#BP2013 @Valore Cultura La lettera aperta di ateatro al ministro @MassimoBray

In vista dell'incontro di Scandicci del 22.11.2013

Pubblicato il 19/11/2013 / di and / ateatro n. #BP2013_ValoreCultura , 146 / 0 commenti /
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La segreteria del ministro ha informato che Massimo Bray non potrà intervenire, perché impegnato nel Consiglio dei Ministri convocato per il 22 novembre. 


Gentile ministro Massimo Bray,
siamo davvero felici che il Suo dialogo cordiale e franco con le forze vive del teatro, iniziato il 19 ottobre a Milano, prosegua anche il 22 novembre a Scandicci, in una mattinata che sarà certamente interessante. Il necessario rinnovamento del nostro sistema teatrale deve passare attraverso il confronto e l’approfondimento: ci aspettiamo indirizzi chiari, trasparenza, accoglienza di nuove forme di rappresentanza, e magari il riconoscimento di alcuni errori su aspetti rilevanti compiuti in passato dal Ministero (come il passo indietro sulla triennalità o la rigidità dei criteri quantitativi…).
Siamo curiosi di conoscere lo sviluppo di iniziative lanciate proprio il 19 ottobre: la proposta dell’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo del Corno di un “tavolo cultura” in vista di Expo 2015; la soluzione annunciata ai problemi causati ai teatri pubblici dalla “spending review”, posti con urgenza dal Piccolo Teatro di Milano; l’evoluzione del dibattito sul futuro del Teatro Valle.
Su un orizzonte più ampio, è inutile ricordarLe che quello dello Spettacolo dal vivo è un ecosistema fragile, reso ancora più precario dalla grave crisi che sta attraversando l’Italia, e che tuttavia porta in sé enzimi preziosi e necessari allo sviluppo civile ed economico del Paese. Per questo è importante che, nel disegnare lo sviluppo del nostro teatro nei prossimi anni (perché questo è il compito che dovranno svolgere i Decreti di prossima emanazione), non si compiano scelte frettolose, che rischiano di compromettere quel che di buono ancora resiste e causare in alcuni casi gravi contraccolpi sull’occupazione.
Abbiamo molto apprezzato la sua volontà di difendere (e magari reintegrare) il FUS: sarà un segnale davvero importante per l’intero settore. Confidiamo che i provvedimenti già annunciati nella legge “Valore Cultura” (eventi al di sotto dei 200 partecipanti, nuovi spazi da recuperare per le arti e lo spettacolo, archivi) trovino al più presto attuazione pratica anche per il teatro: siamo certi che, opportunamente disciplinati, daranno un grande stimolo al settore, grazie soprattutto all’entusiasmo dei più giovani.
Per quanto riguarda il prossimo futuro, siamo convinti che, per essere efficace e feconda, qualunque riforma del sistema teatrale italiano debba in primo luogo fare chiarezza sulle diverse funzioni. Le categorie in cui si è riconosciuto il teatro dalla fine degli anni Ottanta a oggi le ha ingabbiate in una serie di categorie, che però hanno via via offiscato la loro missione, perdendo la loro specificità.
Uno dei mali storici del nostro teatro è la confusione tra interesse privato (e teatro commerciale) e funzione pubblica. Basta guardare i cartelloni di molti teatri, invasi da operazioni mordi e fuggi, spesso di scarso respiro, costruite intorno a un nome di richiamo cinematografico o televisivo. Spettacoli spesso dignitosi, ma che grazie al loro potenziale commerciale non dovrebbero avere bisogno di un sostegno pubblico così ingente. In generale, riteniamo che il finanziamento pubblico debba essere collegato a una chiara progettualità culturale, sia nel rapporto con la tradizione sia nell’esplorazione di nuovi linguaggi e forme.
Va inoltre ribadita la centralità e la specificità del teatro pubblico, fondata sulla continuità e sulla qualità della produzione culturale e del servizio, che dovrebbero essere garantite su tutto il territorio nazionale. Il progetto di una élite di “teatri nazionali” ci pare contraddire quella che è la storia del nostro teatro, ed è dunque difficilmente praticabile. I teatri stabili non devono essere cancellati, ma “obbligati” a svolgere bene i lori compiti: tenendo conto delle loro vocazioni storiche e territoriali, devono fare “un teatro d’arte per tutti”, ma anche garantire ricambio generazionale e rinnovamento del linguaggio teatrale. Ci inquieta la rimozione dal dibattito di termini come “innovazione”, “ricerca”, “sperimentazione”, “contemporaneità”.
Alcune funzioni del teatro pubblico possono essere assolte anche da privati, là dove il teatro pubblico non esista o non sia più in grado di svolgere il suo compito. Questa molteplicità – collegata a una chiara progettualità nelle funzioni e nel rapporto con il territorio, prima che alle dimensioni d’impresa – è essere garanzia di pluralismo e indipendenza. Confidiamo che queste indicazioni possano risultare utili a chi deve mettere mano alla annunciata operazione di “scrematura” dei soggetti finanziati dal FUS.
Un ulteriore elemento critico riguarda il rapporto tra lo Stato e gli enti locali: questo significa divisione delle rispettive funzioni e distribuzione delle risorse. Il Ministero dovrebbe far tesoro delle esperienze particolarmente interessanti di alcune regioni e fondazioni bancarie, sul fronte sia del rapporto con il territorio sia del meccanismi di selezione e monitoraggio di soggetti e progetti.
Nell’ultimo decennio, uno strumento flessibile come le residenze ha sopperito alle rigidità del sistema e svolto una essenziale funzione di raccordo con il territorio: la definizione e il possibile sviluppo delle residenze sono uno dei temi chiave dei decreti, un indizio di come dovranno integrarsi ed equilibrarsi le competenze di Ministero ed enti locali.
Concludendo, ci sembra fondamentale tornare ai temi della trasparenza e dei meccanismi di selezione e valutazione, indispensabili affinché l’auspicato ricambio sia davvero efficace. Devono essere chiari non solo i compensi, ma anche i profili richiesti alle figure apicali; i loro progetti vanno valutati sia al livello delle intenzioni sia di quello dei risultati, attraverso un costante monitoraggio (a maggior ragione se verrà recepita la triennalità). Suggeriamo la creazione – accanto a quelle nazionali, ridotte all’osso – di Commissioni territoriali in grado di valutare effettivamente l’attività svolta.
Come si è ripetuto il 19 ottobre, il nostro teatro non ha saputo dare spazio e valorizzare le donne e i giovani (magari con l’obbligo per gli stabili di coprodurre od ospitare giovani compagnie, con quote minime). Il teatro sociale e di comunità, che ha aperto la strada a inedite modalità di inclusione, è ormai un patrimonio che è ormai di tutta la cultura, anche se non viene pienamente valorizzato. Siamo fiduciosi che Lei riuscirà a ribaltare questi elementi di criticità, che possono diventare opportunità.
RingraziandoLa dell’attenzione, le auguriamo di tutto cuore buon lavoro. Il Suo è un compito certamente difficile, ma condividiamo la sua fiducia e il suo entusiasmo nella possibilità di riattivare il nostro teatro, un “valore culturale italiano”.

Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino
Associazione Culturale Teatro

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