Un po’’ di zapping teatrale tra le aule dello Iuav

I laboratori di Luca Ronconi con Licia Lanera e Rocco Schira alla Biennale veneziana

Pubblicato il 08/11/2012 / di / ateatro n. 140 / 0 commenti /
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Le aule dell’’ex cotonificio di Santa Marta ormai da giorni vibrano di idee e immagini da fotografare al volo. I quattro giovani registi, coordinati da Luca Ronconi, sono quasi agli sgoccioli del loro percorso: tutti impegnati in una fase di pulizia e revisione finale in vista della messa in scena di sabato sera.

Per fare incursione al laboratorio, dunque, bisognava entrare in punta di piedi per non disturbare. Ma Licia Lanera, regista e attrice della compagnia Fibre Parallele, accoglie entusiasta l’’intrusione. Tenace, coraggiosa e con grinta da vendere, la giovane barese non ha paura di perdere la concentrazione, sembra esserle cucita addosso: subito colpiscono il suo carisma e la sua schiettezza. Alle prese con Questa sera si recita a soggetto, di Pirandello, il testo scelto da Luca Ronconi in questo laboratorio per registi, Licia esige verità e quando i suoi cinque attori accennano toni da accademia, salta sulla sedia
Quasi tutte le scene sono già pronte, il gruppo è giunto alla fase della cura del dettaglio, dell’’attenzione al particolare. Lanera veste i panni del direttore d’orchestra, guida con maestria le battute e batte le mani per dare il ritmo: «è tutto una musica, dovete infettarvi sonoricamente», dice ai suoi allievi. Viene fuori un teatro materiale, autentico, che non si nasconde dietro falsi intellettualismi ma non rinuncia a momenti di sacralità e di lirismo. Sulle note di S.s. dei naufragati di Vinicio Capossela, la regista costruisce una scena fatta di carne e poesia. Non c’’è nulla fuori posto: il ritmo è perfetto, i gesti non affogano nei versi della canzone, ma sono sapientemente calibrati sul testo, a tratti ricalcati, ma senza essere didascalici. L’’atto amoroso tra marito e moglie diventa delicato ed essenziale, ma con una forza dirompente: Mommina si trasforma in pietra arrotolandosi dentro la sua gonna nera e dolcemente risucchia l’uomo dentro di sé. Alla fine, viene fuori un’’immagine quasi beckettiana: due teste appiccicate guancia a guancia, ritagliate appena dall’’involucro scuro, dove lei indossa gli occhiali di lui, come segno dell’’avvenuta unione.
Approfittando della pausa pranzo, mi catapulto nell’’aula B, sempre di soppiatto. Qui non c’’è il regista, Rocco Schira, ad accogliermi, ma i quattro attori in quella che sembra autogestione.

Marcella Favilla veste dunque i panni della regista e Laura Garofoli è diventata sua assistente, animatrice dell’affiatato gruppetto. Provano la scena in cui Verri rincasa e trova Mommina alla finestra, il momento successivo a quello appena visto nella stanza accanto. È un po’’ come fare zapping davanti alla tv, ma qui c’’è tutta la fragilità e l’’imprevedibilità dello spettacolo dal vivo. L’’atmosfera dei due laboratori è profondamente diversa. Prima di tutto per le relazioni nate all’’interno dei due gruppi: Licia Lanera è una regista molto presente, con le idee sempre ben chiare; Rocco Schira, invece, si tiene in disparte e lascia molta libertà ai suoi allievi. Al di là del metodo e delle dinamiche di gruppo, c’’è la resa scenica del testo che è praticamente opposta. Dai colori vivaci e dalle trovate da cabaret grottesco del laboratorio della Lanera si entra nella dimensione gotica del lavoro di Schira: qui gli attori vestiti di nero si muovono in uno spazio spettrale, praticamente vuoto. Non ci sono oggetti, a parte una sedia al centro e quattro neon che incorniciano la scena. La recitazione ha toni più cupi e i personaggi cambiano completamente. Nella messinscena di Licia Lanera, la signora Ignazia è una borgatara di Roma, che si esprime solo in dialetto. Marcella Favilla, invece, sceglie per sé i panni della strega, in pendant con lo spazio in bianco e nero costruito dal regista-scenografo Rocco Schira. È interessante confrontare le due diverse soluzioni adottate per la costruzione del teatro da parte dei personaggi, in un uno dei momenti iniziale della pièce. Se Lanera sceglie il rumore, con gli attori che sbattono contro un armadio d’’acciaio il tavolo con le rotelle, che sarà poi il fulcro della scena successiva in un vero e proprio pezzo di teatro anatomico; Rocco Schira si sofferma invece maggiormente sull’’aspetto visivo. In questo caso gli attori agiscono in silenzio e al buio, srotolando il tappeto nero e accendendo i neon uno a uno.
Due stanze di uno stesso edificio, due approcci al lavoro, un unico testo: esiti diversi, lontani, quasi agli antipodi.

Giada_Russo

2012-11-08T00:00:00

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