Le sorprese del metodo call & response

Dal diario di un laboratorio musicale con Amref in Kenya

Pubblicato il 11/11/2012 / di / ateatro n. 141 / 0 commenti /
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1.
Arrivata!
Ma dove?
In cielo volano uccelloni col gozzo, i marabù. Per strada polvere e gente variamente sdraiata nella polvere. Il cielo è immenso e pieno di nuvole, l’aria di smog. I cartelli pubblicitari mostrano merce globalizzata, tutti sono di un bel marrone intenso. Io preparo una mail nella linda e sorvegliatissima sede di Amref Kenia, ufficio di Amref Italia.
Sono arrivata.
Ma dove?

Seconda tappa. Attraversata parte della città con il driver, caos, file, verde, baraccopoli, settori a cottage. È come una campagna caotica e casuale dove ogni gruppo organizza lo spazio come meglio crede e può.
Ora sono nel distretto di Dagoretti, nel centro dove lavorerò.

Dagoretti: il centro Amref Mutuini dove si svolgono le attività.

Sono arrivata.
Ma dove?

2.
Fantastico. Straniero assai. Un po’ oriente un po’ Lucania anni Cinquanta un po’ everywhere globalizzato.

Dagoretti: il bar-macelleria.

Il gruppo è molto vivo. Orari palermitani, grande disponibilità, gran divertimento.
Lavoro impegnativo perché mi richiede un grande ascolto delle differenze. Non sono per niente palesi. Ma non sarò più africana di quello che credevo?
Comunque sono tutti molto contenti.
La villa dove ci ospitano la prima settimana è di un bello!!!
Il distretto di Dagoretti (45 km quadrati) è un mix di case contadine, piccolissimi appezzamenti di banane, piccole case di mattoni, grandi bidonville, case di pezzetti di pezzi di lamiera, improbabili parrucchieri, mini mercati lungo la strada e bambini, tanti, in tutte le condizioni.

Il cinema dello slum.

Lavoro con la voce, il canto e l’improvvisazione .
Alcuni dei ragazzi, ora ventenni, che lavorano con me, vengono dall’inferno.
Hanno fatto un lunghissimo percorso, Pinocchio nero, altri spettacoli, social work, e ora me li trovo davanti.
Che responsabilità.

3.
E’ fatta.
Il gruppo è guadagnato.
Dopo una notte insonne e tanto domande sulla strada da prendere, ho trovato la via giusta per superare le differenze di codici, i volti sorridenti e impenetrabili e gli sguardi seri e sfuggenti, il senso della gerarchia, e la ritenutezza nel prendere la parola.
E’ un gruppo che, tra social worker ed ex ragazze e ragazzi di strada, ne ha viste di cotte e di crude. Ha fatto tante e lunghe esperienze di teatro, percussioni e arte varie, per lo più con gli italiani: Marco Baliani, Letizia Quintavalla, Giovanni Lo Cascio…

Dagoretti: Jua Kali Drummers, percussioni costruite negli anni precedenti durante i laboratori di Giovanni Lo Cascio.

Ho messo sul tavolo l’’interesse che nutrivo nel comprendere i loro codici di comunicazione, e la difficoltà che incontravo nel leggere il feedback che mi arrivava dai loro corpi/gesti/espressioni.
Ho condiviso la difficoltà di comunicare in una lingua che non è né la mia né la loro.
Capite o non capite?
Ci siete o non ci siete?
Parlo della luna o siamo sulla terra?
Spiegazioni, esempi, sorrisi meno timidi, maggiori richieste di ripetizioni, si è sciolta la riserva.
Mi hanno accettato dal primo giorno. Ma ora cominciamo davvero a lavorare insieme. Si avanza: si canta, si improvvisa, ci si muove insieme. Si cominciano a fidare. Cominciano a sentire che quando parlo di osservazione, e non di giudizio, non parlo con lingua biforcuta. Vengono individualmente a chiedere, gli si cominciano a illuminare gli occhi quando sorridono.
E’ fatta. Ora posso lavorare tranquilla. Forse stanotte dormo…
Belle le persone che si occupano di questo progetto. Ho davanti agli occhi il viso luminoso e l’eleganza da regina della project manager, keniota e in parte Masai.
Qui tutti sono “in parte” qualcosa. Luo, Kikuyo, Luha, Kibamba, e chi più ne ha più ne metta.
Hanno una ricchezza linguistica impressionante.
Ma non sono ancora arrivata a lavorare con il parlato. Devo fare il giro largo.
Nota a margine: what a sbobbon do we eat at lunch!!! It changes every day, but always di sbobbon si tratta.
Gli uccelli cantano in modo assai curioso.
Non canteranno mica in Kikuyo o in Luo?

