O ti integri o ti disintegri?

Un mail sul Diario delle prove al Teatro di Roma di Giacomo Verde

Pubblicato il 29/10/2013 / di / ateatro n. 045 / 0 commenti /
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Nello scorso numero “ateatro” ha pubblicato il diario delle prove del Concerto per Roma con Albertazzi-Proclemer-Ughi firmato da Giacomo Verde. Il regista dello spettacolo Andrea Liberovici non ha apprezzato e ci ha mandato un mail, che volentieri pubblichiamo.

caro oliviero ponte di pino,
mi farebbe piacere che questa mia mail fosse allegata sotto, sopra a fianco, insomma dove ti pare ma nelle vicinanze della articolata “recensione” in diretta del Concerto per Roma fatta da Giacomo Verde. Credo sia corretto che venga reso pubblico il mio punto di vista essendone stato il regista (tanto criticato!!!).
Desidero rispondere a queste critiche scritte con piglio adolescenziale perché ritengo giusto farlo se non altro per difendermi e difenderci dalla retoricuccia da finto giovane “alternativo al sistema” e soprattutto per cercare d’oggettivizzare il mio lavoro e quello della mia équipe..; dunque, partiamo da un presupposto: se si è realmente intenzionati a non “mischiarsi” ad attori come Albertazzi perché di destra o perché non si amano, la coerenza umana (che non credo sia prerogativa della destra o della sinistra ma solamente delle persone con un qualche residuo di dignità) presupporrebbe il non accettare di lavorarci insieme. L’aver accettato e poi sputarci sopra cadendo dalle nuvole sul senso dell’operazione presuppone invece altre cose.
Tutto è criticabile, migliorabile eccetera, ma se uno decide di partecipare ad un progetto con protagonisti Albertazzi, Proclemer e Uto Ughi e si lamenta poi perché fanno Dante, Garcia Lorca o Vivaldi o perché recitano in modo classico bhè le ipotesi che intravedo sono veramente poche: o è in malafede sin dall’inizio o è di un ignoranza mostruosa rispetto agli interlocutori che si è scelto. E dico si è scelto, perché non c’è stato nessun atto coercitivo, nessuno ha obbligato Giacomo Verde a partecipare allo spettacolo. Non credo nemmeno che sia stato un fattore economico a spingerlo visto che tutti abbiamo preso molto poco rispetto al nostro lavoro ed alla nostra esperienza. I “clandestini” come lui si definisce, generalmente non fanno contratti con i capitani della nave, i clandestini lo sono e basta. Ma questo tipo d’atteggiamento, al di là degli umori e dei giudizi di cui di fatto m’importa poco senza bisogno di mettermi magliette di gruppi rock per dichiararlo al mondo , credo che in realtà sia estremamente vecchio, faccia proprio parte di un antico modo di pensare. Il moralizzante ed ipocrita molto doroteo che prende le distanze da una cosa in cui in realtà è dentro fino al collo, giusto per “salvare la faccia” rispetto ad un supposto “pubblico-elettore” speravo fosse personaggio antico e credevo fosse sparito con i bellissimi film di Alberto Sordi . Ed invece eccoci qui di fronte ad un atteggiamento vecchio e a mio avviso profondamente reazionario. Non ho ricette su cosa sia giusto o > sbagliato, fatico moltissimo a fare questo lavoro in Italia come credo moltissimi miei colleghi che rispetto per la tenacia e per la ricerca. Ho scelto di fronte all’alternativa sociale dell'”o ti integri o ti disintegri” di fare politica dall’interno , non con “manifesti” da tradire ma attraverso la mia arte, le mie regie (che mi risulta fossero molto piaciute a Giacomo e Alessandra Giuntoni in passato o abbiamo tutti capito male?) la mia musica e soprattutto con la mia coerenza intellettuale. Se ho lavorato e continuo a lavorare con artisti ed intellettuali come Edoardo Sanguineti, Judith Malina , Giorgio Albertazzi giusto per nominare tre persone e tre artisti molto diversi fra loro, è perché ho sempre privilegiato la fantasia, il sogno, la creatività e i diversi punti di vista rispetto alla scena piuttosto che strategie di altro genere. Sto cercando d’imparare il mio lavoro attraverso l’ascolto e proprio perché so quanto sia difficile ascoltare e smettere d’ascoltarsi non sono disposto ad accettare l’arroganza travestita da vittimismo, da ideologia e soprattutto la malafede. Riconosco il talento di Giacomo, non a caso l’ho fatto scritturare per tre miei spettacoli, mi dispiace che se la sia presa perché il giornalista di “Repubblica” non l’ha nominato (ma “Repubblica” non è forse un giornale di regime? perché tanta acredine?) , come mi dispiace che invece di cercare un dialogo diretto, come altre volte ha e abbiamo fatto, abbia scelto di criticarci alle nostre spalle, dico nostre perché siamo tutti allibiti (il gruppo di giovani che ha lavorato a questo e agli altri progetti) per questo atteggiamento così piccolo ed ingiusto …
credo che il teatro di ricerca debba partire da una ricerca interiore e quindi da una messa in discussione personale e costante se no è di fatto vuota retorica né più e né meno che il teatro di routine. In questo spettacolo ci siamo sfidati cercando di trovare un contatto artistico ed umano, fra culture, età e mondi diversi. Non so giudicare il risultato artistico non ho la presunzione di farlo in un tempo così ravvicinato. Forse ci siamo riusciti, forse no, forse soltanto in parte. So per certo che Albertazzi, la Proclemer , Uto Ughi seppur distantissimi dal mio immaginario, si sono fidati, si sono incazzati, non sono stati facili ma hanno però partecipato totalmente con l’umiltà dei grandi artisti allo spettacolo, e questo è stato il più grande risultato che desideravo: continuare a crescere attraverso il mio lavoro e il lavoro degli altri.
Per il resto, con un poco di tristezza a proposito di questo atteggiamento sgradevole ed ingiusto di Giacomo Verde con cui avremmo potuto continuare un rapporto creativo, l’unica cosa che mi viene in mente è una frase di Flaiano: “Ci ha lasciato un vuoto colmabile”.
Grazie per l’attenzione Andrea Liberovici

Quello di Giacomo Verde è, a parere della redazione di “ateatro”, un documento divertente ma anche interessante. Perché racconta (con ironia e un po’ di rabbia) le relazioni che si creano quando due realtà (e persone) per molti aspetti diverse provano a collaborare: da un lato un teatro tradizionale – per la verità un po’ cialtrone com’è quello mattatoriale in ritardo e culturalmente ingenuo (ambiguo?) di Albertazzi, dall’altro chi invece arriva da esperienze di sperimentazione, di egualitarismo (spesso falso) e di autentica attenzione al fatto artistico.
Quello del rapporto tra le istituzioni e le nuove forme di creatività e produzione è un problema enorme, sul quale il teatro italiano si è scontrato e continua a scontrarsi senza riuscire a crescere. Riguarda modalità produttive, rapporto con il pubblico, rapporto con il proprio lavoro, filoni culturali eccetera. Riguarda la separatezza tra il teatro “ufficiale” e il “nuovo teatro” (e la nuova danza e la performance), e le difficoltà del nuovo di uscire dal ghetto.
Ci sembra che, concentrandosi soprattutto sugli aspetti personali (e tirando in ballo anche qualcuno che non c’entra), la mail di Andrea Liberovici non affronti la questione. Peccato.
PS Cari Andrea e Giacomo, la prossima volta fatevi pagare di più, almeno.

Andrea_Liberovici

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