Quando il nome è un destino e la morte non basta

Biografia della peste dei Maniaci d’'Amore

Pubblicato il 29/04/2013 / di / ateatro n. 143 / 0 commenti /
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Nomen omen: mai espressione proverbiale fu tale come in questo caso. L’amore è una mania da cui non ci si libera facilmente. Per fortuna, se esso funziona come detonatore di un intreccio capace di articolare corrosivo divertimento e sapido disincanto.  Gli attori/autori in questione (il pugliese Francesco D’Amore e la siciliana Luciana Maniaci, cresciuti alla munifica scuola di Gabriele Vacis) sono la prova più convincente che una vocazione alla drammaturgia, una fiducia ostinata nelle risorse del testo, è, nella cultura teatrale italiana, un dato ormai acquisito in modo ineludibile. Nel caso di Biografia della peste, la storia si articola, infatti, con uno spessore che è senz’altro l’esito da una parte di un’accresciuta competence interpersonale della compagnia, dall’altra della confidenza con l’elaborazione di un intreccio e, soprattutto, dell’esigenza di dire alcune cose con tutta la forza necessaria. In questo senso, i riferimenti shakespeariani che tramano l’opera seconda del duo sono, non l’eco ammiccante e postmoderna di una modernità metabolizzata pur sapientemente, bensì il riflesso di un anelito al ritorno alle origini che caratterizza sempre il grande teatro quando, in tutte le epoche, esso costitutivamente abbia voluto darsi i presupposti più idonei ad un suo funzionamento e all’estensione di un plausibile repertorio.
Biografia della peste realizza, rispetto al precedente Il nostro amore schifo, uno scarto ulteriore verso una direzione ancora più coraggiosa e radicale. L’assurdo qui ha un coefficiente d’inventività che supera, forse in nome di un ritorno al grande siculo-parigino-cosmopolita Beniamino Joppolo, qualunque stereotipia beckettiana. S’intravedono, dietro ognuna delle soluzioni drammaturgiche all’insegna di una ferita lacerante ma contagiosamente comica, gli stilemi principali dei due interpreti: la grazia stralunata di Luciana, il sorriso spaesato di Francesco.
A Due Campane, metafora di un universo concentrazionario che allude alla provincia più riposta e ineludibile, il fato degli avidi e lamentosi abitanti si gioca tra una morte di cui non si ha consapevolezza e una vita che si “sente” in tutta la sua dolorosa illusorietà.
La prima parte della pièce, solo apparentemente più brillante e lepida, ha, in realtà, un dettato aggressivo, cattivo e anticonformista (nella battute politicamente più esplicite e in quelle più traumaticamente implicite) a cui non solo la scena teatrale italiana più recente, ma si sarebbe tentati di dire (se non si temesse di esagerare) l’intera scena culturale italiana più recente (in preda a demagogismi e a qualunquismi a cinque stelle) ci ha ormai disabituato.
Due personaggi: Cris, il figlio della bella signora dell’orto, (fulminato – forse -da una macchina nel bel mezzo di un’elucubrazione sul carattere provvisorio della propria aspirazione alla felicità) e sua madre condividono il barlume di un’esistenza dalla prospettiva sghemba tra il frigorifero in cui è facile precipitare se il rovescio della sorte ne spalanca inedite modalità tombali e l’orto, che rappresentando il perimetro protetto di ogni sicurezza, più probabilmente evoca lo spettro castrante e terrifico di una falce mortifera pronta a recidere quel che resta della nostra umanità.
La seconda parte, solo apparentemente più algida e contemplativa, possiede invece una tenerezza arresa, quasi effusa, con l’uscita di scena della madre, la ricerca di un’epistemologia “botanica” da parte di Cris inchiodato su una sedia a rotelle, in attesa che i morti si risveglino per la loro rapsodica ora di vita. Molto del carattere seduttivo del finale si deve alla metamorfosi del personaggio di Luciana, nei panni ambigui di Adelina, promessa sposa di Cris e insieme intorpidita «vegetala» secondo l’epiteto attribuitole dai suoi sepolcrali compagni. In tal senso, la forza dei modelli nel repertorio interpretativo del duo è fortissima e palpabile (dalle impennate surreali di Sandra Mondaini in Luciana alla ricapitolazione sublime di tutta una genealogia di grandi attori “meridionali” – da Carmelo Bene a Leo, da Cecchi a Cirillo – in Francesco), ma non degenera mai in atteggiamenti derivativi o pedisseque ansie da influenza. Piuttosto vira verso la materializzazione di un umbratile profilo che, in un gioco sottile e perfido delle somiglianze, suggerisce e dissimula, non pronuncia mai didascalicamente.
La doppia direzione dello spettacolo è un meccanismo sofisticato che organizza in termini binari una fiducia occulta nell’unità conclusiva e pacificante di tutto, ma per farlo deve tessere molti inganni, ordire numerose trappole.
Così, la residua presenza paterna, per Cris, è un ortaggio, un cavolo per la precisione, che occhieggia da una boccia trasparente sospesa ad una vertiginosa canna da pesca: una sfera che prefigura il compimento del proprio destino in un futuro inerte e vegetale o più semplicemente l’esca cui è facile abboccare, ascoltando il deliquio amletico di Cris?
Così pure dietro lo sguardo distante, opaco e innamorato, di Adelina, dietro la sua «dispercezione», ovvero l’incapacità di trovare una regolarità grammaticale e comportamentale, non c’è forse il senso di una lacerazione che può risanarsi solo nel ritrovamento di un gesto vivificante e spietato?
Apologo sulla vita e sulla morte o esplicitazione di una scioccante, e “radicale”, pulsione alla fuga, Biografia della peste, dinanzi a tanto talento (vero o presunto) sprecato del teatro italiano, oppone quello che solo il genio può. E tanto ci basta.

BIOGRAFIA DELLA PESTE
di Francesco D’Amore e Luciana Maniaci

con
FRANCESCO D’AMORE
LUCIANA MANIACI
COSTUMI: ALESSANDRA BERARDI
REGIA E SCENOFONIA: ROBERTO TARASCO
PRODUZIONE: NIDODIRAGNO
In tournée

Dario_Tomasello

1931-04-29T00:00:00

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