4.
Voce, improvvisazione, come passare da una linea melodica a costruire un brano, elementi di autonomia musicale di varia natura ed entità.
Questo era il progetto nella prima settimana.
Cioè adesso.
Sta andando bene.
Io non dormo la notte, ma sta andando bene.
Da uno sbobbone di verza lenticchie e riso, il tutto rigorosamente privo di sapore, a uno di verza mais e fagioli crudi.
Slow food.
Nella seconda settimana farò un lavoro sull’osservazione con i formatori, mentre lavorano con bambini e ragazzi. Quindi un’esperienza sul fare e sulla riflessione sul fare. Un gruppo di bambini mi fa paura, perché con i bambini non ho ancora lavorato.

Dagoretti: i trainer lavorano con i bambini.

In uno spazio triangolare, separato con una tendona nera da un grande spazio rimbombante in cui passano e spassano bambini di varie origini, adulti misteriosi, donatori bianchi di Amref, ragazze dai colori fantasiosi e capigliature ancora più fantasiose, persino una mucca (ma quella è rimasta fuori dal nostro triangol), un cane (quello invece è entrato proprio dentro lo spazio di lavoro, gli piaceva il canto, non si potrà dire “manco a li cani..”), gente che fa riprese, social worker di altre strutture, la bella antropologa dello staff, e chiunque ritenga interessante e opportuno passare per di lì.

Dagoretti: metà gruppo che compone la propria struttura di improvvisazione.

Dopo aver chiesto per alcuni giorni al gruppo di portare i propri materiali sonori, di tradizione e non, ieri a fine corso ho incastrato Nick (social worker) e Peter (giovane percussionista) e ho chiesto loro, registratore alla mano e faccia che non ammette ulteriori rinvii, di cantarmi qualche filastrocca.
E ho finito per registrare dei bellissimi canti Luhja e Kikuyo. Canti dei bambini, canti da matrimonio, da funerale, canti per il primo nato…
Ma belli belli belli.

Dagoretti: l’altra metà gruppo che compone la propria struttura di improvvisazione.

Gli avocado sono buonissimi, i manghi pure…

5.
In quali modi un altro mondo è “altro”?
Nella corrente che decide di andare via quando devo fare le fotocopie del diario del lavoro per tutto il gruppo, per il bilancio finale della settimana.
Nelle fotocopie che vengono nere nere e non si vede un accidenti.
Nella risposta degli allievi che, serafici davanti al disastro tecnico, sorridono e dicono “It’s ok, I can read”. Eh già, qui di ciambelle con il buco in genere ne escono poche.
Nel modo di (non) condividere lo spuntino portato da Roma a base di salame marchigiano e parmigiano: ognuno prende e mangia per conto suo.
Perché forse la condivisione dello spazio è concepita in un altro modo…
Nel salutare alzando le sopracciglia (questo l’ho imparato pure io).
Nell’evitare accuratamente di indirizzare lo sguardo dritto per dritto quando faccio una domanda, perché l’addressing troppo personalizzato viene ritenuto aggressivo e maleducato. Così io percepisco come assoluta mancanza di interesse quella che per loro è (anche) una elementare forma di cortesia . Dico “anche” perché un po’ ci marciano…
Nel restituire feedback sempre smaglianti, perché esporre punti di vista critici in una situazione collettiva “non si fa”. I problemi si tirano fuori solo a tu per tu.
Meno male che ci sono i risultati musicali a dimostrare se il lavoro funziona o no! Altrimenti starei fresca a capirci qualcosa. I miei amati allievi piemontesi del Faber si faranno grasse risate…
I colleghi registi, drammaturghi e musicisti che mi hanno preceduto mi avevano avvisato: guarda che tendono a dire quelli che pensano tu voglia sentirti dire. Oggi penso che non sia esattamente così: è che in una situazione collettiva le critiche non si fanno, non si espongono punti deboli, non si umilia l’altro con il proprio dissenso.
A volte, con tutta l’attenzione e l’accortezza che cerco di metterci, mi sento come un elefante in un negozio di cristalleria…

