#bp2013 Milano Giù al Nord: il teatro pubblico e la città

SAVE THE DATE! 8 aprile 2013 (e a seguire l'assemblea della Associazione Culturale Ateatro)

Pubblicato il 09/03/2013 / di / ateatro n. #BP2013_Milano , 143 / 0 commenti /
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T e a t r o. Per costruire una memoria del futuro
un progetto di Associazione Culturale Ateatro
in collaborazione con Fondazione Cariplo 

presenta

Le Buone Pratiche del Teatro
Giù al nord
Il teatro pubblico e la città:
idee per una riforma 

a cura di Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino

8 aprile 2013, ore 14.30-19.30
Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”, via Salasco 4, Milano

A seguire:
Assemblea della Associazione Culturale Ateatro

Si ringrazia la Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” per l’ospitalità.

Per un rilancio del teatro pubblico

Il teatro ha un impatto positivo sulla qualità della vita di una collettività: non solo sul versante culturale, sociale e civile, ma anche su quello economico, come si è sottolineato di recente con sempre maggiore consapevolezza.
Su questi presupposti si basa il sostegno della collettività al teatro, e in particolare al teatro pubblico, che dovrebbe offrire le condizioni strutturali ed economiche per l’affermazione e la rinascita di un teatro di qualità, oltre che per il consolidamento e la formazione del pubblico.
In Italia il sostegno pubblico alle compagnie teatrali risale agli anni Venti, in seguito alla crisi del settore innescata dall’avvento del cinema; offrì anche uno strumento di controllo politico al regine fascista.
Nel dopoguerra, il sostegno pubblico al teatro trovò nuovi fondamenti nello slogan “Un teatro d’arte per tutti”, che ispirò nel 1947 Paolo Grassi e Giorgio Strehler, i fondatori del Piccolo Teatro di Milano, il primo teatro stabile italiano.
Quello slogan resta valido, anche se il teatro pubblico ha continuato a cambiare.
Nel corso del tempo, il sistema teatrale italiano è evoluto per stratificazioni successive, che si sono via via affiancate alle tradizionali compagnie capocomicali. La spina dorsale del sistema restano i 17 “teatri stabili ad iniziativa pubblica”, nati sulla scia del Piccolo Teatro in 15 regioni italiane su 21. Il processo iniziato 65 anni fa è ancora in corso: lo stabile più giovane, il Mercadante di Napoli, è nato nel 2003. Ma il teatro pubblico propriamente detto si è trasformato nel tempo in un sistema misto, sia a causa dell’evoluzione della società e delle arti, sia per le carenze (o, secondo alcuni, per il fallimento) del progetto dei stabili.
E’ innegabile che nel corso degli anni, i teatri stabili – o almeno alcuni di essi – abbiano ottenuto importanti risultati, sia sul versante artistico sia su quello progettuale e organizzativo. E’ altrettanto innegabile che il sistema degli stabili abbia in parte disatteso la propria missione. Per alcuni, questa inadeguatezza è la conseguenza di un vizio d’origine: il controllo politico del sistema culturale, o la sua degenerazione a causa dei meccanismi della lottizzazione. Secondo altri, le difficoltà degli stabili dipendono al contrario dalla scarsa volontà politica e dal fatto che il sistema teatrale nel suo complesso non abbia mai fatto una scelta netta a favore del teatro pubblico: sia a livello di consapevolezza progettuale (e disponibilità di risorse), come hanno rimarcato tra gli altri personalità come Giorgio Strehler, Ivo Chiesa o Massimo Castri, sia di ricerca linguistica e interpretativa. Restano insomma “i principi base, di una riforma che non c’è mai stata” (Castri).
Anche a causa di queste deficienze, a partire dagli anni Settanta si sono stratificate altre forme organizzative, che conosciamo oggi con le denominazioni “ministeriali” di “teatri stabili ad iniziativa privata” e di “teatri stabili di innovazione”, che nel loro complesso, insieme agli stabili “pubblici”, hanno disegnato un’area allargata di teatro a funzione pubblica: rispondono cioè agli stessi obiettivi generali (così come dovrebbero rispondervi, limitatamente alla produzione, le compagnie private e indipendenti sostenute con denaro pubblico), ma con funzioni differenziate.
Riprendendo lo slogan delle origini: l’area del teatro pubblico nel suo complesso si fonda sullo stretto rapporto tra la qualità artistica e l’opportunità di accesso. La stabilità pubblica – in quanto fondata dagli enti pubblici territoriali – si caratterizza per la continuità di servizio che garantisce alla comunità. oltre che per la maggiore disponibilità di risorse e di strutture (queste particolarità – messe a fuoco con chiarezza nel riordinamento operato dal “decreto Tognoli” nei primi anni Novanta – delineano compiti impegnativi e generano aspettative particolarmente elevate). I teatri stabili a iniziativa privata e i teatri di innovazione hanno dedicato maggior attenzione alla contemporaneità e all’evoluzione dei linguaggi rispetto agli stabili pubblici. La loro (relativa) indipendenza dal potere politico è garanzia della pluralità necessaria a una libera produzione culturale.
Questo allargamento non è stato tuttavia accompagnato da una adeguata teorizzazione e da regole corrispondenti a una equiparazione pubblico/privato, forse affrettata. Con un certo automatismo si sono dunque omologate strutture con caratteristiche e obblighi sostanzialmente diversi.
Nell’insieme, la schematizzazione in queste tre tipologie ha finito per bloccare il sistema e fermarne la trasformazione, privilegiando le rendite di posizione: le forme che si sono create negli ultimi decenni non hanno più trovato cittadinanza nella normativa nazionale, spesso neppure in quella regionale, e tardivamente nei sistemi di convenzione o nei bandi locali (quando esistono).
Dove si attua oggi l’innovazione? Non solo e tanto nella stabilità che oggi si definisce di innovazione, ma piuttosto nei centri che accolgono residenze artistiche e in alcune pratiche di residenza sia artistiche sia artistico-organizzative, nelle esperienze di teatro sociale e di comunità, nei teatri comunali e presso alcuni circuiti e festival con una programmazione aperta, in alcuni progetti di formazione permanente e di accompagnamento, nell’esperienza delle compagnie che gestiscono propri spazi e nel loro rapporto con il territorio.

