La molteplicità dei rapporti, la complessità del sistema

L'intervento al convegno Intellettuale e teatrante: Giorgio Guazzotti 10 anni dopo

Pubblicato il 06/12/2012 / di / ateatro n. 139 / 0 commenti /
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L’intervento al convegno Intellettuale e teatrante: Giorgio Guazzotti 10 anni dopo a cura di Franco Ferrari e Mimma Gallina, Milano, Scuola Teatro Paolo Grassi di Milano, 7 giugno 2012.

Vorrei provare a sviluppare gli argomenti che riguardano la figura e l’opera di Giorgio Guazzotti partendo da alcuni ricordi personali, quei lampi di memoria che ti rimangono impressi apparentemente senza motivo, ma che in realtà hanno un forte contenuto simbolico ed evocativo.
Non posso non partire dal nostro primo incontro, anche perché ad esso devo tutto il seguito della mia vita professionale. Ero un provinciale di Cremona, timido ma aggressivo nello stesso tempo, diviso tra due – tre ipotesi di vita che avevo coltivato nei primi anni di università : la politica, scoperta caoticamente nel movimento studentesco, la letteratura, che professori come Salinari e Antonielli mi insegnavano ad amare alla Statale, un mestiere “pratico” come il teatro, che mi allontanasse dalle fumisterie del mio carattere e della mia adolescenza. Mestiere che avevo scoperto seguendo la ” Nuova Scena” di Dario Fo e di Franceschi da Cremona a Milano. Mi ero iscritto, come auditore, per il mio stato di irresolutezza di quel periodo, alla Civica Scuola d’arte Drammatica, corso per Animatori. Lì ho incontrato Guazzotti per la prima volta, lì ho annusato l’aria della professione per un brevissimo periodo. Poi è successo che il gioco mi ha coinvolto, che l’atmosfera è diventata per me e per gli altri elettrizzante, che i gruppi di studio son diventati gruppi di giovani agitatori; fatto sta che, senza che io mi rendessi conto di aver troppo spinto sul pedale della partecipazione, un bel giorno il famigerato Don Aceti mi fa chiamare e mi comunica la mia espulsione dal corso a far data dal giorno stesso. È stata la prima vera crisi di quello che sarebbe diventato il mio nuovo mestiere. Disperato, chiedo aiuto a Guazzotti, che invece di intercedere per me presso il cerbero in tonaca da prete mi consiglia di andare, presentato da lui, da Franco Parenti che stava aprendo un nuovo teatro a Milano, il futuro Salone Piero Lombardo. Prudenza di uomo navigato che voleva evitare uno scontro col suo direttore, consapevolezza che l’attività pratica è la migliore scuola per un apprendista teatrante, simpatia dell’uomo adulto per un ragazzino ancora un po’ sventato ma generoso, fatto sta che mi trovai proiettato, dopo un incontro con Mario Bussolino, nella baraonda del nascituro teatro di Via Pier Lombardo. A quel consiglio di Guazzotti devo tutta la mia vita a seguire e il fatto di essere entrato nel mestiere per la porta principale. Ma quello che è importante segnalare qui non è l’esito, per me fortunato, di una sconfitta, quanto l’attenzione e il rispetto, non disgiunti da severità, con cui Giorgio sapeva trattare i più giovani di lui. Attenzione e rispetto che ha conservato per tutta la vita, malgrado che in anni più recenti il capitolo giovani abbia spesso significato nella nostra società sfruttamento e manipolazione. A lui devo il fatto che ancora oggi, se qualcuno mi chiama per chiedere lavoro o semplicemente per essere rassicurato su quanto succede intorno a noi, trovo che il tempo speso per fare due chiacchiere davanti a un caffè sia sempre ottimamente speso. Certo, Guazzotti ha sviluppato questa sua qualità con l’attività spesa nella scuola, con gli incarichi di responsabilità offerti ai tanti giovani che ha incrociato nella sua vita professionale, con le lunghe estenuanti sedute associative a Roma. È stato esemplare, nel senso che è stato un esempio che ognuno di noi ha cercato di imitare.

