Un quaderno, un video, in incontro per riflettere su Etre e sulle residenze

E se volete dirci #ilteatrochevorrei

Pubblicato il 07/11/2013 / di , and / ateatro n. 145 / 0 commenti /
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Nel 2013 termina il percorso del progetto Etre, esperienze teatrali di residenza, direttamente sostenuto da Fondazione Cariplo. Un quaderno, un video, un incontro (e una festa) consentono di fare il punto su questa esperienza e qualche riflessione sul teatro lombardo, tanto dal punto di vista artistico che organizzativo.
Appuntamento l’11 novembre alle 17.30 all’Atir Teatro Ringhiera, piazza Fabio Chiesa / Via Boifava 17, Milano.
Arricchisce e completa la serata Pillole di residenza, a cura di ATIR, una serie di brevi interventi da laboratori cui hanno partecipato adolescenti e anziani presso il Teatro di Via Boifava, membro dell’Associazione e da sempre attento al rapporto con il quartiere che lo ospita: il monologo L’uomo che piantava gli alberi di Mattia Fabris, e un breve estratto di Italia anni Dieci, scritto da Edoardo Erba e interpretato da Maria Pilar Perez Aspa.
Chiude il programma un aperitivo con prodotti tipici dei territori delle residenze e un momento di festa con Dj Set. Sarà possibile seguire la serata in diretta live twitter, partecipando con l’hashtag #ilteatrochevorrei
Proponiamo alcuni passaggi dei contributi al quaderno Una ricerca sulle residenze lombarde, dai testi di Alessandra Valerio (per Fondazione Cariplo), Mimma Gallina e Renato Palazzi.

torre_acquedotto

Beati coloro che hanno fame e sete di teatro: la Torre dell’Acquedotto.

Il progetto Être nel quadro delle politiche di Fondazione Cariplo
di Alessandra Valerio
Il progetto si inserisce nell’ambito del Piano di azione “Promuovere l’accesso allo spettacolo e alle arti dal vivo”, con l’obiettivo di promuovere il miglioramento dell’accesso alla cultura (segnatamente allo spettacolo dal vivo, di tipo musicale e teatrale) sollecitando le organizzazioni operanti sul territorio lombardo a programmare iniziative maggiormente fruibili e sostenibili.
Questa linea si propone la promozione di iniziative mirate alla creazione di sistemi consolidati per la produzione, la distribuzione e la circuitazione dello spettacolo dal vivo, favorendo così l’accesso del pubblico anche in aree territorialmente decentrate. Nell’attuazione di questa linea strategica, naturalmente, non vanno trascurati gli elementi concernenti la qualità complessiva della proposta artistica e il livello di innovatività, di diversificazione (e, ove possibile, di multidisciplinarietà) delle programmazioni.
Il progetto Etre nasce dall’ascolto dei bisogni delle compagnie emergenti lombarde, che a inizio 2000 stentavano a trovare spazi e finanziamenti per produzioni di qualità e faticavano ad entrare nei circuiti teatrali tradizionali, prevalentemente a causa della scarsità di risorse, dell’alta impermeabilità del settore e della bassa visibilità dei giovani gruppi.
Il progetto ha rappresentato un’opportunità di confronto aperto e continuo con le nuove leve del teatro lombardo (nelle fasi di ideazione e di realizzazione del progetto), facilitando l’ingresso e l’affermazione delle più promettenti e capaci nel settore dello spettacolo dal vivo in primo luogo a livello regionale e poi nazionale ed internazionale nel tentativo di scardinare le resistenze di soggetti già affermati a volte titolari di rendite di posizione e di relazioni privilegiate con le istituzioni. La partecipazione alle attività del Comitato scientifico (composto da 3 esperti e da 2 funzionari della Fondazione) e agli incontri con le potenziali residenze e con quelle selezionate ha dato modo alla Fondazione di migliorare le propria conoscenza del settore, di integrare le proprie competenze con quelle degli operatori professionisti e di individuare e favorire la sperimentazione e l’adozione di buone pratiche, al fine di stimolare l’imprenditorialità dei soggetti coinvolti. Purtroppo i tentativi di coinvolgere le istituzioni pubbliche nel progetto, esperiti in diverse fasi dello stesso e con diversi livelli di profondità, non hanno avuto fino ad ora esiti significativi. Da più parti si teme che le residenze vadano ad ingrossare le file dei richiedenti sostegno, senza riconoscere la novità dei processi di produzione, organizzazione e programmazione in un’ottica di servizio al territorio e nell’ambito di forme di “stabilità leggere”, lontane dalle rigidità e dalle contraddizioni della maggior parte dei teatri stabili.

