Borrelliana

Dieci frammenti poetici sul fare teatro

Pubblicato il 11/01/2014 / di / ateatro n. / 0 commenti /
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Mimmo Borrelli ha vinto di recente il Premio Testori per il suo testo La madre: ‘i figlie so’ piezze ‘i sfaccimme, andato in scena nel 2012 e tuttora inedito. Questa la motivszione della giuria:

“Un testo di prepotente intensità nell’impianto linguistico campano contaminatissimo, nel talento visionario, nella immaginazione deformante potentemente innervata di temi antropologici, mitici, ma anche civili e sociali. Lì dove sembra fondante la lezione del Manzoni:”I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che in qualunque modo fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano l’animo degli offesi. Del testo si segnalano inoltre le note finali in prosa in cui convergono registri documentari e storici, aperture antropologiche e squarci lirici.”

Al drammaturgo abbiamo chiesto una testimonianza sulla sua poetica e sul suo metodo di lavoro, partendo dalla riflessione sulla tragedia iniziata il ateatro 146. Ci ha risposto con questa dichiarazione di poetica.

1.

sogno la concretezza della realtà
nell’allegoria di una folle verità
scena senza spazio a crudeltà
d’immagini in gratuita oscenità

2.

Conoscere la propria storia per cambiarla.
Conoscere il proprio corpo per reagire.
Conoscere la propria voce per evocarla.
Conoscere il proprio canto per soffrire.
Conoscere il soffrire per mutarlo.
Conoscere l’umore per trascendere.
Conoscere l’amore per donarlo.
Conoscere la morte nel comprendere.
Conoscere del riso il suo crudele.
Conoscer della vita il suo uccidere.
Conoscere dal pianto chi è fedele.
Conoscere in poesia il nostro vivere.
Conoscere e nel bello riconoscere.
Conoscersi a specchio e riflettere
Ogni errore futo r’ ’u patescere
Conoscere a veritò ca nse po’ ammettere
Conoscere che c’è bisogno di affetto
per un pubblico sì da riformare.
Conoscere, rieducare, dirimpetto
nu pubblico ch’applaude senza più amare.
Conoscere che noi artisti siamo in vero
i primi colpevoli di un teatro senza il vero
Conoscere ’u male ca si ’u ffaje te lorda,
pecché quanne ’u ffaje ’u male ’i te ’nse scorda.

3.

Scrivere è il mal poetico sfogo
di una dannazione eterna in ogni logo
na tempesta ca t’affonna e ca t’arroga
’u piacere ’i te fa male a ogni voga.
A ogni vuommeco ’i postura cervicale,
mentre t’ ’u faje mmano cu nu pizzeco ’i sale,
ca abbrucia ’a capocchia r’ ’u “’mbenno” e da penna
mentre ’nt’u ghianco ’i ll’uocchie ’u chiava’ se stenne.
Asciugo il muco ’mpagliuccato ra ll’uocchie ’u naso
Riguardo un’attimo il foglio… devo ripartire …
dalle lacrime lambiccate a fore ’u vaso…
ubriacarmi r’ ’u passato … per meglio inveire…
tendere lenzuola di vele al russare del vento
dove carrucole e teroccele parlano il dire
delle corde che sbatteno all’unnamiento.
Levare gli ormeggi ra na vattiggia certa
salpare e ghi’ fujenno allerto allerto
sull’acqua senza cuperta, con paura e scuncierto…
sotto o ncoppe cuperta … vabbuo’ nun mborta
ricomincio un altro viaggio cu a bbona o cattiva sorta…

4.

Nella promessa di non fare mai
un teatro di regia intellettuale,
che si masturba nelle fosse di un viavai
d’interpretazion da pippa concettuale…
Recitare è la capacità di reagire
a stimoli immaginari in divenire…
un’emozione ricordata in uno stato
di quiete… che trabocca dal passato…
Far teatro significa dar vita
alle parole, ai sentimenti ormai
sepolti a rebbazzate senza uscita
nella vuotezza dei borghesi vivai,
delle serre del filosofico pensiero
astratto e senza alcuna emozione.
Lasciate il proscenio al mistero
agli agenti di ogni umana azione,
al buio pesto r’ ’i guitti ’u chi è di scena:
ovvero agli attori, senz’i quinte né ’a scena
sule na seggia …. né ’a sipariata rosse…
p’a chiava’ ’nfronte ’u pubblico cu ’a tosse.

