili non sanno ancora farlo. Però hanno fatto molto, molto di più. Hanno cambiato in maniera radicale la nostra vita, perché hanno cambiato le nostre abitudini di comunicazione.
In un numero di agosto 2012 (27/8/2012), il settimanale statunitense “Time” ha dedicato la copertina e il dossier centrale a questa “rivoluzione” delle nostre abitudini comunicative. E quindi della nostra vita sociale.“10 ways your phone is changing the world”. E non solo nelle nazioni occidentali, economicamente e tecnologicamente avanzate, ma anche in quelle che definiamo in crescita: Cina, India, Brasile, Corea del Sud.

A sentire i giornalisti di “Time”, gli smartphone hanno cambiato il modo in cui noi acquistiamo oggetti, beni e servizi. Il modo in cui, in pubblico e in privato, esprimiamo i nostri pensieri e i nostri sentimenti. Il modo in cui fissiamo un appuntamento erotico o il modo in cui eleggiamo il nostro presidente. Il modo con cui acquistiamo e leggiamo i libri, e acquistiamo e sentiamo la musica.

Perché non dovrebbero cambiare anche il teatro? O perlomeno, il nostro punto di vista sul teatro?

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Sarebbe opportuno estendere le riflessioni dei giornalisti di “Time” anche al nostro settore: il teatro, lo spettacolo dal vivo, le forme in cui la creazione teatrale viene condivisa, la posizione e la funzione della critica. Ma ci colpisce subito un paradosso.

Siamo nel decennio in cui trionfa la comunicazione collettiva delocalizzata di Facebook e di Twitter. Abitiamo territori in cui la mobilità è affidata a strumenti avanzati come i navigatori, le mappe on line in tempo reale, la rete satellitare GPS. Scambiamo informazioni rapide, sintetiche, saluti, appunti e appuntamenti, attraverso forme di texting (via SMS, nelle chat, su app dedicate). Infine, una formula che ci sembrava nuova e lungimirante,Web 2.0, rischia di essere sorpassata da un’altra, altrettanto nuova e misteriosa sigla: AR (Augmented Reality).

Eppure, se parliamo di teatro, il teatro maggioritario, il teatro che viene solitamente prodotto e ospitato nelle sale delle nostre città, esso ha ancora un impianto concettuale e caratteristiche di fondo identiche a quelle che aveva il teatro realizzato alla corte di Luigi XIV. Quel teatro doveva essere cancellato già dalla Rivoluzione Francese. Ma invece esiste e resiste ancora.

E sul fronte della valutazione, del giudizio, della critica teatrale, lo strumento principale resta ancora la recensione (review, critique): un formato di scrittura nato alla fine del XVII secolo, nel momento dell’affermarsi delle gazzette (in Francia, segnatamente, “Le Mercure Galant”). Per imitare i comportamenti dell’aristocrazia, la nuova classe borghese aveva bisogno di guide, maestri “giornalisti” che li indirizzasse nelle loro scelte di scalata sociale e culturale.

Una spia linguistica ci segnala ancora adesso questo paradosso. Le notizie, noi oggi le leggiamo prevalentemente su computer, spesso su tablet o smartphone, ma chiamiamo ancora Ufficio Stampa (bureau de presse, press office: come dire: inchiostro, carta stampata, rotative), il servizio e i professionisti (addetti stampa) che si occupano di mediare i rapporti tra la produzione teatrale, l’informazione al pubblico e la critica. Il termine Ufficio Media / Media Office non sembra entrato in maniera sufficientemente solida nel lessico comune e in quello professionale.

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Propongo di osservare più da vicino il passaggio tra Ufficio Stampa (a) (media tradizionali) e Ufficio Media (b) (media tradizionali + nuovi media).

(a) le redazioni giornalistiche cartacee erano, e sono ancora, organismi verticalizzati, con una forte struttura gerarchica e un numero molto alto di funzioni di controllo e di filtro. Direttori, caporedattori, capiservizio, hanno sempre mediato la scrittura critica (forse non il giudizio, ma certamente gli spazi e la stessa esistenza di un ambito critico). Ci sono parecchi passaggi professionali prima di arrivare alla pubblicazione.