6.
Bello.
Bella la differenza.
Bello il risultato musicale, anche con i bambini e i ragazzi.
Bello il modo in cui le informazioni e le esperienze vengono integrate e riutilizzate.
Ci ho azzeccato.
Ho preparato un CD di canti tradizionali dei vari gruppi linguistici, raccogliendo i vari canti che ognuno conosceva e li stiamo riutilizzando con i bambini, come pnto di partenza per le strutture di improvvisazione. Funziona. I bambini sono contenti di trovare le proprie lingue. La musica call and response è duttile da utilizzare e molto suggestiva. È roba che gli appartiene, il corpo si mette immediatamente in movimento e assume un’altra vita. Solo che, come ci è molte volte capitato di verificare nei viaggi di ricerca, non la riconoscono come materiale di valore….
Tutto procede verso un bel risultato finale.
: )))
Lo sbobbone, sbobbone è e sbobbone rimane.

7.
Tutto qui è diverso.
E mi ci sono abituata.
Non è che mi sembri meno diverso.
E’ che mi sono abituata al fatto che tutto sia diverso.

Dagoretti: Geoffrey, driver di Amref.

Alla terra rossa, alla polvere, alle capanne senza acqua né servizi, alle strade senza fogne organizzate, al tragitto in mezzo alla città-campagna, al casino di traffico, al driver che ogni tanto cambia e ogni tanto si perde, al mezzo con cui si presenta il driver, che va dalla supercar alla jeep, dal pulmino al bus scolastico. Mancano solo l’asino e la bicicletta (manca anche l’Harley Davidson, per dirla tutta…).

Dagoretti: al lavoro con il bus di Amref.

E così sono quasi arrivata alla fine di questa avventura.
E non mi sento pronta a partire.
Oggi ho scoperto all’improvviso che venerdi è domani, che ho solo un altro giorno a disposizione per lavorare con il gruppo.
E avevo previsto un programma di due giorni per finire.
Invece domani è già venerdi.
Abbiamo lavorato tanto.
Tutti sono stupiti dei risultati.
Anche io che li vedo crescere giorno per giorno ed integrare momento per momento esperienze ed informazioni che sembravano rimaste in superfice.
Abbiamo lavorato tanto.
Li lascio pieni di materiali: diario del lavoro, schede, cd con le loro strutture di improvvisazione e i loro canti. Li lascio con ogni ben di dio. Sono intelligenti, pieni di musica, capaci, coraggiosi, tenaci. Molti di loro ne hanno viste di cotte e di crude ma hanno ancora un sorriso pieno di luce. Qualcuno la tristezza ce l’ha impressa nell’animo.
Abbiamo cantato, pensato, inventato, lavorato tanto.

8. (e ultima)
E così sono alla fine.
Nella zona wi-fi dell’areoporto di Addis Abeba.
Ho ancora quasi due ore di attesa prima dell’imbarco.
Questo non è un non luogo. Questo è un vero crocevia.
Crocevia tra l’Africa nera, il Maghreb, i paesi arabi e l’Europa dei turisti e dei cooperanti.
E’ in corso la grande sfilata di moda “donne del mondo oggi”.
Con il velo, con il chador vezzoso con i ricami d’oro, con la tela bianca, con trecce, treccine e treccitielle, con le extensions trattate nei più improbabili modi, con i capelli bianchi-tanto-sono-strafica-e-me-li-posso-permettere, con fazzolettini e fazzolettelli, con i pantaloni, i sinaloni, le gonne corte, cortissime e lunghe, con gli outdooring da che-bel-safari-che-ho-fatto-quanti-animali-che-ho-visto. Di tutto e di più.
Sono alla fine?
Ending is a new starting point.
Ci potrebbero essere tanti futuri possibili per questa avventura.
Adesso sono piena piena di gente, impressioni, parole e suoni, discussioni e idee.
Le idee, riportate nel contesto di tutti i giorni, quanto sopravvivono?
Quanto sopravvive questa sensazione di apertura e di possibilità, questo rinnovamento che dà lo spaesamento, questo esercizio di adattabilità al non familiare, questa ginnastica dell’alterità vissuta per un periodo breve e tanto intenso.
Dove vanno a finire questi altri mondi?
Dove vanno a finire questi altri modi?
: )

Antonella_Talamonti

2012-11-11T00:00:00

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Tag: AMREF (6), teatro sociale e di comunità (74)


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