Speciale Angélica Liddell Angélica: Istruzioni per l’uso

Vita & opere dell'artista catalana

Pubblicato il 20/08/2013 / di / ateatro n. 144 / 0 commenti /
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Istruzioni per l’uso: vita & opere.

Liddellfiles: Se volete saperne di più.

Liddellquotes: Appunti dalle dichiarazioni di Angélica Liddell a Venezia.

Angélica Liddell nasce il 2 ottobre, un paio di anni prima della scatenata rivoluzione del ’68, nella città che l’11 maggio del 1904 (“alle 8:45”, precisa Wikipedia) aveva dato i natali al baffuto surrealista Salvador Dalì, Figueres. Angélica González ruba il cognome a Alice Pleasant Liddell, la fanciulla amata da Lewis Carroll, che le ha dedicato le psichedeliche avventure nel Paese delle Meraviglie.
Negli anni Ottanta inizia la carriera drammaturgica. Nel 1993 consegue la laurea in Psicologia e Drammaturgia e fonda la compagnia Atra Bilis, con la collaborazione di Gumersindo Puche. A proposito dei suoi studi ha dichiarato: “La cultura e l’educazione sono dissociate. Prendete i miei cinque anni di studi psicologici – è stata una perdita di tempo. Viviamo in un sistema culturale alimentato da grandi case di media e da un enorme capitale che rende alla moda una società, alienata, sovraffollata, indifferente – un mercato”. Greta vuole suicidarsi (1988) le dà fama internazionale come drammaturga, unitamente alla possibilità di essere finalmente riconosciuta anche in altri ambiti artistici sempre legati alla scrittura, attraverso la poesia, la narrativa, la fotografia, installazioni di vario genere. Come performer dà vita ai suoi testi, crea la scenografia ed è anche interprete dei suoi lavori. La sua proiezione verso la creazione scenica ha continuato a svilupparsi, in parallelo alla produzione drammaturgica, in una dimensione dialogica tra le arti. I suoi differenti sviluppi artistici sono espressione di un unico mondo poetico e di un’originalissima personalità creativa.
Il suo lavoro si è evoluto con una sempre maggiore concretezza materiale e fisica, fino alla performance autobiografica, sintomo di una passione che conduce all’eccesso, a conseguernze estreme, contro ogni convenzione etica e morale. Al di là di qualunque presunta affiliazione geografica o estetica, la Liddell è riuscita a costruire un suo personalissimo linguaggio. Elementi ricorrenti sono l’ossessione per la morte e la violenza, la sessualità e il potere; la rielaborazione di miti tratti dal teatro classico ma anche dalla letteratura; la follia e la simbologia rituale; l’ironia e il gioco; l’impegno civile. La sua insistenza per l’autoritratto fotografico e l’esibizione del proprio corpo nudo sulla scena o in ritratti di luce, l’aulesionismo, tutto concorre a definire una narrazione che trova la scaturigine in una tensione pornografica che tende a veicolare messaggi saturi di un’estetica finzionale.
Raimondo Guarino ha sottolineato come la Liddell rievochi Pasolini e Antonin Artaud. Spesso le musiche dei suoi spettacoli riflettono influenze del melodramma italiano, della musica classica o da camera; a volte colloca sulla scena strumenti come violoncelli, per quanto poi il loro uso non si limiti (o escluda) la mera funzione musicale: vengono infatti usati anche come dispositivi da combattimento o subiscono sevizie, come accade in Te haré invincible con mi derrota, spettacolo sulla reincarnazione della violoncellista Jacqueline du Pré (morta quarantaduenne nel 1987 per sclerosi multipla) nello strumento e nel corpo/strumento dell’attrice, veicolata dalla esibizione pubblica del vizio: il violoncello diventa così strumento di rievocazione spiritistica di un’anima dannata.

Y los peces salieron a combatir contra los hombres.

Guarino accosta la Liddell a Rodrigo García per la comunanza di violenza e sadismo: la drammaturga catalana li usa con un provocatorio intento civile, che “ha prodotto i massimi effetti di plasticità scenica e intensità recitativa nella trilogia degli Actos de resistencia contra la muerte, con le tre parti dedicate rispettivamente alla tragedia delle migrazioni (Y los peces salieron a combatir contra los hombres, 2003), ai bambini-soldato (Y como no se pudrió… Blancanieves, 2005), al rapporto tra tirannia della maggioranza e uso della comunicazione (El año de Ricardo, 2005), fino alla rappresentazione del mondo in preda al panico collettivo di Perro muerto en tintorería: los fuertes (2007).”

La Casa de la Fuerza.

Nel 2010 debutta al Festival di Avignone, dove presenta Riccardo e La Casa de la fuerza. In questi spettacoli ritornano tematiche già presenti in El jardín de las mandrágoras, tragedia sessuale e metafisica d’ispirazione gotica (1993), che narra del suicidio di una donna che purifica il suo amore attraverso l’offerta del proprio cadavere, facendo ricorso alla musica e al dolore come forma comunicativa. In Frankenstein (1998), la fantascienza della Shelley viene contaminata dal teatro giapponese Bunraku: l’uso di candele, bambole e poesia anticipano Actos de resistencia contra la muerte.
“Io credo in spazi di plastica, simbolici, creati per significare qualcosa. Per me, la scena è importante quanto il testo, è uno spazio che mi permette di esprimere me stessa in modo plastico e non solo come drammaturga”, rivela la Liddell. Óscar Cornago insiste tuttavia sulla “politica della parola” nella sua poetica drammaturgica. La parola coglie la storia nella sua duplice dimensione etica ed estetica, l’oralità ne rappresenta la dimensione fisica, visto che sulla scena non può esistere una teoria senza la pratica e la parola assume inevitabilmente una caratterizzazione pragmatica e performativa.

