#bp2013 Giù al nord: il teatro pubblico e la città

Il verbale dell'incontro di Milano

Pubblicato il 04/12/2013 / di / ateatro n. #BP2013_Milano , 143 / 0 commenti /
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Si comincia…

foto di Roberta Ursino

Massimo Navone dà il benvenuto a nome della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” e ringrazia Oliviero Ponte di Pino e Mimma Gallina per aver coinvolto la scuola in questo incontro.

foto di Roberta Ursino

Il fondatore della scuola ha ispirato il teatro pubblico e la scuola ha tentato di rimanere fedele ai suoi principi, che tuttavia il teatro pubblico ultimamente ha in parte abbandonato, ostacolando anzi il ricambio generazionale. “Io credo”, ha concluso Navone, “che questa scuola si possa impegnare per restituire energia al sistema teatrale, una spinta vitale che solo le nuove generazioni possono portare.”

Oliviero Ponte di Pino presenta il programma del pomeriggio, saluta i presenti, ringrazia Filippo Del Corno e il professor Severino Salvemini per la loro presenza e passa la parola a Mimma Gallina per un ricordo di Gianni Valle, a cui è dedicato l’incontro.

Mimma Gallina: “Gianni, partito come noi dalla Scuola (che ancora non si chiamava Paolo Grassi), ha aperto il Teatro Franco Parenti e condiviso l’impresa dell’apertura dei teatri di quartiere da parte del Piccolo Teatro. Ha fondato con Fiorenzo Grassi il Teatro di Porta Romana, un’avventura culturale di grandissima importanza per Milano, perché ha scoperto autori e registi e per il ruolo che ha avuto nell’evoluzione del teatro cittadino. Gianni aveva una profonda attenzione per i giovani, per la nuova drammaturgia e per tutto ciò che poteva innovare il teatro e in particolare la scena milanese. Su questa linea, ha collaborato alla fusione del Teatro di Porta Romana e del Teatro dell’Elfo. Ha avuto anche molte esperienze fuori Milano, per esempio in Sicilia. Di recente ha collaborato con il Comune di Milano per redigere i criteri di valutazione delle realtà convenzionate.”
“L’espressione buon governo del teatro, che è l’insegna di questa annata di Buone Pratiche”, conclude Mimma Gallina, “ben si addice alla storia di Gianni, perché buon governo non vuol dire solo amministrare bene, ma anche essere presenti, appassionati, informati, anche ironici, e saper ascoltare gli interlocutori in grado di contribuire al cambiamento del teatro.”

Andrée Ruth Shammah si unisce al ricordo di Gianni Valle: “L’argomento che trattiamo oggi a Gianni stava molto a cuore. Per lui ‘pubblico’ voleva dire ‘etico’, era questo il senso del nostro lavoro. Gianni poteva sembrare inconcludente nel breve termine, ma per lui questa inconcludenza voleva significare che non era necessario “portare a termine a tutti i costi per portare a casa un risultato”, ma voleva dire essere sempre in armonia con quello che si pensa. Gianni era pieno di contraddizioni, come l’argomento di questi convegno: il suo modo di essere sarcastico aleggerà per tutto il pomeriggio. Dedicare l’incontro a Gianni Valle vuol dire ricordare che il lavoro del teatro non può essere spiegato nell’immediato.”

Fiorenzo Grassi si commuove nel ricordare l’amico e il compagno di tante imprese teatrali: “E’ merito o colpa di Gianni se sono rimasto nel teatro, dopo aver lasciato il Teatro Uomo. Lavoravo per Andrée, ma il progetto del Teatro Uomo andava avanti. Abbiamo condiviso per anni il legno della stessa scrivania, ora a dividerci è purtroppo un altro legno. Gianni è stato, per tutti noi, un teorico della decrescita felice. La mia operatività e il suo carattere meditativo sono stati strumenti fondamentali per il nostro lavoro: insieme abbiamo cercato di innovare il teatro, smuovere e cambiare le rotte della scena milanese. Poco prima che morisse, ci siamo incontrati spesso, nonostante lavorassimo per teatri diversi: i dialoghi, le opinioni che ci scambiavamo ci servivano per analizzare il periodo difficile e di profonda crisi in cui viviamo.”