L’altro lampo di memoria riguarda il periodo in cui giá lavoravo con Franco Parenti, che aveva chiesto a Guazzotti di sovrintendere alle poche trasferte che la compagnia faceva in Italia e mi aveva assegnato a lui come segretario interno alla nostra piccola struttura. Io ero naturalmente imbevuto di letture “guazzottiane”, ero di recenti frequentazioni studentesche, ero anche pungolato da quelli poco più avanti di me nel mestiere, come Mimma Gallina, che appartenevano all’area più “rivoluzionaria” del teatro. Per cui vivevo nella beata convinzione che le strutture “borghesi” del teatro italiano erano destinate a scomparire. Solo che una delle prime e pochissime uscite in comune con Guazzotti la facemmo a Roma, presso l’ufficio di Benvenuti, che era allora l’agenzia più importante delle tre esistenti in Italia. Ancora ricordo la meraviglia con cui osservavo Giorgio parlare e manifestamente fraternizzare con l’ormai anziano Benvenuti. Ma come, non ci aveva insegnato a scuola che la distribuzione teatrale andava rivoluzionata, che le agenzie erano un residuo del passato, che tutto doveva passare attraverso l ‘organizzazione dei territori? Ero ingenuo, ma non stupido del tutto, per cui presi rapidamente atto che tra teoria e realtà c’è sempre uno iato di cui bisogna tener conto e che il mio uomo, il mio maestro, il famoso organizzatore e teorico dell’organizzazione navigava tranquillamente in quella felice ambiguità che gli permetteva di scrivere libri scintillanti e di manovrare nello stesso tempo con grande perizia nella bassa cucina del teatro. Dietro questa apparente contraddizione si celavano però delle contraddizioni più importanti e più inerenti alla personalità di Guazzotti, contraddizioni che lo hanno segnato per tutta la vita, prima fra tutte quella di essere un uomo di scienza, un intellettuale, che si era voluto consegnare legato mani e piedi a un lavoro pratico, in cui la scienza aiutava ma non troppo; in cui bisognava legarsi a un’azienda per essere forti sul mercato dei talenti e delle piazze, ma in cui lui preferiva la molteplicitá dei rapporti, la complessitá del sistema rispetto alla relativa semplicitá dell’azienda. Di questa contraddizione sono testimoni i suoi affettuosi contrasti con i compagni di lavoro del suo tempo, primi fra tutti Paolo Grassi e Ivo Chiesa, ma nello stesso tempo la sua posizione eccentrica gli ha permesso di essere un teorico acuminato e propositivo del sistema teatrale in evoluzione.

Il terzo momento per me incancellabile è quello di un’assemblea delle cooperative all’Agis, in cui Giorgio con Fulvio Fo e Mauro Carbonoli annunciò a una platea entusiasta che in quell’anno il teatro italiano aveva raggiunto la cifra di quindici milioni di biglietti venduti. Se si pensa che eravamo partiti dai quattro – cinque milioni degli anni cinquanta, c’era di che essere entusiasti. Erano oltretutto biglietti in cui non si contavano ancora i fenomeni di teatro industriale nè i grandi intrattenitori venuti nei decenni seguenti. Non c ‘è che dire, fu un bel momento; amareggiato però dal fatto ( ma allora non potevamo saperlo) che più di trent’anni dopo non ci siamo mossi da quelle cifre; abbiamo creato le strutture attuali del teatro italiano, abbiamo inventato molti modi nuovi di far spettacolo, ma siamo sempre fermi, dopo una generazione, ai quindici milioni di biglietti venduti. Questo vuol dire che al lavoro sulle strutture non ha evidentemente corrisposto un lavoro sul pubblico, che l’appeal del teatro sulle nuove generazioni non è entusiasmante, che abbiamo fatto spesso un teatro noioso, che toccherà ai giovani di ora reinventare il rapporto col pubblico dei loro coetanei, se vogliono sopravvivere in un mondo in cui il teatro è una parte, non il tutto, della cultura e dell’intrattenimento.

