La politica del teatro sotto le ciminiere dell’Ilva

Al Crest di Taranto, per Start Up con Rete Critica per ossigenarsi un po'

Pubblicato il 30/10/2013 / di / ateatro n. 145 / 0 commenti /
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“Rigenerare un mercato facendo una comunità, stabilizzando il sistema delle residenze, attraverso un lavoro che favorisca la rete, agendo mediante un lavoro politico”, sottolinea Carlo Bruni – in occasione del festival pugliese StartUp – durante l’incontro del 28 settembre in occasione del tavolo di lavoro su “Il mercato che non c’’è. Soluzioni per uscire dal pantano”. Bruni è al festival tarantino, oltre che per mostrare Croce e Fisarmonica, lo spettacolo su Don Tonino Bello di cui ha curato la regia, vincitore dell’edizione 2013 dei Teatri del Sacro, anche per rappresentare una.net, la rete dei Teatri Abitati della Regione Puglia. Nell’occasione si è creato un contatto, grazie a una diretta via social network, tra reti teatrali interregionali: una.net e gli Stati Generali dello Spettacolo e Latitudini, la Rete Siciliana di Drammaturgia Contemporanea, che si è ritrovata nello stesso momento ospite del festival Naxoslegge in provincia di Messina, per discutere di tematiche comuni a Puglia e Sicilia, ma oggi attuali per ogni latitudine. Nonostante le grandi problematiche economiche, questo è un momento di intensa e fervida produzione artistica. Tutti coloro che sono coinvolti nel processo teatrale non possono non assumere una posizione per affrontare la crisi: il cambiamento è inevitabile, all’interno di un sistema che deve essere rinnovato. Da questa rigenerazione si lascia travolgere Gaetano Colella, autore, attore e direttore artistico delle tre giorni teatrali, che dal 26 al 28 settembre si è costituito parte militante, attraverso la collaborazioni dei tanti che credono che dal “dramma possa nascere la speranza”, attraverso un’intensa sfida contro barriere e pregiudizi politici, un modo per rappresentare “generazioni fra le macerie”.

Antropolaroid. “Che lingua scriviamo? Per chi scriviamo?” A interrogarsi sono i critici teatrali invitati a intervenire a Taranto, per rappresentare Rete Critica e i volti della critica militante italiana, introdotti da Massimo Marino in interventi liberi coordinati da Oliviero Ponte di Pino, sulle note di “Seguendo la flotta” nel corso dell’incontro dal titolo evocativo “Ossigenarsi a Taranto”. Vengono sottolineate tracce comuni d’intervento, come il web: garante e veloce strumento, veicolo di maggiore libertà e possibilità di confronto con il pubblico dei lettori; agente gratuito attraverso la comunicazione immediata e la diffusione capillare condizionata dai social network. Marino insiste sull’importanza delle immagini a corredo delle sue recensioni che definisce “fotoromanzi” e si trova coinvolto nella iniziativa “allenare lo sguardo”: un laboratorio di critica rivolto agli spettatori che raccontano le loro impressioni e preferenze durante la chiusura dei lavori, in cui viene coinvolto Gerardo Guccini, offrendo una attenta e sensibile analisi delle dinamiche comuni incontrate nel corso del festival. Ippolito Chiarello (foto di Marco Falconieri). Virgilio Sieni inaugura gli spettacoli del festival dentro una chiesetta dal fluire immoto, dove quattro attrici/donne/danzatrici come un coro di corpi danno vita a una novella Desdemona, armata di umano: voyeurismo, iterazione della pornografia e del gesto disperato e sperato, giudizi e pregiudizi esibiti senza ritegno creano il cocktail ideale per uno spettacolo vincente, che usa e abusa di ogni elemento scenografico e perfino del sipario (finalmente!). “Avere cura di quel pezzo di polis che ci riguarda… Attuare un’azione sistemica sul territorio e superare la situazione micro territoriale”: questi i temi di cui si dibatte con fervore nella suggestiva location del quartiere Tamburi di Taranto. Si attraversa un mercatino rionale interrogandosi sul ruolo dello spettatore, “senza il quale il linguaggio non ha significato”. E la critica? Come può far diventare il momento di crisi una necessità? Come può davvero essere in grado di cucire una reale relazione? Come ricostruire e difendere il senso del teatro? Queste domande percorrono i cieli grigiastri a tratti illuminati da una timida luna, tra una nube chimica che rievoca elucubrazioni cyberpunk e l’isola di un centro storico dove ancora si celebrano processioni sacre su profane strade oltremondane. Malacrescita. Ritroviamo altri corpi nella intensa ed energica coreografia Rock Rose Wow di Daniele Ninarello; la comunicazione tra i corpi diviene infine esasperato bisogno d’amore nell’intenso Bès di Mario Perrotta, presentato nella serata della prima giornata dei lavori. Malacrescita del poeta, drammaturgo e attore Mimmo Borrelli, è la riduzione per un unico interorete (più un musicista) di La Madre: ‘i figlie so’ piezze ‘i sfaccimma: la piéce incarna la potenza femminea di una bellezza calpestata. Solo l’inchiostro come sangue può fare scorrere tra le pagine di un palcoscenico un dolore segnato dalle note di ricordi, da evocare come fantasmi violenti di un viaggio grottesco in cui risuonano tasti di un piano giocattolo, messi in scena da un demone posseduto da una strega/vergine blasfema, per questo ancora più commovente e veritiero. Lo studio di Salvatore Marci, che apre l’ultima delle tre giornate del festival, si caratterizza anch’esso per l’interpretazione di un dramma femminile da parte di un interprete che affronta con grazia ed eleganza il tema della prostituzione, raggelando il pubblico con movenze coreografiche che accompagnano durissime parole di condanna. Con Antropolaroid la Sicilia viene dipinta e animata dal corpo e dalla voce di Tindaro Granada, regista e interprete: ironia e dramma vengono vivificate con sapiente forza. Lo splendore dei Supplizi di Fibre Parallele, l’evento conclusivo, è una festa sulla scena che coinvolge e sconvolge attraverso la conoscenza dell’animo umano: voyeurismo, iterazione della pornografia e del gesto disperato e sperato, giudizi e pregiudizi esibiti senza ritegno creano il cocktail ideale per uno spettacolo vincente, che usa e abusa di ogni elemento scenografico e perfino del sipario (finalmente!). Lo splendore dei supplizi (foto di Luigi La Selva). “Avere cura di quel pezzo di polis che ci riguarda… Attuare un’azione sistemica sul territorio e superare la situazione micro territoriale”: questi i temi di cui si dibatte con fervore nella suggestiva location del quartiere Tamburi di Taranto. Si attraversa un mercatino rionale interrogandosi sul ruolo dello spettatore, “senza il quale il linguaggio non ha significato”. E la critica? Come può far diventare il momento di crisi una necessità? Come può davvero essere in grado di cucire una reale relazione? Come ricostruire e difendere il senso del teatro? Queste domande percorrono i cieli grigiastri a tratti illuminati da una timida luna, tra una nube chimica che rievoca elucubrazioni cyberpunk e l’isola di un centro storico dove ancora si celebrano processioni sacre su profane strade oltremondane. Vincenza_Di_Vita 2013-10-13T00:00:00

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