Da twitter: #bp2013 Mimma Gallina: un sistema fermo a 30 anni fa

Mimma Gallina “Il teatro pubblico in Italia nasce nel dopoguerra con il Piccolo Teatro di Milano, ma lo stesso Strehler sapeva che gli stabili non erano sufficienti a sconfiggere la crisi e l’involuzione del sistema teatrale italiano, per lui fermo e corroso. Nel 1972 Strehler lamentava che non esisteva ancora una rete di teatri pubblici, e che non ci sarebbe stata nemmeno nell’immediato futuro.
Il sistema dei teatri stabili che abbiamo di fronte ha una lunga storia alle spalle: si è formalizzato alla fine degli anni Ottanta. Quello che è successo da allora ha portato a una sostanziale staticità del sistema: le istituzioni non hanno saputo innovarsi e non hanno saputo cogliere gli input inviati dal contesto. E le regole attuali non sono in grado di cambiare il sistema.
Ci sono però due novità. La prima è la definizione di “bene comune”, che arricchisce di senso il teatro pubblico; la seconda sono le fondazioni bancarie, con la loro attività a supporto della cultura.
Il “decreto Tognoli” del 1992 (applicato nel 1993) ha messo ordine nel teatro pubblico, sotto diversi punti di vista; tuttavia quel provvedimento non trattava però alcuni aspetti, che sono proprio quelli che oggi pongono i maggiori problemi, dalle funzioni del direttore del teatro alla durata del suo incarico. In effetti il “decreto Tognoli” menzionava un direttore unico, mentre gli attuali decreti parlano di una “direzione”, un termine che dà la possibilità ai diversi enti di trovare un loro assetto, ma può anche creare sovrapposizioni di ruoli e funzioni tra la figura del direttore e quella del presidente.
Un’altra novità emerge dallo scenario attuale. Alcuni stabili, che avevano la fama di essere “spendaccioni”, trovandosi senza risorse attuano collaborazioni produttive con le compagnie locali: anche questo è un modo di fare di più con meno. Gli stabili pubblici devono aprirsi al contesto territoriale in cui operano, e alle sue istanze, mentre gli stabili privati devono rinnovare la propria legittimità.”

Da twitter: #bp2013 I teatri pubblici dovrebbero mettere a bando le posizioni apicali

Oliviero Ponte di Pino motiva la scelta di Milano come sede dell’incontro dedicato al teatro pubblico: “La città – attraverso l’amministrazione comunale – lavora da tantissimo tempo sull’articolazione di diversi modelli di teatro pubblico: ha dato vita a un sistema di convenzioni attivo ormai da molti anni. E’ un modello di continua evoluzione, che rappresenta un punto di forza del sistema culturale cittadino.”

Filippo Del Corno (assessore alla Cultura, Comune di Milano) inizia l’intervento citando Gianni Valle: “Gianni ha partecipato attivamente alla definizione dei criteri della convenzione che regola i rapporti tra il comune di Milano e gli enti teatrali. In questa definizione ci sono alcuni grimaldelli che vale la pena elencare per dare risposte positive alle problematiche emerse dagli interventi che mi hanno preceduto.
Nelle linee guida delle convenzioni si parla:
# di ricambio generazionale, sia nell’organizzazione sia nelle compagini artistiche;
# di sinergia tra le varie zone della città;
# del processo di istituzione delle residenze multidisciplinari all’interno dei teatri;
# di progetti e attività finalizzati all’integrazione delle comunità straniere.

foto di Roberta Ursino.