Infine la presenza di Giorgio Guazzotti nelle attività associative, nell’ultimo periodo della sua vita, quando non era più in competizione per le cariche pubbliche, ma si era ritagliato un ruolo di consulente, stimato e riverito, di alcune compagnie private. Non era più l’accorto agitatore delle cooperative, né il costruttore di una nuova fisionomia del teatro stabile. Era un uomo più disincantato, più ironico, probabilmente anche più stanco nel constatare che la sua “predicazione” tutto sommato non aveva portato ai risultati che si potevano sperare vent’anni prima. Diciamo che in quel periodo forse nella sua testa stava tirando le somme di tutto il lavoro fatto, le cose andate bene e le cose andate male e che forse questo gli dava la distanza, l’equilibrio e la serenità che il suo carattere sotterraneamente passionale non sempre gli avevano dato. Quando io ho ripreso a frequentare l’Agis tutto sommato Giorgio viveva le attività associative senza una eccessiva esposizione. Fu la spaccatura nata con Lucio Ardenzi a proiettarlo, forse suo malgrado, di nuovo in prima fila. Successe infatti che il malumore sempre presente nelle assemblee allora numerosissime dell’Unat si materializzò in una votazione in cui Ardenzi e il suo consiglio direttivo rimasero in minoranza. Anziché prendere atto di aver perso una battaglia, ma non la guerra, Ardenzi subì la votazione come un delitto di lesa maestá e se ne andò sbattendo la porta, lui e tutti gli impresari allora più noti , Garinei, Chiocchio, Smeriglio, Zanetti, ecc. Il gruppo delle imprese rimaste in Agis trovò naturale rivolgersi a Guazzotti come alla persona che in quel momento dava maggiormente garanzia di esperienza, di possibilità di ricucitura del tessuto associativo, di capacita di intraprendere una strada nuova. Così Giorgio si è ritrovato, per l’ennesima volta, a capo di una situazione controversa dove non era facile lasciare un segno positivo. Ci si mise con generosità , usando l’associazione come una sorta di aula distaccata della scuola milanese, nel senso che doveva dare a un gruppo di persone relativamente giovani un senso e un indirizzo al lavoro che stavano iniziando. In questo è stato bravissimo, perché ha condensato in quel breve periodo gli insegnamenti di una vita: la capacità di collocare la propria opera e le proprie ambizioni individuali in un contesto collettivo, l’attenta analisi delle forze in campo, anche quelle esterne al nostro mestiere che ne determinano in gran parte lo sviluppo, il tentativo di costruire costantemente un rapporto tra il teatro e le altre culture, senza il quale il nostro rischia di essere un mestiere di saltimbanchi, l’abilità nel mettere in connessione la vitalità delle imprese, pubbliche e private, con l’evoluzione del sistema teatrale nel suo complesso. Tutto questo era il sottofondo dei ragionamenti che si facevano su argomenti apparentemente meno impegnativi, sia che si trattasse della distribuzione teatrale, sia che si parlasse del rapporto pubblico – privato, sia che si inciampasse nella scandalosa storia dei pompieri. Non ho l’impressione che a Giorgio in quel momento interessasse tanto difendere una o più imprese, quanto stabilire un rapporto possibile tra chi in quelle imprese operava e il resto del sistema; soprattutto quello pubblico, verso il quale a mio giudizio nutriva una sorta di disillusione, per il deteriorarsi dell’etica e della pratica che erano state proprie dei fondatori negli anni cinquanta. Che cosa era rimasto dell’impresa pubblica come portatrice di un forte senso etico e civile, quando ormai era diventata il luogo delle carriere, dello spreco, del sindacalismo più ottuso, di pingui stipendi nascosti dietro la maschera dell’assenza del fine di lucro? Vedere come in tutta Italia, in tutti i settori, il servizio pubblico era diventato un pretesto per gli interessi privati non deve aver fatto bene a un uomo che ancora si illudeva di cambiare i rapporti di forza con la forza del ragionamento… Poi è arrivata la malattia, e con essa il distacco progressivo dalle nostre vicende. L’associazione si è trasformata, nel tentativo di dare un senso di orgogliosa dignità e un contenuto di socialità al nostro agire da privati indipendenti; anche molti di noi alla fine hanno dovuto prendere atto che non bastava fare dei buoni ragionamenti, ma che bisognava aspettare che la società intera prendesse una maggiore coscienza di se stessa: “ha da passa’ a nuttata” .

Fioravante_Cozzaglio

2012-12-06T00:00:00

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