Per Paolo Rosa, in memoria [terza parte]

Interventi di Apparati Effimeri, Calegari, Longari, Trivellin

Pubblicato il 09/09/2013 / di / ateatro n. 144 / 0 commenti /
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Leggi la seconda parte di Per Paolo Rosa, in memoria (1949-2013)

Apparati Effimeri (Gruppo di designer specializzati in digital video e videomapping)

E’ stato un grande onore per noi conoscere personalmente Paolo Rosa. Eravamo tra i vincitori del concorso Digitalia e il premio è stato un workshop con il maestro. Oltre alle questioni tecniche sull’interattività ciò che ci è rimasto maggiormente impresso delle sue lezioni, è la passione con cui parlava delle sue ricerche, insegnandoci che il rapporto con la gente per questo lavoro è la componente più importante, ed era questo che voleva dire esattamente site specific. Ci raccontava che durante la produzione dei suoi progetti la cosa che lo ha ispirato era proprio il contatto diretto con le persone del luogo. I suoi studi sul rapporto tra reale e digitale sono per noi una continua fonte d’ispirazione e non dimenticheremo mai l’impegno con cui appoggiava le giovani realtà. Per il mondo artistico-intellettuale è stata una grande perdita ma le sue idee per noi giovani designers non moriranno mai.

Giulio Calegari
(Architetto, docente Accademia di Belle Arti di Brera, compagno dei viaggi nel Mediterraneo di Paolo Rosa)

Andavamo in giro a pensare, a raccogliere… con Paolo
I viaggi che contano hanno sentieri invisibili e percorrono paesaggi paralleli che conservano storie vecchie di millenni, e altre ancora, che devono essere ancora raccontate.
Nei veri viaggi si nascondono infiniti altri percorsi, sepolti nelle pieghe insospettate del tempo, dove covano i germi dei progetti. Possono avere inizio da un semplice spunto: un oggetto, prezioso o modesto che sia, un’antica perlina di vetro, una moneta consunta, un ciottolo che racchiude un segno naturale.
I viaggi si nutrono di strani attimi, ore del giorno che amplificano gli sguardi, affinano i sensi, in quel tempo condiviso che suggerisce dialoghi sottili e svela un altrove, aprendo ad un altro sentire. Così raccoglievamo nei vari momenti della giornata suoni di campanacci lontani e polveri o profumi della macchia mediterranea per confrontarli e tradurli, ognuno nella proprio linguaggio. Ascoltavamo i sapori del mondo che ci ospitava, cibi di terra e arbusto, chiocciole e formaggi con olive e pani rituali, in taverne o in antichi monasteri fortezza che in segreto conservano lo sguardo dell’antica Dea.
Tra i due fiumi, sino al mare e oltre, incontravamo, sempre celata, Astarte, in tracce monumentali o nel volo di una colomba. Le offrivamo, come tutti i popoli del Mediterraneo, l’aperitivo serale, cercando di cogliere storie in lingue sconosciute o colori, attorno a noi.
Progettavamo insieme, chi uomo di terra e deserto, chi di atmosfera o di mare, cose che avremmo poi fatto per proprio conto, diverse nell’espressione eppure vicine.
Di fronte a nuovi paesaggi scherzavamo e ridevamo senza vergognarci di certe nostre ignoranze o ingenuità, inventandoli quei paesaggi, sicuri che i nostri pensieri non ne avrebbero tradito il significato. Sempre poi, l’allegria intorno al cibo era incontenibile. I sapori del mare. Tutti. Per cogliere sempre nuove riflessioni e conoscenze, altri viaggi nel tempo e nelle culture. Bastava un piatto che ricorda la miseria come una spaghettata con le vongole poveracce, le più buone, le più saporite, per partire da Rimini sino ai confini del Mediterraneo.