5.

Il teatro è un gran patto collettivo
D’espressione, ma comun-icativo
Pur senza democrazia deve dare
Ascolto ad ogni guizzo del teatrare
Ascolto al sentire personale
Contrario, in accordo, emozionale
Di ogni attore, scenografo, regista
Dall’autore, alla sarta, al macchinista.
La soddisfazione del proprio egoismo
Non deve essere per niente egoista
Sborrata al masturbato narcisismo
Autoreferenziale, ego-riferita
Nel recitar per se, senza dar vita
Colando sperma di morte dalle mani:
Dal funerale del presente nel domani;
Alla veglia senza ceri del sentire;
All’omelia senza incenso dell’agire.
La recitazione è solo un reagire
A impulsi organici la cui parola
È il dramma d’espressione, il divenire
La conseguenza tagliente a marazzola
Non del fare, dell’agire all’imitare,
Ma effetto senza effetto dello stare

6.

In scena nel sacrifico sudore
Nel farsi guardare mentre si muore
Nell’immolarsi al pericolo sincero
Dell’emotività, del parlare e del pensiero

In scena si vive il crepacuore
Di e con … la testa la bocca e il cuore.

7.

Fate che il pubblico sia in disequilibrio.
Facite scennere ’a mmerda dai fondali,
sputazzate e ghiastemmate con ludibrio:
“Mannaggia ’a Maronna!!! Cu ’i triate ufficiali!!”
Ponete delle spine sulle poltrone
e dei topi che, ai piedi delle quali,
lecchino il sangue che sgorga a profusione
dalle chiappe di spettatori occasionali.
Basta cu ’a ricerca, ’a sperimentazione,
ca trent’anne fa è morta e oggie è tradizione!!
Basta cu ’i registe, i mancati scrittori
ca cacano ’u cazzo ai testi e agli attori!!
Scrivitavelle vuje si site capace
vierze e strunzate comme ll’autore face!!
Basta con i corpi che si muovono a casaccio,
che siano fermi, ma parlino da vivi!!
Il teatro a nulla serve solo a svelare il marcio
che in noi si cela e ristagna tra i declivi
’i nu munno stuorto dove la natura
’a troppo tiempo sciala senza na misura!!

8.

Il teatro non serve proprio a niente,
non serve a nulla in quanto obbediente,
in quanto urgente servitore del nulla.
Servitore del mistero in una culla.
Serve il mistero e serve tutto al contrario.
Servitor senza padrone od impresario.
Pur non essendo mai e poi mai al servizio
di niente e nessun compromesso vizio.
Il teatro è arte quando unanime è il giudizio??
Un’arte è arte, poiché non è al servizio,
non è schiava se non del novizio
tiranno di un’ossessiva logorante malia:
l’intransigente durezza del supplizio,
la libertà che mette in ceppi la fantasia…

9.

Al teatro che forse non riuscirò
più a rappresentare, ma solo per un po’
a scrivere, magari quando sarò
morto e defunto, qualcuno farà ciò:
qualche mio caro discendente sarà
eletto a ricordarmi fin dall’aldilà
recitando e bestemmiando nel pianto
il mondo che ci muore sempre accanto…

10. (Masochismo come destino)

dedicata a F.Q.

Ho bisogno di chiedermi sempre chi sono
fare per convincere essere per vincere…
ascoltare ovunque tracce unte di suono…
scriver sulla sabbia più in fretta per sorprendere
il mare del pressappochismo e dell’invidia,
la tempesta dell’essere sempre e comunque in testa,
nella sopraffazione con violenza e perfidia
del prossimo che muore senza protesta.
La battigia della civiltà dei costumi
e dei consumi è sempre più secca…
in una gola si stringono a marciumi…
conchiglie d’infelici alla risacca…
Ed io sono lì a trangugiare mitili
a violentare storie e con limone
le rendo più aspre benchè appetibili
e meno a-mare al sol della ragione…
Oh senso di colpa del mio mestiere
del fare incerto e recitar crudele:
la solitudine del critico, è come il regista
che aspetta la recensione, masochista…

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