Disturbi artistici

Genova Hackmeeting 04. Focus on Telestreet e broadcasting autogestito

Pubblicato il 29/10/2013 / di / ateatro n. 067 / 0 commenti /
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A Genova, in uno spazio autogestito, il Laboratorio sociale occupato Buridda, ha avuto luogo i primi giorni di aprile, l’edizione 2004 dell’Hackmeeting. Come le edizioni precedenti anche questo meeting è totalmente autogestito e autofinanziato. Sabato 2 aprile era protagonista la telestreet. Fenomeno ormai dilagato a macchia d’olio e su cui sono stati già scritti libri (uno a firma di Franco “Bifo” Berardi) oltre che una quantità straordinaria di opuscoli autoprodotti dalle associazioni, numeri speciali di riviste (“Derive e Approdi”). L’incontro nazionale delle telestreet si è tenuto a Senigallia a marzo grazie all’organizzazione di Eterea TV. Il coordinamento generale della giornata dell’Hackmeeting sulle Telestreet a Genova era di Tommaso Tozzi, autore insieme con Arturo di Corinto del volume Hacktivism (il manifestolibri) e direttore della sezione “Multimedia” dell’Accademia di Belle Arti di Carrara. Tozzi ha invitato alcuni dei protagonisti delle televisioni di strada, giornalisti e videomaker. Presenti alcuni rappresentanti di Orfeo Tv che hanno raccontato oltre all’esperienza di apertura della prima telestreet italiana a Bologna, la loro partecipazione a Transmediale a Berlino (di cui parla diffusamente Tatiana Bazzichelli nell’ultimo numero di “Exit”), Telefermento, Rosaghetto Tv di Genova (questi ultimi autori di un documentario molto intenso di denuncia sociale legato al decadimento, e impoverimento di una zona storica della vecchia Genova, il quartiere dell’ex ghetto ebraico) e alcuni giornalisti ed esperti di media tra cui Arturo di Corinto e Alessandro Ludovico di cui riportiamo in sintesi, gli interventi.
Per le informazioni sull’hackmeeting rimandiamo a telestreet rimandiamo ovviamente al sito ufficiale.

Alessandro Ludovico
Alessandro Ludovico, giornalista, esperto di media ed autore del volume Suoni futuri digitali ed editore ed ideatore di “Neural” una delle più importanti riviste su new media art ed e-music (anche on line aggiornata quotidianamente www.neural.it), ha aperto il pomeriggio con spunti di indagine culturale. Ha portato alcuni esempi di artisti che hanno messo in discussione il paradigma del broadcasting e hanno proposto non solo una diffusione capillare di questo tipo di strumenti di trasmissione video e televisiva ma hanno posto l’accento sul linguaggio e sui nuovi possibili contenuti. Ridefinizione del mezzo, nuove regole della composizione televisiva che vadano non solo nella direzione di creare paradossi sarcastici ma anche a costruire una narrativa completamente nuova ed eversiva rispetto a quella imposta dalla tv pubblica generalista. Di tutti gli esempi che citiamo è possibile trovare approfondimenti sul data base del sito di Alessandro Ludovico.
Molti artisti hanno puntato sull’accesso massiccio agli strumenti televisivi e video e hanno proposto anche una rielaborazione dei contenuti che vanno a stravolgere quelli della televisione commerciale. Tra gli esperimenti non poteva mancare l’americano Dan Graham di cui viene data testimonianza dell’installazione (proposta anche a Genova nel 1971) dal titolo Yesterday/Today. Trentatré anni fa Graham riprendeva e registrava con una telecamera fissa quello che accadeva al bar e il giorno dopo riproponeva tutto integralmente in forma di installazione nello stesso bar dove aveva registrato, spiazzando gli avventori sul meccanismo del tempo registrato e della diretta, sul presente e sulla memoria e inserendo queste nozioni di tempo spazializzato all’interno del tessuto (e del vissuto) urbano. Graham ha pubblicato un importante saggio Video in Relation to Architecture, pubblicato nel volume antologico curato da D. Hall, S. J. Fifer, Illuminating video. An Essential Guide to Video Art (ora in Le pratiche del video a cura di V. Valentini, Bulzoni, 2004).
Altri hanno riflettuto su come far riacquistare al mezzo televisivo il carattere della fruizione pubblica di trasmissione dei grandi eventi. Alcuni artisti brasiliani hanno lavorato su enormi schermi a display a New York che trasmettevano messaggi personali in diretta nelle grandi piazze.
Un altro fattore sottoposto a tentativi di rovesciamento da parte degli artisti è il linguaggio della televisione. Si è tentato di violare la televisione in quanto broadcasting, mettendone cioè in discussione la serialità, i tempi lineari di trasmissione e di visione. Ciò che viene trasmesso in quel momento ha normalmente una continuità impossibile da spezzare e questo restituisce un senso di ineluttabilità. Alcuni artisti hanno lavorato proprio sulla decostruzione di questa linearità, intervenendo con video che rompevano il flusso seriale di programmi come Discovery Channel. Altri hanno creato un tipo particolare di videohacking consistente nel modificare i film noleggiati magari da Blockbuster per poi restituirli e farli circolare nuovamente dopo essere intervenuti su alcuni passaggi chiave.
Ci sono casi poi di détournement pubblicitario: il gruppo di artisti digitali Pleix.net ha realizzato alcuni divertenti video tra cui Beauty Kit, una sarcastica serie di spot in cui di chirurgia estetica fa-da-te vengono proposti per un pubblico femminile di età infantile. La questione era che lo spot per quanto assurdo, aveva un tale livello tecnico – in animazione flash – che riusciva davvero a risultare un vero advertisement.
Tra le operazioni di hacker art, Ludovico ha giustamente ricordato oltre al Critical Art Ensemble, Ricardo Dominguez. Fondatore dell’Electronic Disturbance Theatre (EDT) e per un breve periodo anche componente del Critical Art Ensemble (CAE), ispirandosi al Teatro degli Oppressi di Augusto Boal, al Living Theatre, al Teatro Campesino, ha dato vita a net strike e a virtual sit in e al Digital Zapatismo in collaborazione con il movimento zapatista in Chiapas (EZLN). Le azioni in rete dell’EDT sono passate attraverso il server (e insieme sito) The thing, un luogo di comunicazione e di diffusione di idee e progetti di attivismo sociale e artistico. Un’intervista completa a Dominguez realizzata da Coco Fusco è on line al sito www.thehacktivist.com. Ci piace proporre per ateatro l’intervista a Dominguez realizzata da CandidaTv ora nel video Reality Hacking (scaricabile su www.ngvision.org).