Guarda giù sulla pianura: Campsirago by night.

Residenze alla milanese (e dintorni)
dal contributo di Mimma Gallina
Il progetto ETRE comincia a prendere forma fra il 2006 e il 2007, anche in risposta alle sollecitazione a Fondazione Cariplo da parte dei gruppi riuniti nell’associazione FAQ. Il modello organizzativo della “residenza” aveva già una storia di oltre dieci anni a livello nazionale (…)
La forma della residenza è quindi sembrata anche a Fondazione Cariplo la migliore per avviare un intervento che abbracciasse tutto il territorio regionale, finalizzato a migliorare la produzione dei gruppi emergenti e rafforzarne l’organizzazione, ma anche a formare e allargare il pubblico, a sensibilizzare gli enti e le comunità locali, e assieme interpretarne i bisogni. Nel prefigurare un possibile sistema di residenze lombarde e nel disegnare le regole per il bando, si è tenuto conto delle altre esperienze alla luce di alcune specificità della storia e degli assetti del teatro nella regione (…)
Ne è risultato un modello originale, con alcune particolarità – a cominciare dal fatto che sia stata una Fondazione Bancaria a promuoverlo- che lo distinguono dalle altre esperienze nazionali. (…)
Ora è tempo di bilanci. I risultati artistici di ciascuna residenza possono essere valutati molto diversamente. Entra nel merito Renato Palazzi, tirando le fila di un pensiero critico che ha accompagnato tutto il percorso. (…) Anche per un bilancio organizzativo bisogna considerare luci ed ombre. Il miglioramenti degli assetti e delle prospettive sarebbe un dato acquisito e generale, se i percorsi delle residenze non si fossero svolti nel contesto di una situazione segnata pesantemente dalla crisi economica e politica che il paese ha attraversato e attraversa: così che –in molti casi- il sostegno della Fondazione, da strumento di start-up o di sviluppo, ha finito per assumere la funzione di áncora per resistere ai tempi (il che peraltro non è poco).
I problemi maggiori si sono verificati con gli Enti locali (contrazione di contributi –per necessità o per scelta- cambi di amministrazione, conseguente messa in discussione di convenzioni) e per la latitanza della Regione Lombardia, particolarmente sorda nei confronti delle Residenze (nel quadro di una politica comunque non lungimirante –e poco generosa- rispetto al teatro e alla cultura in generale). Aspettative deluse anche per la maggior parte delle compagnie che puntavano alla conquista di un mercato nazionale più vasto (o semplicemente ad affacciarsi sul mercato): alcuni “prodotti” avrebbero meritato maggiori riscontri, ma la contrazione in atto nel sistema distributivo ha penalizzato organizzazioni ben più solide. Più gratificante per alcuni la scelta di rivolgersi all’estero, e lungimirante da parte della Fondazione aver contribuito ad orientare i gruppi e investito risorse in questa direzione (e da parte dell’associazione Etre aver individuato il fronte internazionale come uno dei terreni operativi principali).