Oggi la situazione delle sovvenzioni pubbliche si è fatta drammatica, ma una possibile via da seguire ce l’ha indicata l’assessore al bilancio del Comune di Milano, Francesca Balzani: dobbiamo costruire insieme il bilancio per la cultura, senza limitarsi a comunicare che c’è un “tot” di buco, ma mettendo in equilibrio le risorse disponibili e le effettive necessità di investimento e disporre le risorse per ordine di priorità, importanze e necessità. È finita l’epoca del pie’ di lista e dell’ente locale come bancomat. Non possiamo più pensare a una istituzione che sovvenziona gli enti che fanno cultura, a prescindere dal modo in cui la fa e la organizza. Va riformulato il patto tra enti locali e istituzioni culturali, valutando in maniera corretta e giudiziosa la solidità delle diverse organizzazioni.
Le realtà sovvenzionate a Milano danno una valore aggiunto alla città, ma devono emergere come massa critica in modo da fare un patto con il capitale privato. Il comune di Milano deve essere alleato di questo progetto.

La governance: una amministrazione pubblica non ha potere di coercizione, ma ha gli strumenti per innovarsi e inventare nuove forme nel mercato del lavoro. Uno di questi strumenti è il bando, che dà una durata ai progetti e consente il necessario ricambio, oltre che premiare le realtà davvero virtuose. Bisogna inventare nuove forme di partecipazione degli enti di cultura, come il bando.
Vediamo che a essere sconfitta non è certo la vitalità della proposta che offrono le realtà teatrali e culturali: dobbiamo investire su questa vitalità e innovare le pratiche e i metodi di fare teatro.”

foto di Roberta Ursino.

Severino Salvemini (Università Bocconi) espone i temi del suo intervento:
1. La cultura non può essere solo privata.
2. Il teatro come bene di merito.
3. Il teatro pubblico deve aver un progetto istituzionale.
4. Una governance non fluttuante.

“Kulturinfarkt (pubblicato in Italia da Marislio) è un libro interessante, che espone alcune ricette dell’economia per risolvere i problemi di mala-governance e ridurre gli sprechi nei fondi destinati alla cultura. Secondo gli autori, bisogna “affaticare” il sistema della cultura per risvegliarlo. Secondo me non è una ricetta efficace, perché il mercato non è sufficiente a sostenere la cultura.
In primo luogo, c’è quello che gli economisti definiscono il “morbo di Baumol”: in settori come lo spettacolo, i costi del lavoro non possono essere compressi dalle economie di scala, visto che si tratta di mestieri prototipali. Dunque i meccanismi dell’economia di scala non possono essere applicati alla cultura.
Il teatro ha una funzione educativa e pedagogica: per questo lo considero un bene di merito. Esiste un “effetto parabola”: oltre a un repertorio prettamente commerciale, che ounta al godimento immediato, esiste un repertorio che lavora sull’educazione del pubblico e agisce con una parabola di medio e lungo termine e cerca di controbilanciare la concorrenza eccessiva del mercato teatrale.
Insomma, l’economicità può fortificare il sistema teatrale, ma non basta a sostenerlo, altrimenti il teatro diventerebbe soltanto una comunità atrofizzata di prodotti da vendere.
Il rapporto tra teatro e territorio è un tema poco trattato, se non sotto l’aspetto dell’impatto. Il territorio illuminato è quello dove la policy culturale fa emergere le necessità dal basso, ma viene pilotato dall’alto in modo illuminato. Il rapporto tra cultura e territorio non si può ridurre all’impatto generato, ma deve valutare quanto la cultura riesca a trasformare il patrimonio cognitivo del contesto, cioè come la gente pensa in quel determinato territorio.
Gli input cognitivi del territorio bisogna prenderli dalla cultura.
Un esempio: il teatro di Schio, in provincia di Vicenza, distretto tessile. Il teatro era abbandonato da trent’anni, il sindaco ha visto in questa realtà una necessità da sollevare: il progetto è stato rimesso all’attenzione dei cittadini, tramite un referendum. In questo caso, è più importante il processo del prodotto.
Il nostro futuro dipende dai semi cognitivi offerti dal territorio.
Se il teatro è pubblico, deve avere un progetto istituzionale. La funzione pubblica del teatro, in Italia, non è mai stata molto chiara: ma senza una funzione fortemente perseguita, il teatro naviga senza indirizzo.
La scarsa chiarezza progettuale del teatro pubblico, visto alla luce dei consigli d’amministrazione, provoca una strategia incrementalistica basata su quello che si è fatto in passato, a metà tra sperimentazione e repertorio commerciale. Oggi, se giudico dalla programmazione e dalle produzioni, faccio fatica a cogliere le differenze tra teatro pubblico e privato.
Varrebbe la pena di teorizzare un po’ di più sul sistema del teatro pubblico e poi comunicare queste teorie.”