La falsa suicida.

La falsa suicida (2000) ha per protagonista Ophelia, una porno lavoratrice da peep-show che occupa la scena con lo storpio Horacio, “crostaceo funerario” che tortura bambole di pezza. Questi due protagonisti dai nomi shakespeariani si scambiano accuse e pennellate di poesia estrema e discinta; nel suo falso suicidio, la donna condivide la propria nudità con un cadavere: “Le donne nude sono come i morti, nessuno può smettere di guardarli.”

El Matrimonio Palavrakis.

El Matrimonio Palavrakis (2001) è la storia di morte di una coppia che ha vinto una gara di ballo ma non è felice; inizia con una riflessione della narratrice fuori campo, che racconta i diletti del signor Palavrakis la mattina precedente, ovvero la ricerca di una studentessa priva di scrupoli che gli potesse donare le mutandine usate; e della signora Palavrakis, cioè confezionare abiti da marinaretto per il suo cagnolino cieco. La morte incombe sui due personaggi, che però non ne hanno consapevolezza. La scena si anima è invasa da un tappeto di teste di bambole private dei loro corpi, sgozzate, e dal consueto scambio rituale di liquidi e alimenti, e un parto in sentore d’aborto.

Once upon a time in West Asphixia.

Liddell dissacra anche gli spaghetti western, in Once upon a time in West Asphixia, che già nel titolo gioca con quello del film di Sergio Leone. Orsacchiotti appesi scendono dall’alto del boccascena, mentre riti sadici e fetish denunciano pratiche perverse, che torturano ed emerginano, condannando chi ha inglobato queste pratiche in strutture narrative convenzionali, rivisitando così il genere con uno sguardo al femminile e un linguaggio intriso di poesia.
La sensibilità verso il mondo infantile, mai slegato da un erotismo che gioca con un miti e fiabe, torna in Blancanieves, un’opera attualissima, che attraverso la dissimulazione teatrale e la metafora della fiaba fa riflettere sui conflitti che oggi si vincono anche perché vengono arruolati (e muoiono) molti soldati-bambini. Le bombe vengono nascoste dentro le bambole o coperte di caramelle. La crudeltà e la vendetta divengono strumenti prediletti di stragi e guerre, vere matrigne dell’epoca contemporanea.
La Casa de la fuerza debutta il 2 ottobre 2008, giorno del quarantaduesimo compleanno dell’autrice. A ispirarlo, una riflessione che la rende “spaventata, furiosa e triste”. Decide così d’iscriversi a una palestra, un luogo di solitudine, dove però attraverso l’allenamento del corpo si dimentica la fatica dello spirito per non affrontarla. Ma il dolore va affrontato, esibito e condannato, anche qualora fosse necessario: proprio come avviene in questo spettacolo, in cui la lotta contro sé stesse viene agita dalle donne sulla scena attraverso un continuo scambio di abiti, corpi e ferite.
Per la Biennale Teatro di Venezia, al Teatro alle Tese, l’8 agosto 2013 è andato in scena El año de Ricardo, per la prima italiana dello spettacolo di cui la Liddell è protagonista e firma scene, costumi, testo e regia. Ne è muto interprete anche Gumersindo Puche, a cui vengono affidate le battute di Catesby, ma solo nella sceneggiatura: sarà sempre e unicamente Angélica a recitare le sue battute. Lo spettacolo è l’ennesimo attacco al potere giocato attraverso la figura del Riccardo shakespeariano. La mostruosità delle sue parole, il disprezzo per i deboli e la deformità del personaggio vengono attualizzati in una personalità dedita all’alcool e all’abuso di psicofarmaci: il dramma privato di un uomo politico, un moderno demagogo, diviene pertanto l’occasione di condividere paure e ipocrisie, specchio di una più ampia riflessione che porta a denunciare con fragore l’establishment della globalizzazione.
“A volte mi chiedo come sarebbe stato Lenin se non fosse stato malato? Ed io? Come sarei stato se non fossi stato malato? E questo Paese? Come sarebbe stato questo Paese se io non fossi stato malato? […] Se non fossi stato abusato da bambino? Se a questo Paese io non avessi dato un corpo come sarebbe stato?”
Fin dalle prime battute di Riccardo-Liddell emerge l’urgenza di una opposizione concreta al male attraverso la rimozione dell’infermità, del trauma e in definitiva del corpo.
La Liddell ha anche tenuto un workshop per la Biennale Teatro College in cui dodici allievi hanno portato in scena un toccante e intensissimo spettacolo tratto dal poema Lo stupro di Lucrezia di Shakespeare. La scelta dei candidati – tutti uomini – si è basata su un video dove avrebbero dovuto mostrare “i sentimenti di violenza che li caratterizzano in quanto uomini e in quanto esseri umani, le ragioni che li portano alla violenza, alla tortura personale in relazione con il desiderio; dovranno lavorare con la loro parte peggiore, la loro parte più sinistra, ma senza giudicarsi per questo. Non voglio che intervenga la moralità. Voglio che scrivano come se la porta della loro stanza fosse chiusa. E che la loro stessa oscurità li aiuti a riflettere sulla condizione umana. C’è solo una strada per la verità: l’immodestia e la profonda immoralità che corrisponde a ciascuno di noi, semplicemente per restare vivi. Osservare il lerciume del fiume quando siamo soli di notte, questo è l’impegno dell’uomo.” Veniva inoltre consigliata la lettura del Diario di uno stupratore di Evan S. Connell; e la visione di Go- Go Second Time Virgin di Koji Wakamatsu.

Vincenza_Di_Vita

2013-08-20T00:00:00

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