(b) Internet e le forme del Web come le conosciamo adesso, nelle piattaforme del Web 2.0, hanno invece una struttura orizzontale. Non c’è gerarchia, non ci sono quasi mai funzioni di filtro, non ci sono figure di mediazione. Io posso scrivere e pubblicare senza che nessuno mi dica se faccio degli errori (di forma o di contenuto), se sto dicendo bugie o se mi comporto correttamente. Con un colpo di mouse, o un click sul display, il mio contenuto diventa immediatamente pubblico.

Il passo successivo di questa trasformazione è la convergenza – oramai già consolidata, ma generosa di ulteriori sviluppi – tra telefonia mobile e Internet. Questo passo – la sovrapposizione tra mobilità e banda larga – mi sembra decisivo. Un salto in avanti non solo di strumenti tecnologici, ma delle forme della conoscenza umana. Qualcosa di molto simile a quello che avvenne alla metà del XV secolo con l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Con occhi da sociologo, in ciò che poteva apparire come un semplice avanzamento tecnologico, Marshall McLuhan ha visto invece l’aprirsi di una nuova galassia. La Galassia Gutenberg. Con tutte le conseguenze dell’apparire, in un mondo di valori e pratiche ancora medioevali, di un nuovo modello di uomo: l’uomo tipografico.

Forse è il caso di tornare a leggere, a cinquant’anni esatti di distanza La Galassia Gutenberg (il volume venne pubblicato nel 1962). Ci troveremmo sicuramente chiavi utili a interpretare il presente.
Il progetto di alfabetizzazione dei bambini del subcontinente indiano sostenuto dal progetto OLPC (One Laptop Per Child) di Nicholas Negroponte; le nuove forme di aggregazione politica nate dalla comunicazione su Twitter e il loro ruolo nelle “rivoluzioni” recenti nel Mediterraneo; le frontiere odierne di intelligenza artificiale e lo studio di ciò che si chiama affecting computing (lettura e produzione di emozioni nelle macchine), sono tutti segnali di una potente e irrevocabile trasformazione nelle forme della conoscenza umana.
Più del ruolo avuto dalla scoperta scientifica di Guglielmo Marconi, più del progetto economico-tecnologico portato avanti in concorrenza da Bill Gates e Steve Jobs, la convergenza della telefonia mobile (onde radio) e Internet (digitalizzazione, smaterializzazione, delocalizzazione dei contenuti) sembrano rappresentare l’apertura di una Nuova Galassia di cui è molto difficile disegnare i paesaggi futuri.

L’invenzione di Gutenberg e la sua Bibbia stampata avevano propiziato la nascita della modernità. Allo stesso modo lo smartphone sempre in tasca, il navigatore sul cruscotto dell’automobile, il tablet sulla nostra scrivania o nella nostra borsa a tracolla, delocalizzano e demoliscono il potere delle gerarchie che – allora come ora – limitavano la conoscenza, l’informazione e l’accesso ai loro depositi.

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Torniamo all’argomento di cui si occupa questa terza giornata del Colloque di Liegi. Le forme di mediazione del teatro e dello spettacolo dal vivo. I modi in cui essi vengono comunicati agli spettatori. Le forme in cui vengono valutati e giudicati. La crisi della critica.

Mi domando: quali sono le conseguenze di questa convergenza – telefonia mobile e Internet – sul teatro? Soprattutto sullo sviluppo di nuovi modelli di valutazione e giudizio. Che cosa succede ora che tutti, facilmente, possono esprimere giudizi e renderli pubblici, mentre fino a ieri esisteva solo un limitato gruppo di critici autorevoli, in quanto legittimati dalla gerarchia dell’informazione?
E’ difficile dirlo. Oggi utilizziamo strumenti e pratiche che scompariranno nel giro di pochi anni, forse di pochi mesi.

Proviamo però a osservare quelle che sono le pratiche odierne. Proviamo a fare delle previsioni. Propongo due scenari.