Da twitter: #bp2013 Severino Salvemini: oca chiarezza amministrazioni su funzione teatro pubblico, scarsa differenza proposte diversi tipi teatro

foto di Arianna Carone.

Angelo Curti (Teatri Uniti) comincia il proprio intervento citando il presidente Mao: “Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente.”
“Siamo in una situazione di passaggio. Teatro pubblico: non c’è teatro se non c’è pubblico. Teatro privato: privato di qualcosa che ha il pubblico.
Il sistema teatrale punta molto sul prodotto e gli stabili pubblici vivono una sorta di chiusura dinastica che porta i direttori artistici a “matrimoni tra consanguinei”.
Teatri Uniti non fa parte del teatro pubblico, è una compagnia che non gestisce una sala, e tuttavia mi sento legittimato a parlate di teatro pubblico perché lavoriamo con i teatri pubblici che producono io nostri spettacoli.”

Da twitter: #bp2013 Angelo Curti: senza gestione spazio concentrazione totale su spettacoli diventa vantaggio

foto di Arianna Carone.

Fausto Paravidino: “Cos’è un teatro pubblico? ‘Un teatro d’arte per tutti’, diceva Paolo Grassi. Ma cosa vuol dire oggi, quando il teatro si rivolge a una élite ristretta? Che differenza c’è fra pubblico e privato? Non lo so esattamente. Proviamo a mettere al centro la frase di Grassi. Conosciamo e condividiamo la lista delle cose che non funzionano nei teatri pubblici. ‘Per tutti’ ormai vuol dire perdere meno utenza possibile. Non c’è innovazione del sistema e la quarta parete è troppo spessa per lo spettatore. Se riuscissimo a coordinare e favorire il lavoro fra artisti, scuole e istituzioni lavoreremmo tutti meglio.”

Fiorenzo Grassi (Elfo-Puccini): “Il teatro pubblico vive in una sorta di autismo sempre più grave, anche a causa dei continui attacchi.
Il principio di stabilità è un modello superato, che va radicalmente rivisto. La mappa delle eccellenze italiane è cambiata: l’eccellenza consiste nella visionarietà e nella capacità di espandere un progetto.
Milano è una situazione privilegiata, la chiave non è la managerialità, ma la precisione delle funzioni. Se però facciamo l’esame di geografia al teatro pubblico italiano, ci troviamo di frotne una Caporetto: ci sono sacche di criticità che andrebbero messe a fuoco. Il decreto Tognoli rifletteva l’andamento teatrale ed era avanti rispetto i tempi, ma i teatri pubblici non hanno realmente colto la sua innovazione.
Il teatro privato potrebbe accettare una governance istituzionale, ma chi ne pagherà i debiti?”
Grassi conclude con un accorato appello: “Alla fine della mia carriera, mi batto perché questo mestiere rimanga un mestiere e perché i giovani professionisti non siano solo figli di ricchi o dilettanti.”

Da twitter: #bp2013 Fiorenzo Grassi: forti criticità nel teatro pubblico, in quello privato, nell’area innovazione (che sono diventati “stabilini”

foto di Roberta Ursino.