Il Cae fece un gesto retorico molto specifico e severo. Noi dicemmo: “Le strade sono morte. Sono capitale morto”. Prendemmo ispirazione dal cap. IV di Neuromante di Gibson dove un hacker e una donna cyber devono entrare nel bunker dell’informazione. Allora chiamano in aiuto un altro gruppo The Panthers Modern e ciò che loro fanno è di iniettare nel bunker dell’informazione nuovi livelli di realtà, multiple realtà a tal punto che il bunker non è più in grado di definire ciò che è vero e ciò che è falso. In qualche modo noi possiamo diventare i Panthers Modern e possiamo iniettare nel sistema queste realtà multiple nel senso di sviluppare un gesto simbolico che possa affermare più di ogni gesto distruttivo. Il disturbo crea veramente uno spazio, una situazione, un teatro invisibile che permette al potere di salire improvvisamente in scena e agire…Tu non devi dire nulla. E’ irrazionale, incomprensibile per i networks, per la polizia. E’ un microgesto che in sé e dal di fuori risulta quasi invisibile ma l’effetto che sortisce è quello di creare questo grande dramma sociologico. Cominciammo pensare cosa potesse essere la disobbedienza civile elettronica, chi l’avrebbe potuta creare e quale sarebbe stata la sua risposta. Principalmente decidemmo che azioni dirette, non violente e on line sarebbero state il prodotto di piccole cellule. Diventammo un teatro, il Teatro del disturbo elettronico. Avremmo fatto una performance lunga un anno e due azioni ogni mese: “Perché non andiamo sul sito del presidente Zedillo o su quello della borsa messicana e poi clikkiamo sul pulsante del reload tra l’una e le quattro della zona oraria di Città del Messico?” Questo creerà un disturbo. Quello che vogliamo fare non è tirare giù il server ma disturbarlo. Io e Stephen siamo quasi pronti ad attivare il Floodnet quando un gruppo di hacker denominato Heart ci circonda e ci dice “Guardate che state occupando banda” – che loro considerano il puro male peggiore. “Se lo fate vi buttiamo giù”. E’ stata la prima volta che ho incontrato qualcuno che crede che l’ampiezza di banda sia al di sopra dei diritti umani. Anche se l’azione non riesce, crea comunque una simbolica distribuzione dell’informazione. Improvvisamente dopo due ore e tre azioni notiamo che lo Zapatista floodnet non stava più funzionando, stava crashando. Il Pentagono stava usando un’arma da guerra dell’informazione chiamata Ostile Applet Java. Il potere risponde in modo imponente, ci rendiamo conto che è come sedersi e giocare davanti a un negozio della Disney. Gli zapatisti hanno creato questo gesto potente tra le reti perché hanno capito che è una questione di linguaggio, una questione di poesia, di simulazione, una simulazione trasparente, la possibilità di costruire un mondo che renda possibile più mondi possibili.