Primo Scenario. Il Giudizio Diffuso, o il modello TripAdvisor

In quanto spettatori, noi scegliamo un spettacolo a cui assistere in base a certi gusti, a una competenza culturale e a una capacità di prevedere l’esperienza che ci aspetta. Facciamo lo stesso anche quando si tratta di scegliere un ristorante dove mangiare, o un albergo nel quale soggiornare.
Qualche decennio fa ci affidavamo a guide e a riviste specializzate. I volumi di Lonely Planet e le Guides du Routard, per esempio, erano le mie bussole.
Chi ha dimestichezza con la Rete spesso oggi si affida a TripAdvisor, un servizio mondiale che raccoglie le recensioni (le critiche) che i precedenti clienti di quel ristorante o di quell’albergo hanno voluto lasciare a beneficio dei futuri clienti.

TripAdvisor è un esempio di come il Web 2.0. può demolire le gerarchie del gusto e del turismo. In quanto clienti, non siamo più i destinatari di scelte effettuate da un esperto di cucina o di viaggi, ma valutiamo personalmente il giudizio di una serie di precedenti clienti e – una volta fatta l’esperienza gastronomica o alberghiera – creiamo contenuti che saranno utili ad altri futuri clienti. Si crea così un giudizio diffuso, che in senso figurato ha la forma di una nuvola (cloud).
Questo tipo di valutazione si sta diffondendo anche nella scelta e nell’acquisto di libri. Sempre meno influenza hanno le recensioni librarie pubblicate su giornali e riviste specializzate. E sempre più, in quanto lettori, tendiamo a essere guidati da altri lettori, che lasciano i loro commenti (le critiche) sulle schede dei libri acquistabili, ad esempio, su Amazon.com.
Il modello TripAdvisor si potrebbe eventualmente trasformare in uno StageAdvisor, che può essere una delle ipotesi Web 2.0 applicate alla trasmissione di informazioni e valutazioni sullo spettacolo.
La capacità che ha avuto Facebook di convogliare opinioni (comment) e preferenze (I Like) e quindi pubblico, è una dimostrazione di quanto le piattaforme digitali sociali siano efficaci nella creazione di spettatori e nella promozione di eventi.

La mia domanda a questo punto è: l’eccellenza critica è solo un fatto di competenza, autorità e legittimità individuale? E’ possibile pensare a una critica collettiva?

Secondo scenario. Tablet e occhiali per la scena

Ma uno spettacolo dal vivo non è esattamente una cena al ristorante, o la scelta di una stanza d’albergo. Scegliere l’albergo per le nostre vacanze può anche essere un affare molto complicato. Ma la nostra competenza alberghiera è difficilmente paragonabile, per complessità, alla enciclopedia cognitiva che mettiamo in atto quando scegliamo e assistiamo a uno spettacolo teatrale, o di danza.
La specializzazione dei questi linguaggi, le competenze necessarie per decodificare i diversi livelli di senso, l’allenamento e la concentrazione richieste da questo tipo di esperienza, sono molto più articolate. A teatro, un giudizio epidermico, palatale, può essere sufficiente per un grado molto primitivo di degustazione (I Like / I do not Like). Ma il piacere dello spettacolo (ciò che Roland Barthes chiamava in letteratura il piacere del testo) ha bisogno di strumenti più numerosi e raffinati.
Il modello, in questo caso, non è StageAdvisor e la sua nuvola (cloud) di valutazioni diffuse. Ma piuttosto lo sviluppo di ciò che oggi è il navigatore veicolare.

La complessità di una metropoli – la sua mappa e le sue vie, la diversità dei suoi servizi (distributori di benzina, bancomat, farmacie, biblioteche…), la ricchezza delle sue offerte (monumenti, luoghi di spettacolo, risorse naturali…), in definitiva i cosiddetti Points of Interest, POI, oltre al racconto della sua storia – possono apparire oggi sullo schermo di un navigatore veicolare, e ancor meglio sul display di un tablet, collegati alla rete satellitare GPS e dotati di un sistema di geolocalizzazione.
Con i nostri occhi possiamo vedere le vie e gli edifici reali, ma con questi strumenti siamo anche in grado di aumentare la loro realtà, grazie alla percezione di informazioni, indicazioni, suggerimenti, riposti in archivi a cui gli strumenti hanno accesso attraverso la rete Internet.

