I verdetti della Commissione ministeriale

Qualche considerazione e una 1/2 proposta

Pubblicato il 29/10/2013 / di / ateatro n. 075 / 0 commenti /
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Ancora una volta la Commissione Ministeriale per lo Spettacolo dal vivo ha emesso i suoi verdetti annuali. E ancora una volta si scatenano discussioni e polemiche, anche se quelli che circolano finora sono dati ancora incompleti e ricostituiti a fatica, raccogliendo informazioni qua e là. Lascia già perplessi il fatto che questi dati non siano stati resi immediatamente noti sul sito del Ministero, visto che si tratta di denaro pubblico destinato a un uso pubblico. Ci piace pensare che non siano stati ancora diffusi perché il direttore generale ci sta ancora meditando, o perché il ministro Urbani non ne ha preso ancora visione. In passato sono state smentite commissioni ben più autorevoli di questa, e dunque c’è ancora da sperare nel buon senso del ministro e del nuovo direttore generale, dottor Nastasi.
Tuttavia in base ai dati che filtrano è già possibile trarre qualche indicazione. Per cominciare è davvero scandaloso che sia ogni volta così difficile trovare un qualche criterio nelle valutazioni delle Commissioni, da sempre troppo sensibili a clientelismi e pressioni di ogni genere: le spinte corporative, compensate più o meno pacificamente all’interno dell’AGIS, e poi le pressioni direttamente politiche.
Per capire come possano funzionare certi meccanismi, tra padrinati di partito e conflitti di interesse, può essere utile leggere quello che scrive in ateatro 75 Mimma Gallina a proposito della drammaturga-commissario Sabina Negri. Ed è chiara anche questa lapidaria considerazione del professor Michele Trimarchi:

«Quello che serve è un’analisi rigorosa. Le modalità del sostegno statale sono il frutto di una stratificazione scomposta e spesso occasionale di giudizi, protocolli e prassi qualche volta elaborati artigianalmente, altre volte negoziati colpevolmente, altre ancora maturati da settori del tutto diversi» («Economia della Cultura» 4/2003, pag. 433).

Per quanto riguarda il 2004, la prima cosa che salta agli occhi è che queste decisioni sono state prese e comunicate a fine ottobre, ovvero quando gran parte dell’attività della compagnie è già stata effettuata – dopo essere stata impostata anche sulla base dei finanziamenti precedenti.
Questo è un primo motivo di scandalo nelle recenti decisioni della Commissione, per quel poco che si riesce a capire. Azzerare in ottobre i finanziamenti ad alcune compagnie significa condannarle alla bancarotta – visti gli impegni presi con i fornitori e con le banche. E’ quello che sta succedendo per esempio a Fortebraccio Teatro, Masque, Laminarie, Erbamil… Non a caso si tratta di anelli considerati deboli, senza grande forza di contrattazione politica, dai quali pare facile e indolore dirottare qualche decina di migliaia di euro verso lidi più «opportuni» (ma lo stupore riguarda anche l’esiguità del «bottino»…).
Il secondo motivo di scandalo nasce dal mistero che circonda le «valutazioni qualitative», che non sembrano in alcun modo tener conto dei risultati artistici delle compagnie e ancor meno degli obiettivi conclamati nel regolamento (ricambio, giovani, multidisciplinarità etc.).
A questo punto dell’anno un po’ più di buon senso – e un po’ meno arroganza – avrebbe dovuto essere sufficiente per limitare i tagli (e conseguentemente gli incrementi che consentono questi tagli: non dimenticate che i soldi sono sempre quelli, anzi, nel 2004 il GFUS ha subito un taglio di 40 milioni, e per di più erosi dall’inflazione). Quest’anno nel suo complesso, a un primo calcolo l’area dell’innovazione (stabili e compagnie) dovrebbe aver perso circa 350.000 euro del FUS, a vantaggio di altri settori.
Va in ogni caso ricordato che tagli e incrementi sono totalmente legittimi (anche se non lo sono più «obiettivamente» a questo punto dell’anno), sulla base di due righette del regolamento tanto voluto da Carmelo Rocca, all’epoca direttore generale dello Spettacolo: «La valutazione qualitativa può determinare una variazione in aumento fino al doppio, ovvero in diminuzione fino all’azzeramento dei costi ammessi ai sensi dell’art. 5». Questo significa che tutti i parametri tecnici «oggettivi» – che vanno dalle repliche alle giornate lavorative, dagli spettatori ai contributi pagati, dalle piazze alle tournée all’estero, etc. – sono ARIA FRITTA rispetto alla valutazione qualitativa, autorevolmente affidata alla Commissione, che può proporre di raddoppiare o azzerare il contributo ministeriale.
Questo metodo è in vigore dallo scorso anno, ma forse un po’ di pudore per il ritardo ne aveva frenato un’applicazione sfacciata, anche se alcune linee di tendenza erano già evidenti.
Del resto la qualità artistica è sempre opinabile. Il superamento di criteri puramente quantitativi – la trappola dei numeri – era stato peraltro chiesto soprattutto dall’«area dell’innovazione», che oggi però sembrerebbe la più penalizzata.
Evidentemente si è caduti in un’altra trappola. Perché per il Ministero, evidentemente, andare contro «l’ingessamento del sistema» (una conseguenza del regolamento del 1999, in realtà risultato di una stratificazione ben più sedimentata) vuol dire per esempio: «Diamo 130.000 euro in più a quel bravo guaglione di Tato Russo e ai suoi formidabili musical, perché la famosa interdisciplinarità è il musical, se non ve ne siete ancora accorti). E diamo una giusta punizione a quei “meccanici” di Masque, che poi non fanno neppure vero teatro».
Era un’interpretazione prevedibile: viste le difficoltà economiche in cui versa l’insieme del teatro italiano, considerata la costante progressiva erosione del Fondo Unico dello Spettacolo, a lasciarci per primi le penne sono i più deboli. Anche perché con ogni evidenza nel gioco corporativo Tedarco ha molta meno forza di altre associazioni di categoria. E anche all’interno della categoria ci sono forti e deboli, e alcune delle compagnie «punite» magari non sono neppure associate Tedarco…
In prospettiva, un ulteriore elemento di riflessione riguarda una pratica che pare inaugurata con questa tornata di decisioni: la scelta di accorpare le compagnie e i teatri su base regionale, e dunque il tentativo di «bloccare» in qualche modo i contributi sull’attuale distribuzione territoriale. Se non altro è un criterio, si dirà, in vista del passaggio di competenze in materia di spettacolo alle Regioni. Ma solo i dati complessivi ci consentiranno di capire i criteri applicati regione per regione.
In questa situazione, che cosa possiamo fare? Sappiamo che Tedarco ha già avanzato una richiesta di revisione dei provvedimenti. Ci riserviamo di presentare in occasione all’iniziativa del 6 novembre una petizione per sottoporla alla firma dei presenti (dunque non solo operatori quindi, ma critici, direttori di teatro, docenti universitari ecc.), su questi punti:

