Le recensioni di ateatro: Gli uccelli volano sempre alto

La rivoluzione tradita da Aristofane a Lombardi-Tiezzi, passando per Brecht e Pasolini

Pubblicato il 29/10/2013 / di / ateatro n. 099 / 0 commenti /
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Grazie all’arte e all’intelligenza di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, e della loro eccellente compagnia, il capolavoro di Aristofane, uno dei massimi modelli dell’apologo comico nella tradizione teatrale occidentale, torna a sbattere le sue ali profetiche in faccia al pubblico nostrano. Un pubblico frastornato dalla campagna pre e post elettorale più inquietante della storia recente.

La coincidenza non è naturalmente casuale. Il contenuto del testo di Aristofane si potrebbe riassumere assai brevemente in questo: desiderio di una vera e libera democrazia, incapacità dell’uomo di “essere all’altezza” (nel senso simbolico e letterale del termine) dei suoi desideri. Nella loro rivisitazione del teatro classico ( è recentissimo il loro Antigone sofocleo), Lombardi e Tiezzi hanno voluto affrontare il registro comico scegliendo una chiave drammaturgica brechtiana, sottolineata anche dal sottotitolo “dramma didattico”: si trattava di attualizzare il copione antico concentrandosi sulla sua efficacissima sostanza e ripulendolo da tutti quei riferimenti alla politica ateniese che sono inavvertibili e criptici per gli spettatori di oggi. Aggiungendo a questo un nuovo gioco di connessioni alla storia recente o recentissima, mediante riscrittura e integrazione di alcuni dialoghi e creazione di siparietti o interventi brechtiani (degli attori stessi o del musicista presente a lato della scena) che reinventano anche le funzioni del Coro.
Un lavoro drammaturgico a cui si è dedicato con la consueta profondità e perizia Sandro Lombardi, adattando l’ottima traduzione di Dario Del Corno. Poi, nella messa in scena diretta da Tiezzi, questa rigorosa ossatura ha preso corpo e indossato molteplici abiti che riflettono la formazione e la sensibilità artistiche degli autori , ma anche la stratificazione interpretativa (e qui va segnalata l’importanza della cultura filologica nell’adattamento drammaturgico) che si è depositata sul testo nel corso del tempo.

Come ricorda lo stesso Lombardi, su Gli Uccelli si erano cimentati Wagner, che lo studiò preparando i Maestri Cantori di Norimberga, e Mozart, che ne trasse una diretta ispirazione per il suo Flauto magico, riproducendone il rarissimo connubio tra leggiadria teatrale e acutezza filosofica. Anche le scene di Pier Paolo Bisleri riflettono sul piano iconografico questo spirito filologico, rielaborando paesaggi naturali e noti dipinti rinascimentali delle città utopiche, così come gli sgargianti costumi di Giovanna Buzzi sintetizzano in chiave fantastica motivi orientali e occidentali, valorizzando la dominante rossa che poi esplode emblematicamente nello sventolio di bandiere portate dal Coro operaio. Ma è soprattutto nell’intensità della recitazione, sempre brechtianamente sospesa tra dentro e fuori, tra sottotesto drammatico, registro comico e rilettura colta dell’avanspettacolo nazionalpopolare, e nelle sue sofisticate modulazioni vocali e musicali che lo spettacolo seduce e sorprende per la sua forza. Il protagonista Pisetero (in greco Peiseteros, cioè “persuasore”) e la sua spalla Evelpide sono l’indovinata reincarnazione della coppia pasoliniana Totò-Ninetto Davoli (dai film Uccellacci e uccellini e La Terra vista dalla Luna), con qualche traccia anche beckettiana (Vladimiro ed Estragone di Aspettando Godot) e mozartiana (Pamino e l’Uccellatore del Flauto Magico), affidata alla maestria metafisica di Lombardi e al pirotecnico vitalismo di Alessandro Schiavo.

