La morte si sconta vivendo: dentro l’Ilva di Taranto

L'’eremita contemporaneo degli Instabili Vaganti

Pubblicato il 13/12/2012 / di / ateatro n. 142 / 0 commenti /
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L’eremita contemporaneo, ultima produzione della compagnia bolognese Instabili Vaganti, che ha debuttato con successo allo STOFF Stockholm Fringe Festival nell’agosto di quest’anno, è ispirata alla vicenda Ilva e dedicata proprio alla città di Taranto.
Una voce fuori campo, cantilenata, sospirata, quella della regista Anna Dora Dorno, ci accompagna dentro una favola moderna, dove il protagonista è l’operaio di una fabbrica, eroe dei nostri giorni, eremita contemporaneo costretto nella propria solitudine.
Solo in scena, il corpo acrobatico dell’attore Nicola Pianzola, incastrato dentro una scala d’acciaio, viene illuminato a intermittenza da video proiezioni, ma l’intera performance si svolge nell’oscurità di una fabbrica, una di quelle dove si suda e si lavora, si produce, si crea, si suda e si lavora, dove la luce del sole arriva solo per qualche attimo, dalla finestra in alto, a ricordare che c’è una vita anche fuori di lì.
Il lavoro fisico dell’attore è metafora della condizione di alienazione dell’operaio, indagata nei resoconti dei lavoratori e filtrata attraverso le parole di grandi poeti. Il suo corpo diventa inorganico, robotizzato, completamente depauperato, e alla fine resta il sudore come unico residuo di umanità.

La sveglia alle sei del mattino è la prima trappola che condanna l’uomo alla reiterazione: Nicola va avanti e indietro su un tappeto trasparente, un red carpet sbiadito per poveri, la passerella di una star quotidiana a cui il teatro pretende di dare un nome. In scena c’è un operaio X, che parla dei compagni come numeri, perde perfino il volto e anela alla propria identità, ma ha un corpo, braccia spalle e occhi che raccontano speranze e paure. Non riesce più a riconoscere i suoi denti, le sue labbra, le gengive, le narici: il performer ruota così velocemente la testa da moltiplicare i suoi tratti fino a perdere ogni connotato.
Questa progressiva spersonalizzazione, che viene cantata come “brutalizzazione”, diventa un tormentone pop, un coro da stadio, lo striscione urlato di una manifestazione. Teatro e vita sempre più sincroni, si rispecchiano: nella vita l’uomo diventa prodotto, merce, oggetto, nel teatro l’oggetto diventa uomo, persona, presenza. Così l’elmetto da saldatore può essere il cadavere di un compagno operaio: Nicola lo sotterra dentro la scatola metallica, e si inginocchia per pregare. Mentre compiange l’amico caduto, per un attimo il suo corpo resta fuori dalla gabbia, ma subito è pronto a rientrare, dopo tanti andirivieni giunge all’uscio di quella prigione e di nuovo, ingabbiato, striscia, salta, cade, ruota, fino a contorcersi come un feto nel grembo materno. Non si parla solo di morte, ma di una vita in potenza, che in atto non è più – o non è ancora – vita.
Appeso alle sbarre laterali della scala, Nicola corre per scappare via dall’involucro, ma resta fermo, come attorcigliato in una tela di ragno: accanto all’alienazione, la frustrazione di una fuga abortita.
Alcune parole messe in bocca al performer rischiano a tratti di ingombrare la scena, che si nutre della presenza totalizzante del corpo e della musica dal vivo, elementi di una partitura impeccabile: se saltasse una sola nota, il gesto si farebbe superfluo.
Lo spettacolo si chiude quasi per stremo: l’attore ha faticato troppo, gli spettatori con lui hanno sopportato le ripetizioni, i tormentoni, gli scatti, la sua nevrosi ci ha contagiati tutti. Non resta che finire: a fare l’epilogo è l’elmetto nero, seduto in cima alla scala per ricordare la morte che, fuori dai teatri, ma così vicino a noi, viene sfiorata tutti i giorni.

Giada_Russo

2012-12-13T00:00:00

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