Le virtù del fare (teatro)

Il coraggio è una cosa di Nèon Teatro al XIII Convegno internazionale della Rivista “Catarsi-Teatri delle diversità”

Pubblicato il 13/01/2013 / di / ateatro n. 142 / 0 commenti /
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Nel programma di sala dello spettacolo Il coraggio è una cosa di Nèon Teatro (regia di di Monica Felloni, direzione artistica di Piero Ristagno), Maurizio Caserta costruisce un pensiero semplice e complesso, credibile in sé e pure colmo di interrogativi. “Il coraggio è una virtù del fare”: vero? Se sì, deve tradursi in forme dalla visibilità densa, equilibrata, carica di senso e di bellezza? Difficile aderire in assoluto a una fusione estetico concettuale tanto forte, coraggio e bellezza insieme, “così da attrarre gli altri e renderli partecipi”. Utilizzando la parola virtù!
Ma rileggendo questa presentazione a posteriori – dopo aver visto lo spettacolo di cui sono protagonisti Patrizia Fichera, Stefania Licciardello, Manuela Partanni, Maria Stella Accolla, Giuseppe Calcagno, Luca D’Angelo, Marco Cinque, Pietro Russo, Danilo Ferrari – si comprende il desiderio di trovare le parole per dire esattamente questo, accettando infine di riconoscere l’eccezionalità di tale intreccio. “Non accade sempre. Anzi accade di rado. Quando accade le virtù si fondono, l’uomo riemerge, il senso delle cose appare chiaro”.
E’ stato nella serata conclusiva del convegno di Urbania “I teatri delle diversità” diretto da Vito Minoia nell’ambito del progetto “ombre, tracce, evanescenze” (XVI edizione), a cura del Teatro Aenigma/ Centro Internazionale di Produzione e Ricerca, che è stato possibile vedere questo lavoro di Néon Teatro, dove attori della compagnia e con disabilità interagiscono con quieta leggerezza, creando un perfetto equilibrio d’insieme, dove ogni cosa pare al suo posto, ciascuno serenamente convinto del proprio agire in accordo con gli altri.
Coraggio e bellezza fusi davvero insieme? Forse anche qualcosa di più, di difficile decifrazione. Spesso è impresa ardua trovare le parole esatte. Come invece sa fare la poesia, dove senso e suoni e ritmo paiono trovare una loro assoluta necessità nell’affiatamento d’insieme, nei singoli tratti. E c’era proprio l’ombra di un poeta a Urbania, dove si è parlato fittamente di Teatro e Carcere e di Teatro Sociale in questi tempi così difficili, quando ciò che è spesso indispensabile alla vita delle persone rischia di essere considerato inutile, superfluo. Un laboratorio con detenuti, o con ragazzi a rischio nei quartieri periferici di una grande città, o con persone con handicap, in difficoltà… un tratto di penna e lo si chiama risparmio!
A creare un’aura speciale a Il coraggio è una cosa – spettacolo di dolce e inquietante potenza espressiva tra teatro e danza – è stata anche la fonte d’ispirazione: L’Italia sepolta sotto la neve di Roberto Roversi, su cui Nèon Teatro lavora da lungo tempo anche nelle attività laboratoriali del centro di Catania. Ad aprire il convegno dei “Teatri delle diversità” (lo stesso titolo della rivista internazionale, fondamentale per la conoscenza e l’approfondimento di ogni forma di teatro di confine, di resistenza culturale e civile) era stato Giuliano Scabia che – evocando la figura del poeta, morto pochi mesi prima – si era soffermato proprio su questo testo, L’Italia sepolta sotto la neve, una raccolta realizzata in tempi diversi, pubblicata completa, in proprio, solo in poche copie numerate. Scabia aveva parlato della sua amicizia con Roversi, dell’importanza d’incontrarsi e dare senso alle parole.
A distanza Ristagno – anch’egli amico di Roversi – lavorava a diversi livelli dentro/intorno a quest’opera: così è nato Il coraggio è una cosa, fotografia a cura di Jessica Hauf e Manuela Partanni. Importanti le immagini anche perché, nelle ultime scene, il pubblico può vedersi rispecchiato nelle foto proiettate sullo sfondo, scatti presi all’ingresso e nell’attesa in platea, singoli spettatori o piccoli gruppi, che si possono vedere alternati ai volti degli interpreti. Coraggio e bellezza uniti, scriveva Caserta, “così da attrarre gli altri e renderli partecipi”: il piacere di scoprirsi in scena al termine dello spettacolo – tale l’emozione al Teatro Bramante di Urbania – possiede questa coerenza del coinvolgimento, della partecipazione… Insieme, “sotto la neve”
Raro, eccezionale questo intreccio, quando davvero “il senso delle cose appare chiaro”, un’intima unità del sentire tra palcoscenico e platea. E per questo spettacolo l’avvio è una bella dichiarazione di poetica con Piero Ristagno seduto sul palcoscenico che risponde alle domande di due suoi attori, un incontro tranquillo ma già carico di limpida teatralità per dire della poesia militante, del valore dell’impegno civile, del vivere in questo modo, con passione e tenacia.
Densità di pensiero e leggerezza nell’azione, anche quando tra i protagonisti c’è un interprete spastico, i cui movimenti sono spesso contratti, all’opposto di quanto lui stesso vorrebbe: allora è importante creare quella vicinanza, quell’abbraccio, che, producendo rilassamento, origina benessere e semplice, pura azione teatrale. Essere/ esserci in affinità di sentire, nei ritmi coordinati in scena. Con delicatezza e suprema competenza teatrale. E anche i versi di Roversi paiono dilatarsi in echi inattesi: con fedeltà, ulteriori sensi di percezioni/ intuizioni attraverso i corpi, i gesti, i passi coreografici.
“Vorrei tornare bambino vorrei tornare/ con le penne di usignolo calde/ vorrei/ vorrei essere…”. Cadenze, affinità, relazioni in poesia: così sulla scena, le azioni come conquista scandita dello spazio. Il teatro in aperto dialogo, rispecchiamenti, convergenze, con la poesia: come verità di bellezza, di coraggio culturale e civile.
Oltre le virtù: così con Nèon Teatro.

Foto di Jessica Hauf.
Si ringrazia la rivista “Il Grande Albero” di Gigi Ronda per la pubblicazione di questo testo.

2013-01-13T00:00:00

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