Pisetero rappresenta la parabola negativa dell’idealista, per noi figli del Novecento tristemente nota, che si trasforma da rivoluzionario in tiranno, una metafora così limpida e atemporale in Aristofane che giustamente Lombardi e Tiezzi non hanno voluto caricare ulteriormente. Pisitero si allontana dunque con il compagno da una democrazia ateniese corrotta e burocratizzata per incontrare uno spirito umano libero divenuto uccello (l’upupa) che vive nella foresta, e apprendere da lui un altro modo/mondo possibile per vivere. Da questo incontro sorgerà nel protagonista l’idea di creare una nuova società, intermedia tra gli uomini e gli dèi, dominata dagli uccelli, veramente libera, democratica e felice, diventandone prima il leader maximo e poi il nuovo tiranno. L’incontro tra i due viaggiatori e l’upupa ex umana è uno dei momenti più divertenti ma anche più intriganti dello spettacolo, infatti l’interpretazione che Massimo Verdastro offre del piumato è straordinaria per la sua capacità di cogliere ironicamente, mediante la gestualità, i movimenti corporei e soprattutto la mimica facciale e l’uso degli occhi (che ricorda certo stilizzatissimo e magnetico teatro balinese), quell’essere ibrido tipico degli uccelli, che pare per certi aspetti e in certi momenti molto prossimo all’umano e poi improvvisamente, col movimento meccanico dell’occhio o del collo, segna la distanza incolmabile, enigmatica, di un altro universo. Una alterità comica ma anche inquietante, perfettamente modulata da Verdastro nella caleidoscopica vocalità, con la quale – usando anche la metrica del greco antico – imita il pennuto che chiama a raccolta tutte le varietà di uccelli per ascoltare il comizio rivoluzionario del suo ospite.
Vocalità ibrida tra umano e “uccellesco” (sono recentissimi gli sudi scientifici che dimostrano le similitudini anche grammaticali tra linguaggio umano e canto degli uccelli) che poi esplode polifonicamente nelle scene collettive del Coro, guidato da Silvio Castiglioni e dove spicca il carisma della grande Marion d’Amburgo, ma anche si apprezzano molto i virtuosismi delle giovani Clara Galante e Marta Richeldi. E qui, confluisce e assume nuove risonanze la sapienza e l’originalità di una ricerca che gli ex Magazzini conducono da sempre sul “linguaggio della recitazione”, come testimoniano anche le illuminanti pagine dell’autobiografia di Sandro Lombardi (Gli anni felici, Garzanti), che non si può mai affidare a modelli precostituiti ma deve trovare e rinnovare ogni volta una sua specificità, dove sottotesto simbolico, metrica e modulazione dei registri vocali, intonazione musicale, creano una tessitura di suoni e di sensi – quel raggiungere il senso attraverso il suono di cui parlava Valery – che assimila le lezioni dei migliori modelli interpretativi ma si smarca dalla loro retorica, che intreccia i generi senza confonderli. Negli “Uccelli”, Francesca Della Monica (illustre pedagogista della vocalità e storica maestra di canto della compagnia), su indicazioni e suggestioni di Tiezzi, elabora e reinventa magistralmente un complesso intreccio musicale tra le songs alla Brecht-Weill, l’Internazionale fischiettata, l’eclettismo di George Antheil, frammenti di Lennon e di Mozart, che raggiunge il suo climax nell’ardita composizione del Coro finale. Un altro momento particolarmente forte dello spettacolo è quello che vede, nella seconda parte, l’edificazione della nuova società utopica degli uccelli da parte di un Pisitero anch’egli ormai fregiato di ali, e si affacciano sulla scena, con ritmo incalzante le efficaci ed esilaranti performances (con espliciti echi cabarettistici, vedi Albanese & C.) di Leonardo Capuano e Ciro Masella, nei panni di truffatori, comunicatori, venditori di leggi e quant’altro, che come patetici vampiri si avventano sulla società nascente per succhiarne il sangue giovane e trarne profitto, senza però riuscire ad ingannare il ben più astuto re dei persuasori, Pisitero, che prima di cacciarli si prende gioco di loro. Ma, come ci insegnano Aristofane e la storia stessa, la più pericolosa corruzione è quella che proviene dall’interno, quel tarlo dell’ambizione e dell’avidità – ben nutrito dal potere – che rode poco alla volta la limpidezza degli ideali e delle buone intenzioni, la cui tragicomica fine è nella nostra “favola dimostrativa” quella che fanno i poveri pennuti ribelli, condannati da Pisitero allo spiedo. Una favola amara condotta da Tiezzi e compagni con esemplare leggerezza, che nella melanconia dell’inevitabile rovesciamento della speranza in delusione suggerisce anche l’impagabile ebbrezza che l’utopia dona agli uomini. Non vogliamo dimenticare infatti che non tutti i rivoluzionari sono diventati tiranni e che molti martiri delle idee (da Gandhi a Martin Luther King…) hanno lasciato con il loro passaggio impronte indelebili, e che come ricordava Deleuze le rivoluzioni non sono inutili perché falliscono ma sono necessarie nonostante il loro fallimento, il fallimento non ci condanna alla rinuncia ma condanna chi rinuncia al cambiamento. Altrimenti perché il teatro, che è intimamente morale (Brecht aveva ragione), dovrebbe ostinatamente tentare di redimere il mondo con le sue parodie dissacranti e le sue tragiche metafore se non credesse a un altro mondo possibile in questo mondo impossibile?

Andrea_Balzola

2006-05-24T00:00:00

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