1. Chiediamo in primo luogo al ministro Urbani e al direttore generale Nastasi, cui compete la firma delle lettere di assegnazione, di congelare tutte le decisioni che prevedono azzeramenti, ma anche decurtazioni e incrementi molto consistenti, contando (senza retorica) su un minimo di sensibilità e buon senso.

2. In base alla legge sulla trasparenza (e a unminimo criterio di trasparenza), chiediamo che vengano resi immediatamente noti attraverso il sito del Ministero, tutti i dati, precisando la percentuale di qualità e i criteri seguiti. (Questo dovrebbe essere fatto su richiesta delle singole compagnie. Noi chiediamo che questo venga fatto dal Ministero sistematicamente per tutte le compagnie sovvenzionate, sulla base di un minimo criterio di trasparenza.)

3. Nella misura in cui l’attività annunciata sia stata svolta, chiediamo di annullare tutti gli azzeramenti.

4. Nella misura in cui le motivazioni qualitative non si presentino come obiettivamente e fortemente valide, chiediamo di ripristinare i tagli e rivedere gli incrementi.

5. Auspichiamo che queste richieste trovino appoggio da parte dell’AGIS, oltre che di singoli soci delle diverse associazioni.

Questa è solo una prima idea: aspettiamo come sempre suggerimenti e consigli, magari utilizzando il forum «Nuovo teatro vecchie istituzioni». Naturalmente cercheremo inoltre di fornire (se possibile già il 6 novembre, se ci date una mano a raccogliere i dati) tutte le informazioni disponibili sulle assegnazioni attuali, messe a confronto con quelle degli ultimi anni. E’ in corso di costituzione un piccolo gruppo di lavoro, totalmente estraneo alle categorie, che cerchi di analizzare i dati quantitativi di settori e soggetti e di raccogliere elementi «obiettivi» (per esempio la rassegna stampa) di valutazione qualitativa.
Nel caso richieste minimali come quelle sopra esposte (che pensiamo fatte proprie anche dalla lettera predisposta da Tedarco) non venissero accolte, suggeriamo che l’intera area della cosiddetta «innovazione» (ma forse anche quella della stabilità pubblica, come accennato in altre occasioni), elabori nuove forme di rappresentanza, alternative o complementari a quelle offerte dall’AGIS.

Post scriptum
In ogni caso, non intendiamo dedicare la giornata del 6 novembre a una discussione sui contributi ministeriali. La Buone Pratiche è nata proprio per raccogliere indicazioni pratiche e forme di resistenza malgrado il Ministero (e non solo). Insomma, ci sembra un’occasione troppo importante per limitarsi all’indignazione e alla protesta.

Mimma_Gallina_e_Oliviero_Ponte_di_Pino

2004-11-02T00:00:00

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