L’assemblea della Associazione Culturale Ateatro sul decreto attuativo delle legge “Valore Cultura”

Il documento trasmesso al Ministro Massimo Bray

Pubblicato il 16/01/2014 / di / ateatro n. #BP2013_ValoreCultura , 147 / 0 commenti /
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Il 13 gennaio 2014, l’assemblea della Associazione Culturale Ateatro ha approvato un documento sul decreto attuativo delle legge “Valore Cultura”, che è stato trasmesso al Ministro dei Beni Ambientali e Culturali e del Turismo, Massimo Bray, e ai dirigenti competenti.
La riflessione è partita dalla consultazione dei documenti diffusi dal MIBACT, che qui pubblichiamo:

Il decreto applicativo della legge “Valore Cultura”: il documento del MiBACT per la prosa (08-01.2014)

Il decreto applicativo della legge “Valore Cultura”: il documento del MiBACT per la danza (08-01.2014)

Nelle prossime settimane, l’articolato del decreto verrà sottoposto alle Regioni, che avranno 60 giorni per valutarlo.

Dando atto dello spirito di rinnovamento che ispira il decreto attuativo (decreto-legge 91/2013 convertito con modificazioni dalla L. 7 ottobre 2013, n. 112) e di alcune significative modifiche recepite in queste settimane, l’assemblea della Associazione Culturale Ateatro ritiene che l’ultima elaborazione confermi punti di grave criticità.
Si comprende la necessità di razionalizzare il sistema e tagliare scandalose rendite di posizione, ma con gli attuali criteri si avverte anche il forte rischio della cancellazione di molte interessanti esperienze sulla base dei criteri quantitativi, senza che vengano chiariti i meccanismi che selezionano e favoriscono il nuovo, il ricambio, l’equità.

In particolare:

# la riforma della struttura del sistema non può basarsi prevalentemente sulle dimensioni aziendali e su una valutazione burocratica dell’attività (con algoritmi sempre più inutilmente complessi), ma richiede indicazioni precise rispetto alle funzioni dei soggetti nuovi o riformati (teatri nazionali, teatri di interesse pubblico) e conseguentemente anche rispetto ai profili delle direzioni;

# più efficaci meccanismi di selezione devono saper individuare e coadiuvare le capacità progettuali e la qualità artistica; NON possono essere basati solo su soglie d’accesso ancora più alte: privilegiare le realtà più forti, senza tener conto delle attuali difficoltà (sul piano del mercato e delle politiche e risorse locali), porterà alla desertificazione del territorio, creando centinaia di “esodati dal FUS”;

# la decisione di scremare drasticamente l’area della stabilità e dell’innovazione (ovvero di “ripulire il sistema di una parte eccessiva di innovazione”, come auspicava il Direttore Generale dello Spettacolo già nel 2004) ignora uno degli sviluppi più innovativi e positivi di questi anni: la nascita di numerosi TEATRI DI PRODUZIONE, compagnie di produzione che gestiscono spazi con criteri progettuali e spazi che si caratterizzano per la presenza di uno o più soggetti di produzione; questa modalità di lavoro non è riconducibile solo alle residenze. E’ dunque necessario riconsiderare questa componente come AREA intermedia fra stabilità e compagnie, oppure includere la valorizzazione di questa specificità, tanto in termini quantitativi che qualitativi;

# nella definizione della triennalità – che consideriamo il punto fondamentale e qualificante della riforma – bisogna saper distinguere “progetti” e “programmi”. La progettualità è necessaria e deve costituire una discriminante per l’ammissione ai finanziamenti, mentre la definizione dettagliata dei programmi, con i rigidi vincoli imposti dal Decreto, è nella pratica impossibile (in Italia e in questo momento, ma anche con riferimento a eventuali progetti comunitari, considerando anche le relative tempistiche);

# nel rispetto della riforma del Titolo V della Costituzione, vanno definiti con chiarezza finalità e ambiti di intervento delle Regioni: non si tratta solo di normare le Residenze, ma di impegnarsi affinché opportunità e servizi per il pubblico e gli operatori siano presenti con equità su tutto il territorio nazionale;

# come Ateatro abbiamo infine richiesto che venga introdotto come obiettivo esplicito l’equità di genere: non è una formalità, riteniamo che le pari opportunità siano un punto qualificante per qualunque vera riforma.

Il problema del teatro italiano non è l’eccesso di innovazione, ma l’incapacità del sistema teatrale di valorizzare il nuovo.

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