Il teatro e la città

Da sempre, per costruire l’identità e modulare l’esperienza di vita delle nostre città, la cultura, e in particolare il teatro, svolgono un ruolo chiave. Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza del loro ruolo centrale, da un lato per riattivare tessuti urbani e sociali irrigiditi o degradati (basti pensare all’invenzione dell’Estate Romana da parte di Renato Nicolini alla fine degli anni Settanta), dall’altro per ridisegnare ruolo e funzioni della città in un mondo in continua evoluzione, anche con la funzione di volano di sviluppo economico. La cultura, e il teatro, rappresentano il legame con il passato (la memoria) e la prospettiva del futuro.
Oggi la crisi economica rischia di mettere in crisi i tradizionali meccanismi di sostegno alla cultura. Contemporaneamente tuttavia la cultura appare sempre più la risorsa cruciale per uscire proprio da una crisi così complessa e drammatica, che pare trascendere la dinamica dei cicli economici.

Alcune domande cui proveremo a rispondere l’8 aprile

I modelli classici di teatro pubblico e di stabilità corrispondono ancora alla realtà e alle esigenze del teatro, della città, della società? Quali devono essere le linee di un’evoluzione organizzativa e normativa, che riveda l’assetto del teatro pubblico, basata su una funzione pubblica non rigida?
Come può il teatro pubblico diventare il terreno di coltura di nuove forme artistiche e organizzative, in grado di interpretarne e sostenerne lo sviluppo? E’ possibile farlo senza indebolire le istituzioni?
Quali sono le funzioni che deve svolgere il teatro pubblico, oggi, nelle città? Quali sono, e dove si possono reperire, le risorse necessarie perché svolga queste funzioni? Quale può essere l’equilibrio tra le diverse espressioni del teatro pubblico? Su quali basi impostare le convenzioni tra gli enti territoriali e i teatri?