Quasi ovunque risulta soddisfacente e crescente la risposta del pubblico, quindi la soddisfazione degli enti locali (anche quando al gradimento non ha corrisposto il riconoscimento). Per quanto riguarda il pubblico, un triennio non è certo sufficiente per costruirlo e consolidarlo, ma si sono poste le basi, o rafforzate dove già esperienze erano state avviate. Ce lo dicono in parte i numeri, e lo confermano i portavoce degli enti che abbiamo interpellato, entusiasti soprattutto nelle situazioni più periferiche e nuove al teatro, anche o soprattutto quando le proposte erano decisamente innovative, o comunque poco convenzionali. Quasi, perché non sono mancati progetti non del tutto sintonizzati con i territori, che hanno faticato a costruire relazioni, magari arrivandoci al termine dell’esperienza. (…)
Tutti i gruppi hanno inteso la residenza anche come un’opportunità per migliorare, consolidare (o creare) un’organizzazione efficace, il che non significa solo avere un organico dedicato, ma acquisire competenze, elaborare strategie, darsi un “pensiero” organizzativo ed economico coerente. Non esistono ricette per una buona organizzazione, e ciascuno ha cercato e sta cercando la propria strada –con maggiore o minore efficacia- in questo momento difficile e nuovo (anche) per il teatro.
Mantenendo l’equilibrio fra programmazione e flessibilità, sviluppo e contenimento, utopie e realismo, più d’una residenza ha puntato a soluzioni complesse, ha setacciato tutte le opportunità locali, creato legami nazionali, investito nella differenziazione dell’attività e guardato all’estero. (…)
L’associazione ETRE ha messo a fuoco fin dalle origini alcuni obiettivi: iniziative comuni promozionali (il festival Luoghi Comuni), servizi, formazione, potenziamento dei rapporti internazionali, rappresentanza politica e relazioni nazionali. Si sta avviando a diventare una realtà forte e riconosciuta, aperta anche a nuovi soggetti, negli anni ha perfezionato la propria funzione nelle direzioni indicate, si è affermata come uno strumento essenziale per l’insieme delle residenze e ha prospettive di crescita molto ampie. Ha inoltre, è non è l’ultimo merito, creato le premesse per collaborazioni fra i gruppi e per la circolazione di artisti e tecnici all’interno della rete, rendendola un ambiente anche professionalmente e umanamente solidale e coeso.
Il progetto ETRE è stato insomma uno dei fenomeno più significativi nella storia organizzative recente del teatro lombardo, e può dare ancora molti frutti, a livello regionale (con l’augurio che gli operatori da un lato, le istituzioni dall’altro ne colgano e raccolgano la portata innovativa), e nazionale dove –senza la presunzione di porsi come modello- costituisce un caso con cui misurarsi e cui guardare per il rapporto operatori/ pubblico/ privato, per chiarezza di obiettivi e flessibilità di attuazione, rispetto e valorizzazione dell’indipendenza e unicità dei progetti e assieme monitoraggio e accompagnamento.