Questa condizione di Realtà Aumentata (Augmented Reality) potrà ancor meglio venir apprezzata grazie agli occhiali che, a Mountain View in California, uno dei team di Google sta in questi mesi realizzando. Il progetto Google Glass Explorer Edition prevede un paio di occhiali che, indossati, permetteranno con facilità di sovrapporre la visione della realtà e quella di numerose altre informazioni, relative all’ambiente in cui ci troveremo (guarda il video su youtube.

La complessità di una metropoli è abbastanza simile alla complessità dello spettacolo dal vivo. La sua base testuale (se lo spettacolo ha un testo), l’enciclopedia dei suoi riferimenti storici e artistici, la sua fortuna nel tempo, il ventaglio delle sue citazioni pittoriche o musicali, l’identità dei suoi creatori e realizzatori sono elementi attraverso i quali lo spettatore – di solito prima, oppure dopo – accede a un più alto grado di conoscenza dello spettacolo. E probabilmente a un maggior grado di piacere.

E’ una funzione che è stata finora svolta, a teatro, dal programma di sala: uno strumento cartaceo, scritto, elementare, gutenberghiano. Ma comunque una primitiva forma di aumento della realtà dello spettacolo dal vivo.
Può la contemporanea tecnologia aiutarci a migliorare questo viaggio nei diversi livelli di uno spettacolo? Può aumentarli?
Può farlo sicuramente. Oggi sappiamo che un tablet (che ha le dimensioni e la maneggevolezza di un libro) può amplificare e aumentare le possibilità del programma di sala e permetterci di navigare, prima e dopo, ma anche durante, uno spettacolo dal vivo.
Ma immaginiamo pure un futuro, molto prossimo, quando grazie agli occhiali AR potremo sovrapporre a ciò che vediamo realizzato concretamente nello spazio teatrale (il più delle volte su un palcoscenico) anche informazioni, contenuti, visioni, suggestioni di un’altra realtà: aumentata e tratta da un repertorio digitale remoto e de-localizzato.

La potenza informatica, la sintesi concettuale (grafica e di contenuti) di cui è capace oggi un tablet (e domani, gli occhiali AR) sono strumenti e percorsi da approfondire nella creazione dell’impianto iper-testuale che può accompagnare e mediare uno spettacolo, e renderlo condiviso.
Per creare questo impianto c’è bisogno di nuovi professionisti capaci di coniugare capacità e inventiva tecnologica (architetti della comunicazione) e conoscenze di settore (esperti di spettacolo). I nuovi quadri dello spettacolo nell’epoca del Web 2.00 e della AR.

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Penso – in chiusura – all’effetto congiunto di questi due scenari. Da una parte, l’affievolirsi del ruolo della Critica (così come si è collocata nel sistema teatrale e culturale del Novecento) e l’emergenza di forme di valutazione diffusa. Dall’altra, l’affermarsi di una nuova generazione di professionisti della comunicazione e della mediazione teatrale, che rinunciando al protocollo selettivo della Critica (κρίνω = io seleziono, io scelgo, io giudico), portino le loro competenze sul piano della condivisione pubblica, resa efficiente grazie all’uso dei nuovi media: smartphone, tablet, occhiali AR, dei social network, e di chissà quali altri strumenti il futuro ci riserva.

La domanda finale è: gli sviluppi della tecnologia comunicativa e i nuovi modelli di comunicazione, influiscono e ridefiniscono il campo e le finalità tradizionali della Critica?

Penso di sì. Penso sia inevitabile. Non so il mio smartphone o il mio tablet potranno, in futuro, prepararmi un espresso. Ma so bene che stanno trasformando, hanno anzi già trasformato, il modo in cui io scelgo, assisto e do senso a una performance teatrale.
Per l’espresso, eventualmente, in ogni teatro c’è il bar.

(settembre 2012)

Roberto_Canziani

2012-10-25T00:00:00

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Tag: audience development (29), critica teatrale (66), spettatore (20)


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