La platea è una prateria. Intervista a Krystian Lupa

In occasione delle repliche di Ritter, Dene, Voss alla Biennale Teatro 2013

Pubblicato il 14/08/2013 / di / ateatro n. 144 / 0 commenti /
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Per Krystian Lupa, la platea  è “come una prateria che lancia segnali agli attori”: lo spazio dello spettatore equivale allo spazio del pensiero dove si colloca líattore: una provocazione. Guardare i volti degli spettatori e venire scrutati dagli sguardi incastonati in quei volti, che si guardano e guardano dentro il rettangolo scenico, genera una “realtà raddoppiata”.

Krystian Lupa ha portato alla Biennale Teatro di Venezia 2013 la sua messinscena di Ritter, Dene, Voss di Thomas Bernard: lo spettacolo, prodotto dallo Stary Teatr di Cracovia nel 1996, ha dunque diciassette anni di vita ed è ormai un classico della regia contemporanea, e i tre protagonisti stanno invecchiando – si può dire – in quei ruoli. Un gioco estremo e claustrofobico la regia chiude i tre interpreti in un quadro illuminato da una cornice luminosa rossa, che sembra delimitare uníarea contaminata da radiazioni artistiche. Allíinterno della scatola scenica si agitano ossessioni e passioni, rese attraverso gesti iterati, in una atmosfera che da quotidiana si fa via via  più infernale. Nella scena chiave dello spettacolo, i ritratti di famiglia che campeggiano nella sala di casa Worringer, scomodi ricordi di violenze e frustrazioni, andranno pertanto voltati e riappesi, perché non possano più giudicare, dallíalto della parete su cui sono crocifissi.

Lupa ha vinto il Premio Europa nel 2009, per quel “marchio” distintivo “che rivendica e valorizza una tradizione culturale”, recando in sé una visione globale. Nel qui e ora, degli assenti e delle “classi” mai morte, l’urgenza scaturita da quella regione centro-europea, valicando i monti Tatra, raggiunge il mondo intero. Il teatro-verità di Lupa contagia l’avanguardia polacca di Krzysztof Warlikowski, ma i suoi ritratti restano ambientati in inquietanti interni borghesi e ritraggono uníintimit‡ del quotidiano, cara ai salotti del Novecento e a Witold Gombrowicz, gi‡ indagato da Lupa con il suo esordio nel 1978, con Ivona, principessa di Borgogna.

Quale influenza ha oggi il teatro polacco nel mondo, dopo i grandi esempi di Kantor e di Grotowski e i grandi drammaturghi del Novecento?

Il ruolo del teatro polacco oggi non è più tanto legato alla drammaturgia quanto alla regia: è una posizione di forza che perdura ancora adesso, perché questi registi polacchi hanno un particolare modo di condurre la narrazione e hanno anche un altrettanto particolare modo di trattare la figura dellíattore. Noi ancora accusiamo la mancanza della scoperta di una nuova drammaturgia polacca, mancano personalit‡ di calibro di quelle che si trovano oggi in Austria, Germania o Inghilterra, autori che nei loro testi si misurano e annotano  coraggiosamente i cambiamenti che avvengono nella nostra società: è nella stessa persona umana che questo cambiamento sta avvenendo molto repentinamente. Ci sono moltissimi nuovi giovani drammaturghi polacchi, perÚ rimango stupito perché sembra non abbiano intenzione di affrontare nulla di quanto c’è di veramente inquietante in questa nostra società polacca. E quando s’impegnano a farlo, lo fanno con una modalità in qualche modo ripetitiva.

Possiamo considerare il suo teatro come una sorta di psicoterapia, visto che ha dichiarato che Jung ha influenzato la sua poetica più di qualunque autore teatrale?

Sì, questo elemento c’è ma non è un obbiettivo frontale. C’è sicuramente una componente costante nei miei lavori che è costituita dallo psicodramma: ci libera e di fatto questo processo può diventare spettacolo. Eventi, artefatti costituiscono la materia stessa dello spettacolo. Se ne sta occupando in parte adesso Maya Kleczewska, che è stata una mia allieva.

In quale direzione deve andare la ricerca teatrale?

Le cose devono nascere spontaneamente dai giovani, i fulcri di cambiamento devono venire da loro, non gli si può dire cosa fare e non glielo si deve imporre. E’ curioso scoprire come in loro risieda un forte potenziale ma vogliono avere immediata visibilità e abbandonano presto forze più profonde. Ma ci sono casi eccezionali, per esempio tra i miei allievila già citata Kleczewska o Krzysztof Warlikowski. Credo che Warlikowski abbia un ruolo molto preciso in una frangia del teatro polacco contemporaneo: stabilisce rapporti perversi con lo spettatore e attraverso questa maniera di decostruire il mondo rappresentato e anche spazio e tempo risulta piuttosto inquietante. Al tempo stesso i suoi spettacoli sembrano essere una sorta di diario personale, una cosa di cui egli stesso è consapevole. Pertanto, come nel caso di molto teatro tedesco, lui s’inscrive mediante le sue opere in frammenti autobiografici, ma attingendo anche da elementi che assume da alcuni autori della letteratura europea contemporanea.

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