Là dove cento fiori fioriscono: l’omaggio del Ringhiera a Fabio.

<font Residenze di tendenza?
dal contributo di Renato Palazzi
L’aver fatto parte del comitato scientifico del progetto Etre è stata un’esperienza densa, impegnativa, sfaccettata, che si è protratta per quasi quattro anni lasciandosi alle spalle una quantità di interrogativi e di spunti di riflessione. (..)
La fase più complessa, come spesso accade in questi casi, è stata quella della selezione, ovvero della messa a punto di criteri di scelta che consentissero di individuare delle qualità artistiche e organizzative già in atto, ma anche delle personalità ancora in fieri, con dei presumibili margini di crescita. Nel complesso, credo si sia riusciti in buona misura a contemperare le due esigenze. Molto più incerta e delicata si è rivelata la fase successiva, quella del tutoraggio, dell’assistenza e del sostegno nei confronti dei gruppi ammessi (…)
In generale, credo si possa dire che l’iniziativa del progetto Etre ha ottenuto gli effetti che si prefiggeva sulla carta: suggerire, sperimentare un diverso modello di stabilità, favorire nuove ipotesi di decentramento, costruire una rete di organismi lombardi in grado di interagire fra loro ampliando un panorama finora piuttosto rigido. Il momento culminante di questo percorso è stato a mio avviso il bel festival Luoghi Comuni 2012, il cui variegato programma – nel suggestivo scenario di Bergamo Alta – è riuscito ad attirare un’attenzione degli operatori e della stampa su scala veramente nazionale.
Non sono certo, invece, che le residenze Etre nel loro insieme siano riuscite a esprimere una tendenza, una forte vocazione alla ricerca che possa incidere in profondità sul rinnovamento estetico e generazionale della scena italiana, come è accaduto in altre zone più ricche di fermenti (..). Nel panorama lombardo, in generale, è difficile trovare gruppi giovani o giovanissimi dall’autonoma personalità e dallo spiccato talento: come anche la partecipazione ai bandi Cariplo ha dimostrato, predomina piuttosto una fascia di realtà intermedie, già abbastanza mature e dotate di una propria professionalità collaudata.
La Lombardia non è mai stata un’area fertile per le esperienze di innovazione e sperimentazione, e su questo tema andrebbe avviata anche in questa sede una breve riflessione. Fra le cause storiche di questo stato di cose vi è sicuramente il fatto che qui, nel ’47, è nato il primo teatro pubblico italiano, imponendo un modello di rapporto fra teatro e società che ha determinato di per sé il perpetuarsi di una visione fortemente istituzionale, volta più alla stabilizzazione che alla difesa di una rigorosa indipendenza.
Molto ha contribuito, a mio avviso, anche il fatto che nella sola Milano si registra un’altissima concentrazione di scuole di teatro, la Paolo Grassi, quella del Piccolo Teatro, l’Accademia dei Filodrammatici, l’Arsenale, Quellidigrock, il CTA, oltre a un’inesauribile quantità di corsi e laboratori di ogni tipo: questa ricchezza didattica consolida ovviamente la consapevolezza tecnica dei giovani attori e registi, ma ne orienta probabilmente anche le scelte, rischiando di aprire davanti a loro dei percorsi in qualche modo stabiliti: non a caso molti dei nuovi gruppi che in questi anni hanno contribuito a cambiare la scena italiana rivendicano con orgoglio la loro vocazione auto-formativa.
Ha influito forse, a mio avviso, anche la progressiva omologazione linguistica, la sempre maggiore difficoltà di riconoscersi in una parlata, in un dialetto, in una cultura locale: non a caso la zona dalla quale è emerso il maggior numero di compagnie è quella di Bergamo e Brescia, dove ancora si coglie con chiarezza una tracimante identità espressiva, mentre il milanese resta ad esempio una lingua morta, un remoto retaggio ottocentesco, lontanissimo da qualunque uso quotidiano.
Ma la causa prima di questo panorama lento a muoversi è secondo me l’assenza di un grande festival che faccia da elemento trainante e punto di riferimento: le aree che hanno dato al teatro una quantità di nuovi apporti sono, a ben vedere, proprio quelle dove esistono i festival più vivaci e stimolanti, la Romagna di Santarcangelo, la Toscana di Castiglioncello, di Radicondoli, di Volterra, il nordest di Dro, di Bassano, della Biennale Teatro, la Calabria di Castrovillari, vero volano di tutto il Sud.
I festival informano, aggiornano, invitano alle scoperte, fanno da osservatorio sulle nuove tendenze e al tempo stesso compiono un costante monitoraggio del territorio, individuando e selezionando le energie emergenti. E’ attorno ad essi che si forma soprattutto il gusto degli spettatori più giovani, sono loro che spesso incoraggiano e sostengono le nuove produzioni. Un festival è fatto di un programma, di un luogo, di un certo modo peculiare di attirare un proprio pubblico. In Lombardia, se si escludono i piccoli festival milanesi, “Danae”, “Uovo”, “MilanOltre”, “Da vicino nessuno è normale”, sempre compressi nel tempo, sempre alle prese con mille ristrettezze economiche, le manifestazioni del genere sono praticamente assenti: ed è infatti a mio avviso su questo versante che bisogna lavorare per il futuro.

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