Andrée Ruth Shammah (Teatro Franco Parenti): “Per me è difficile parare di teatro pubblico in modo indiscriminato: dipende da chi e dove, e dal contesto. Nel mondo del teatro, ci si attacca senza essere frontali. A Milano è impossibile parlare del Piccolo, di ciò che era e di ciò che è. Se il denaro pubblico viene dato per investire sulla novità, penso che il patto che sta alla base dell’investimento pubblico in teatro non venga mantenuto. Il teatro pubblico deve avere un ruolo di servizio, deve avvertire la responsabilità di prendere soldi pubblici, il denaro dei cittadini. Cosa ne facciamo, di questi soldi? Li investiamo per innovare il teatro italiano? Facciamo un confronto con la città che ci ospita? Allora, investiamo per il cittadino? Oppure lo facciamo per una questione istituzionale? Noi teatranti dobbiamo prendere il denaro pubblico con la convinzione che debba ritornare al pubblico.

Da twitter: #bp2013 Andrée Ruth Shammah: non basta rinnovare il teatro x assolvere proprie responsabilità uso denaro pubblico: serve rapporto con la città

Mimma Gallina segnala alcune possibili evoluzioni del sistema teatrale italiano: semplicemente “Togliere ai ricchi per dare ai poveri”, come prefigurava Salvo Nastasi alle Buone Pratiche di Firenze, oppure creare un sistema basato su solide basi?

foto di Arianna Carone.

Alessandro Riceci (Teatro Valle Occupato): “Gli stabili pubblici oggi non ci sono, non parlano. C’è solo il teatro privato. Si parla di un forte senso etico nel nostro lavoro, e tuttavia non cambia niente. Perché? Perché questa massa critica non ha la forza sufficiente per scardinare le vecchie concezioni? Non è possibile che la politica, sindacati e associazioni non sappiano com’è la realtà e non facciano il loro lavoro.

La programmazione del Teatro Valle deve essere una riflessione continua sul fare teatro, sulla propria identità e sul contesto sociale che ci sfida continuamente. Oggi la crisi peggiore è quella dell’immaginazione. Dobbiamo iniziare un processo di trasformazione, di auto-governance.
Per noi sono indispensabili la formazione, perseguire gli scambi tra gli artisti, non trattare lo spettatore come cliente, ma farlo sentire a casa propria. Vogliamo partire dal teatro e non dal bilancio: il bilancio del Teatro Valle è zero, noi ne parliamo in termini di bilancio sociale. Dobbiamo rimettere al centro la cultura.”

Da twitter: #bp2013 @Valleoccupato: contro il sistema di potere che regge il ns teatro contro pessime condizioni lavoro settore

Silvio Castiglioni: “Ci siamo battuti per un teatro pubblico. Anche nell’area dell’innovazione, i Centri di Ricerca avevano questa spinta. Ma oggi il nostro paese ha la capacità di raccogliere questi semi? L’innovazione non è un appannaggio dei giovani, è una necessità fisica che va perseguita e protetta. È chiaro che i teatri di innovazione non stanno assolvendo il loro compito: c’è forse bisogno di una forza esterna per cambiarne le rotte, o possono riuscirci da soli? L’innovazione è necessaria, ma come dare fiato a queste istituzioni? Il teatro non è edificante, ma edifica. Questa funzione pubblica va dichiarata fortemente ed è l’unica che ci può aiutare a capire cosa è il teatro.”

foto di Arianna Carone.

Davide D’Antonio (Associazione Etre): “I membri di Etre non fanno parte dei teatri pubblici: lavoriamo in un ambito regionale e con il territorio delle nostre residenze. Non vogliamo essere come i teatri pubblici: vorremmo dialogare con loro, ma questo non è possibile. Le residenze hanno un budget che per l’80% va alla produzione, e questo è impossibile per un teatro pubblico. Noi cerchiamo il dialogo, in modo molto semplice, su processi che si possono creare assieme, in un sistema più organico. Noi ci appoggiamo ad altre risorse, a cui i teatri stabili non vogliono neanche accedere.
Le istituzioni devono lavorare con le varie realtà culturali in un progetto non spezzettato in tanti piccoli progetti, ma a progetti unitari per disperdere meno risorse possibili.”