Elisabetta Longari
(Docente di storia dell’arte contemporanea, Accademia di Belle Arti di Brera)

Un aspetto di te che mi faceva sorridere intimamente era il garbo della tua voce, la delicata fermezza dei toni sempre lontani da ogni forma di autocompiacimento, componente peraltro aliena ad ogni tuo modo. Così parlando, le idee e le considerazioni che esprimevi erano le autentiche protagoniste; ti percepivo come un riflettore luminoso, il portavoce di flussi di pensiero e di immagini che ti attraversavano e che trasferivi ad altri su diversi piani.
Un’altra cosa tua che mi faceva sorridere era il tuo indirizzo email (rosazzurro@tiscali.it) composto da due colori, delicati e opposti, che indicano sì il femminile e il maschile, ma nel tuo caso sono indizi anche d’altro: per nascita eri rosa, come anche la tua pelle particolarmente chiara, mentre per nascita erano azzurri i tuoi occhi e mi piace pensare che forse anche per questo il tuo sguardo è cresciuto particolarmente incline al versante immateriale che l’immagine elettronica è capace di evocare e restituire; non a caso una delle tante nascite a cui hai contribuito è Studio Azzurro, appunto. Azzurro è anche il colore della malinconia (vedi Picasso, Jarman e il Blues…), sentimento a te certamente non estraneo e che la tua assenza impone e rafforza in tutti noi. Azzurro come il cielo e il mare greci su cui devi aver posato il tuo ultimo sguardo.

Caro Paolo, ti dedico questa poesia di Borges che è tra le liriche da me più amate e mi aiuta a superare il senso della mancanza di tutto quello che ancora avrebbe potuto essere:

Il dono infinito
Un pittore ci promise un quadro. Adesso, nel New England, so che è morto.
Ho sentito, come altre volte, la tristezza di capire che siamo come un sogno.
Ho pensato all’uomo e al quadro perduti.
(Soltanto gli Dei possono promettere perché sono immortali)
Ho pensato al luogo prestabilito che la tela non occuperà.
Poi ho pensato: se la tela fosse lì, diverrebbe con il tempo
quella cosa in più, un cosa, una delle vanità, abitudini della mia casa;
Essa esiste in qualche modo. Vivrà e crescerà come una musica,
e rimarrà con me fino alla fine.
Grazie, Jorge Larco.
(Anche gli uomini possono promettere perché nella promessa c’è qualcosa di immortale).

Tu – la tua persona, il tuo lavoro, il tuo pensiero – sei stato un ricco dono ma anche una generosa promessa, per questo resterai con noi
fino alla fine.

Cristina Trivellin
(Direttrice D’Ars Magazine e Art Director Milano in Digitale)

È sempre difficile scrivere il ricordo una persona cara appena scomparsa: il rischio di inciampare nella retorica post-mortem o di cedere al pretesto per parlare di se’, frena i pensieri, filtra le parole, ma non cancella la memoria. Ho conosciuto Paolo Rosa nel 2006 quando cominciavo a concretizzare il progetto di realizzare un concorso nazionale per artisti under 30 dedicato alle arti multimediali. Avere una persona del suo livello come presidente della giuria – che già vantava nomi di tutto rispetto – avrebbe dato all’evento un imprinting straordinario: Milano in digitale non sarebbe stato lo stesso senza Paolo Rosa, senza il supporto incondizionato per gli eventi realizzati alla Fabbrica del Vapore, senza il suo sostegno umano e professionale. E’ stato un “si’” al quale ne sono seguiti molti altri: progetti realizzati in questi anni e altri ancora nel cassetto, dei quali si parlava quando ci si incontrava a pranzo nei ritagli del suo pochissimo tempo. E poi si diventa amici, talvolta confidenti. Impossibile dimenticare quello sguardo limpido e profondo come i suoi pensieri, la voce pacata, il sorriso sempre pronto, la generosa disponibilità di chi si fida del proprio istinto e delle proprie visioni. Come non ricordare la sua onestà intellettuale, la curiosità e l’entusiasmo che avevano sempre la meglio sulle difficoltà incontrate durante il cammino nella dimensione che noi ancora abitiamo. Paolo ormai è sopra, adesso è oltre. E forse lo è sempre stato.

Anna_Maria_Monteverdi

2013-05-09T00:00:00

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