Il programma dell’incontro


ore 14.30-17.00

Saluto iniziale
Filippo Del Corno
(Assessore alla Cultura, Comune di Milano)

Massimo Navone
(direttore Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”)

Introduzione: Appunti per una storia del teatro pubblico in Italia

Teoria e realtà del teatro pubblico
L’evoluzione del rapporto pubblico-privato
Lo stabile pubblico
Lo stabile privato
L’area dell’innovazione e la stabilità allargata

Intervengono tra gli altri Claudio Angelini, Silvio Castiglioni, Patrizia Coletta, Fioravante Cozzaglio, Angelo Curti, Fiorenzo Grassi, Renzo Martinelli, Beppe Navello, Fausto Paravidino, Andrea Rebaglio, Carlo Repetti, Severino Salvemini, Andrée Ruth Shammah, Teatro Valle Occupato, Laura Valli.

ore 17.00-18.30
Il teatro e la città
con la presentazione dei volumi
La città che non c’era di Fiorenzo Alfieri con Steve Della Casa, Dino Audino Editore
Fare di più con meno. idee per riprogettare l’Italia di Stefano Boeri con Ivan Berni, Il Saggiatore

Interverranno gli autori.

La città che non c’era di Fiorenzo Alfieri con Steve Della Casa
Dalla Torino operaia degli anni Settanta e si snoda fino alla Torino delle Olimpiadi e dei 150 anni dell’Unità d’Italia, quando tutto il mondo finalmente può conoscere una città diversa, elegante, capace di usare la cultura come un grande strumento di attrazione. Un filo rosso che unisce la Torino di Novelli, di Castellani e di Chiamparino, con al centro la volontà dei Torinesi di non accettare un declino che sembrava inevitabile. Il simbolo di quella volontà è il Piano strategico che il Comune nel 1998 propose di redigere in modo partecipato. Ne derivò una “narrazione” condivisa di un futuro possibile, in cui la novità più eclatante consisteva nella centralità assegnata alla cultura.
l “caso Torino” dimostra in modo lampante, che è sbagliato considerare la cultura un lusso da “tempi di vacche grasse”. È la cultura la sola capace di produrre contestualmente bellezza e ricchezza. Ma questo è possibile solo se le iniziative culturali sono inquadrate in una strategia di sviluppo complessivo che dia loro giustificazioni e prospettive. Quello che è avvenuto a Torino potrebbe avvenire in ogni città italiana.

Fare di più con meno. Idee per riprogettare l’Italia di Stefano Boeri con Ivan Berni
Serve una nuova politica. Una politica visionaria e insieme pragmatica. Una politica capace di reinventare il futuro prossimo. Un futuro diverso da quello che immaginavamo. Meno ricco. Un futuro che potrebbe fare spazio a una politica più creativa. Serve una nuova politica: per capire la vera natura di una crisi che non è passeggera. Una politica che chiede a tutti un contributo di idee e di tempo. Una politica appassionata, generosa e travolgente. Una politica che chiede ai partiti, a cominciare dal Partito Democratico, di rigenerarsi, aprendosi ai milioni di cittadini che vogliono essere coinvolti nelle scelte di governo. Una politica che faccia vibrare la propria anima e quelle degli elettori. Una politica, soprattutto, che faccia proposte chiare; che sia in grado di elaborare idee concrete per riprogettare l’Italia. In questo libro, Stefano Boeri, intervistato da Ivan Berni, attraversa i temi fondamentali del nostro vivere: dai diritti alla partecipazione, dalla cultura all’architettura. Tutto è politica. Ed è il tempo di una politica autentica, visionaria, pragmatica, che sia capace di “fare di più con meno”.

ore 18.30-19.30
Discussione aperta

ore 19.30-20.30
Aperitivo

ore 20.30
Assemblea della Associazione Culturale Ateatro
Sono ammessi i soci 2012 e 2013, e chiunque si associ entro le ore 19.00 dell’8 aprile.

2013-03-09T00:00:00

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