Mimma Gallina precisa che una delle ragioni per cui è sembrato opportuno riflettere su questo tipo di residenze (un’esperienza assai varegata) fa riferimento all’esperienza dei centri lombardi che accolgono e “accompagnano” le residenze, integrando la stabilità di innovazione in una modalità più innovativa ed efficace (e tornando, per certi aspetti, all’esperienza originaria dei Centri di Ricerca).

foto di Arianna Carone.

Maurizio Schmidt: “In questa scuola ha senso parlare di formazione continua. Non so se il teatro pubblico persegua questo obiettivo, ma è una funzione che dovrebbe essere alla base del suo impegno.
Oggi il sistema non ha la possibilità di garantire lavoro all’ondata di nuovi professionisti che escono dalle scuole. C’è la necessità, da parte dell’attore, di avere un luogo che sia una casa e garantisca l’auto-formazione continua. Si tratta sempre di fare degli spettacoli, ma in modalità differente. Dobbiamo ricordare che i teatri che hanno fatto la storia dello spettacolo nel Novecento sono stati casa di formazione continua. Le scuole alimentano il sistema. All’estero, questo accade, ci sono gli strumenti.
Le ultime generazione hanno una vocazione all’auto-formazione e la vivono come un atto di ricerca di dignità. Dobbiamo guardare al teatro non solo in termini di occupazione, ma anche rispetto ai periodi di ‘non occupazione’”.

Da twitter: #bp2013 Maurizio Schmidt sulla formazione permanente e continua come funzione pubblica: anche necessità di una casa cui tornare

foto di Arianna Carone.

Andrea Rebaglio (Fondazione Cariplo): “Per le fondazioni è un momento particolare: la crisi economica e le difficoltà delle banche, le polemiche sul pagamento dell’IMU, il caso Monte Paschi… Anche la Fondazione Cariplo vive un periodo di passaggio. Stiamo facendo il bilancio di questi sei anni.
La crisi ha indebolito gli enti di cultura e la fondazione si è interrogata molto su questa situazione. Dopo aver effettuato una serie di indagini, abbiamo cercato di venire in soccorso del sistema culturale usando il metodo dei bandi. Per esempio, “Cultura sostenibile” è un bando che vuole spingere le realtà culturali a migliorare la loro struttura e efficienza, lavorando sull’organico interno e sul pubblico esterno.
Abbiamo cercato di stendere una metodologia in base alla quale erogare i contributi e valutare i meriti degli enti finanziati: prendendo in considerazione per esempio la metodologia organizzativa e i valori di sobrietà dell’ente.”

Da twitter: #bp2013 Andrea Rebaglio sui nuovi bandi: come valutare l’utilità pubblica di un progetto o di una iniziativa?

Mimma Gallina chiede: “Esiste e potrebbe esistere un tavolo di confronto, anche politico, per coordinare eventuali azioni di d’intervento d’innovazione del sistema?”

Andrea Rebaglio: “La Fondazione ha perseguito l’innovazione con la creazione di bandi nuovi e originali. Noi vorremmo far riflettere gli enti pubblici e lavorare con loro per ripianificare l’offerta culturale del loro territorio.”

Dopo gli interventi dedicati alla situazione del teatro pubblico, viene approfondito il secondo tema dell’incontro.

Oliviero Ponte di Pino: per affrontare il tema del rapporto tra il teatro e la città, abbiamo pensato di partire da due libri. Il primo è opera di un pedagogista, il secondo di un architetto e urbanista. Offrono dunque due prospettive diverse e ugualmente interessanti: possono aiutarci a riflette su cosa significi reinventare la funzione di una città attraverso una proposta culturale.

foto di Arianna Carone.