Tra gli esempi che possiamo personalmente aggiungere alla lista i Gorilla Tapes con il loro originalissimo procedimento di scratch video che a metà anni Ottanta attingeva ai vari programmi televisivi e li mescolava (con un montaggio musicale tipo “hip hop”) con ironia e gusto della distruzione dell’icona mediatica e politica in Death Valley Days. Il video è disponibile nella antologia video PostModern/Post Script British Video, Program II, distribuito da Electronic Art Intermix (www.eai.org).

Arturo di Corinto
Di Corinto ha sottolineato come alcuni fattori abbiano contribuito fortemente allo sviluppo di un’idea di appropriazione personale dei media: la diffusione capillare dei mezzi di comunicazione, la miniaturizzazione degli strumenti, la digitalizzazione dei contenuti ovvero la convergenza multimediale digitale. Quest’ultima ha fatto sì che qualsiasi evento, fatto, racconto potesse viaggiare attraverso una comune infrastruttura di comunicazione che è Internet. Un altro fattore è stato la diffusione e lo sviluppo autonomo e indipendente del software che è l’elemento di mediazione di queste pratiche. La diffusione di tali mezzi ha messo in crisi il ruolo mediatore dei professionisti della comunicazione laddove scompare il confine tra l’agente del racconto e il consumatore. E’ nata così anche una generazione di mediattivisti. Moltitudini digitali è un termine che non piace a molti ma serve a indicare un movimento spontaneo di massa, di gruppi di persone, di soggettività che si mettono insieme a partire da un uso originale dei mezzi di comunicazione. Il carattere decentrato, spontaneo, non gerarchico del fenomeno di autoappropriazione dei mezzi e dell’informazione relativa si inizia a intravedere da partire da Seattle, novembre 99. In Italia la battaglia mediatica è iniziata invece, con Genova 2001 che ha rappresentato il passaggio più significativo verso questa nuova sensibilità, inaugurando in Italia una vera politica delle comunicazioni, sentite non più patrimonio di avanguardie ma patrimonio comune. L’informazione va portata dove la gente c’è, e i mediattivisti hanno portato in piazza quello che accadeva a Genova attraverso maxi schermi o attraverso Internet.
Nei processi di ipermediazione cioè di convergenza mediologia c’è una tendenza a usare musica teatro pittura danza, per raccontare elaborare, discutere della propria attività, messaggi che vengono riproposti attraverso le arti del digitali perché questa porta alla contaminazione dei codici e intreccia estetiche e linguaggi. E’ la sfida dell’autogestione dei format. Di Corinto sottolinea un aspetto chiave: il momento attuale è centrale, nodale per andare oltre alla critica dei media, un momento in cui usare strumenti per sperimentare nuove forme di comunicazione che non siano solo “una rappresentazione delle cose”, secondo un’ottica e un’etica televisiva commerciale ma che inneschino una dimensione di crescita, politica, estetica, sociale. C’è in generale una scarsa attenzione alla necessità del ribaltamento dei linguaggi abituali, ma la vera forza del movimento mediattivista dovrebbe essere proprio quello di abbattere modelli, forme comunicazionali, decostruire il linguaggio.
Si deve inoltre spingere sulla critica allo scarso pluralismo che c’è in Italia, così come è importante diffondere tecnologie in Paesi dove non ci sono, portare reti wireless. Si deve alzare cioè una critica forte, radicale, multipla contro l’attuale sistema delle informazioni. Otto milioni di persone ricevono le informazioni solo dalla televisione.Questo è un dato che fa riflettere. Bisogna quindi rivendicare la proprietà pubblica dell’etere, come bene inalienabile, come bene comunitario. Non è possibile impostare la vita di una nuova idea di televisione soltanto sui coni d’ombra. La rivendicazione futura deve essere la concessione del 10% dell’etere alle tv comunitarie per vivere tranquillamente e legalmente e permettere loro di svolgere a pieno la loro azione sociale.

Anna_Maria_Monteverdi

2004-04-18T00:00:00

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