Fiorenzo Alfieri: “Il mio libro si intitola Una città che non c’era. Parla di Torino e di come l’amministrazione abbia investito in una politica sociale e culturale per migliorare la qualità della vita dei cittadini: l’effetto è stato un aumento della popolazione negli ultimi dieci anni.
Nel giugno 1993, dopo l’approvazione della nuova legge elettorale che prevedeva l’elezione diretta del sindaco, alle comunali torinesi ha vinto un candidato che non veniva dalla politica, Valentino Castellani. L’amministrazione era anomata da una forte volontà di alzare il livello qualitativo della città e favorire lo sviluppo a partire dall’investimento pubblico. Dal 1997 si è aggiunto un secondo principio: per poter posizionare Torino tra le città “appetibili”, l’amministrazione ha lavorato per rendere meno drastico il declino della città, dopo l’abbandono da parte della FIAT. Abbiamo preso a modello alcune città che sono riuscite a risollevarsi e innovarsi come Glasgow e Bilbao, per lavorare con coraggio a una nuova politica cittadina.”

Stefano Boeri, autore di Fare di più con meno: “A Milano si è lavorato sui grandi eventi, catalizzatori di interesse, e su progetti che permettono di concentrarsi su un obbiettivo sul quale bisogna lavorare in modo unitario. I grandi eventi come Olimpiadi o Expo imprimo alla città un’accelerazione straordinaria, che però è un’arma a doppio taglio: il rischio di insuccesso è elevato, vedi i casi di Saragozza e Hannover. Deve essere molto chiara e condivisa la missione che si dà all’evento, e deve essere comunicata bene alla città e all’esterno.”

Fiorenzo Alfieri: “E’ necessaria una pianificazione strategica. E’ necessario fare un patto tra tutte le realtà coinvolte, non solo enti e istituzioni, ma anche le diverse espressioni della città. La candidatura olimpica di Torino è frutto di questa voglia di rivalsa: in un mese e mezzo abbiamo messo a punto la strategia che ha portato facilmente alla vittoria sulle altre candidature. Le Olimpiadi del 2006 hanno dato impulso allo sviluppo della città.
Il 150° anniversario dell’unità d’Italia è stato un altro evento che ha aiutato questo rinnovamento urbano. Torino ha ampliato il perimetro del reperimento delle risorse (con il coinvolgimento dei privati) per aumentare l’offerta culturale della città. E’ anche cambiato il giudizio dei torinesi sulla loro città. E’ questa la base su cui si è lavorato e si lavora tuttora: l’investimento migliore è quello sul cittadino.”

foto di Arianna Carone.

Stefano Boeri: “Gli investimenti in cultura devono incidere sui processi culturali e lavorare sull’indotto, in modo da creare un strumento moltiplicatore per investimenti futuri. Bisogna condividere il rischio organizzativo ed economico con gli enti privati. Le convenzioni con i teatri hanno tenuto conto della vivacità di progettazione degli enti culturali che fanno rete con il contesto e il territorio.”

Mimma Gallina: “La cultura non è subalterna del turismo, ma deve sicuramente tenerne conto. Visto che gli investimenti in cultura sono sempre più ridotti, come si può fare della creatività un’economia? E come coinvolgere i privati?”

Stefano Boeri: “Penso che a Milano la scelta recente di separare la moda e il design dalla cultura sia stata un errore. A Torino hanno invece cercato di unire il design, le necessità e i bisogni delle comunità storiche e nuove e le aziende. Oggi un’amministrazione pubblica deve mettersi dalla parte della domanda.”

Oliviero Ponte di Pino “Quale ruolo ha il teatro nelle politiche culturali?”

Fiorenzo Alfieri: “A Torino abbiamo avuto la fortuna di avere Franco Passatore, un milanese tra l’altro, che ha portato l’educazione alla teatralità nella scuola. In quest’ottica, avevamo formato 23 gruppi di giovani animatori teatrali, uno per ogni quartiere, e li abbiamo messi a disposizione dei centri d’aggregazione dei quartieri. Questo incubatore ha portato a un fervente interesse per la cultura e ha fatto emergere diverse nuove personalità, da Vacis a Malosti. Quando era direttore dello Stabile di Torino, Castri diceva: “Oltre a noi c’è il deserto”. L’amministrazione ha voluto un cambio di direzione artistica e abbiamo cercato di far lievitare il sistema teatrale, aprndo lo stabile al territorio e ad altre realtà culturali e teatrali. Questo processo ha portato a una osmosi tra teatro e città.”

Il pomeriggio si è concluso con alcuni interventi sui temi affrontati dalle diverse relazioni.

Laura Sicignani (Teatro Cargo di Genova): “Un articolo sul ‘Secolo XIX’ di oggi parla della situazione culturale di Genova e dei contributi che percepiscono i diversi teatri e la loro situsazione finanziaria. Si scopre che c’è una grande dispersione di denaro pubblico e che non esiste a Genova una reale collaborazione tra lo stabile pubblico e le altre realtà culturali della città.”

Anna Maria Monteverdi: “Oggi sulla stessa pagina del ‘Secolo XIX’ c’è un altro articolo dedicato al teatro, dove si parla del bando per la direzione artistica del Teatro Civico della Spezia. Il concorso, che dava grande importanza alla ‘spezzinità’ dei candidati, è stato in realtà un’operazione di facciata, tanto è vero che alla fine è stato prescelto come direttore il candidato che già era stato annunciato dall’assessore alla cultura della città prima di pubblicare il bando.”

Beppe Navello: “C’è la crisi. La situazione che vive il sistema teatrale è drammatica. Si dice che i privati devono intervenire per arginare la crisi. Ma dobbiamo prima capire e far capire a tutti che l’Italia è all’ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica indirizzata alla cultura: appena l’1,1%, secondo le statistiche più recenti di Eurostat. Come diceva Fiorenzo Grassi, il bilancio alla cultura di molti enti locali si è dimezzato, come è accaduto per la regione Piemonte. Cosa dobbiamo fare? Il titolo del libro di Boeri, Fare di più con meno, sembra un sinistro presagio e non vorrei che si avverasse.
Le parole di Fiorenzo e Andrée mi sembrano molto belle. Fiorenzo ha detto che il suo compito in questi ultimi anni di carriera è far sì che il mestiere teatrale rimanga tale e non diventi dilettantismo: anche noi stiamo lavorando a questo obiettivo, anche se il bilancio e le giornate lavorative si sono dimezzate.”

Mimma Gallina: “Lo scenario è davvero preoccupante. Come ci ha detto Laura Sicignano, a Genova non c’è più collaborazione tra gli enti culturali della città, che c’era quando ne avevamo parlato alle Buone Pratiche proprio a Genova. A Roma sono numerosi i teatri – anche storici – che rischiano la chiusura, un fenomeno che si riscontra in tutta Italia. Il problema della scarsità di risorse, aggravato da altri fattori, sta stringendo un nodo che finora avevamo occultato. L’intera area della stabilità pubblica, non solo quella degli stabili, ma anche quella dei teatri di innovazione è a rischio.
Siamo costretti a chiederci quanto costano gli stabili pubblici e quelli privati? Dobbiamo sostenere gli enti di qualità, sul versante sia artistico sia organizzativo, ma dobbiamo anche chiederci quale sia il livello di sobrietà di questi enti. E’ necessario riequilibrare il rapporto sia per quanto riguarda i budget sia per quanto riguarda la programmazione dei teatri.”

Da twitter: #bp2013 Mimma Gallina: la programmazione dei teatri pubblici è bulimica. Meno giorni di programmazione e più attenzione alla produzione

Da twitter: #bp2013 @olivieropdp: nel teatro si sono sedimentati dei sistemi di potere ormai inadeguati alla realtà di oggi. Come smantellarli?

Da twitter: #bp2013 @giulio_stumpo Si ritorna a Roma dopo una come sempre interessante giornata di Buone Pratiche

Salvatore_Fazio_e_Giulia_Anghinoni

2013-12-04T00:00:00

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