Schiavitù di genere o perbenismo?

Intervista a Giuseppe Massa sullo spettacolo Chi ha paura delle badanti

Pubblicato il 24/01/2014 / di / ateatro n. 147 / 0 commenti /
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Chi ha paura delle badanti per la regia di Giuseppe Massa, con Emiliano Broschi, Simona Malato e Cristiano Nocera, è andato in scena al Coppola di Catania fino al 19 gennaio con repliche alla Sala Randone di Siracusa il 21 e al Teatro Mediterraneo Occupato di Palermo fino al 23 gennaio. I tre protagonisti mettono in scena una claustrofobica realtà in cui ironia e tagliente denuncia s’incrociano su temi urgenti di cronaca.

Che legame c’è tra corpi occupati in un genere sessuale a loro estraneo, come quelli della tua grottesca commedia sulle badanti e l’occupazione di luoghi liberati e ridati alla gestione pubblica dei cittadini? In questo momento critico per i teatri siciliani, in cui il Pinelli viene sgomberato, il Garibaldi interrompe la sua parabola, il Coppola è presidiato; la scelta drammaturgica va di pari passo con la consapevolezza civile?

Per me è di fondamentale importanza farsi contaminare dalle lotte e dai movimenti. Il primo spettacolo della compagnia Sutta Scupa è nato all’Ex Karcere (un centro sociale occupato dentro un quartiere popolare di Palermo, l’Albergheria) e non a caso parlava di precariato usando la lingua dei quartieri poveri della città e analizzando il malessere di una nuova generazione di sfruttati. Da lì in poi abbiamo provato a mantenere questo tipo di approccio cercando così di sviluppare un nostro personale percorso di ricerca. Spettacoli come Rintra ‘u cùori (un omaggio a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti) o Nudo Ultras non sarebbero potuti nascere se non in uno spazio occupato portando con sé le radicali esperienze di vita delle persone che attraversavano quei luoghi. Chi ha paura delle badanti? segue questo percorso perché nasce dagli incontri che abbiamo fatto in precedenza in Romania (a Bucarest, Cluj-Napoca e Sibiu) portando in scena i nostri spettacoli. I corpi dei nostri Migranti\Badanti e gli spazi occupati come il Pinelli, il Coppola di Catania o il Teatro Mediterraneo di Palermo, vengono entrambi umiliati e rubati della loro vera natura: i primi costretti da un morboso gioco erotico a manifestarsi in un altro sesso, i secondi stuprati nella loro natura di spazi culturali e di socialità.

In Chi ha paura delle badanti viene messa in atto una serie di riflessioni di natura valoriale: dalla convivenza con culture estranee eppure ormai integrate nel nostro sistema socioculturale alla confusione generata tra coppie sposate e conviventi; dalla scelta di vivere sotto lo stesso tetto con badanti alla negazione di una famiglia secondo parametri tradizionali. Cosa ha scatenato la volontà di mettere in scena questa miscellanea di tematiche?

In realtà quando ho iniziato questa ricerca ciò che mi interessava era semplicemente raccontare la storia di due migranti rumeni alle prese con le contraddizioni della società contemporanea. In quei giorni a Roma (dopo lo stupro di una donna compiuto da un migrante) era partita una vera e propria caccia al rumeno fomentata ad arte dai media. La cosa non mi aveva lasciato indifferente e insieme a katia Iseler avevo così deciso di iniziare questo percorso andando a intervistare alcuni rumeni che abitavano a Palermo. Le altre tematiche presenti nel lavoro si sono andate via via sovrapponendo durante l’effettiva scrittura del testo e il successivo confronto cogli attori e sono state accolte con entusiasmo poiché andavano ad arricchire di sfaccettature e necessarie complessità lo spettacolo. La vita del migrante, la perdita dell’identità culturale, della famiglia, della Casa, il senso di spaesamento e di alienazione che ne consegue, rimane comunque il tema centrale dello spettacolo e per certi versi accomuna sia i migranti (Emil e George), sia Olga la padrona di casa.

Perché rendere disabile l’unica attrice di sesso femminile? È un problema oggi avere una chiara identificazione sessuale, potrebbe causare una sorta di handicap?

Onestamente non mi sono posto il problema da questo punto di vista. Semplicemente a un certo punto mi sono ritrovato a pensare che questo potesse essere l’unico modo per rimanere fedeli alla realtà (in Italia tantissime rumene lavorano come badanti presso donne afflitte da handicap) e allo stesso tempo raccontare, attraverso il personaggio di Olga, la nostra società. Una società sempre più spezzata, frantumata, parcellizzata, bisognosa di cure insomma. Proprio come Olga. Una società sempre più sterile che trova nei migranti la linfa vitale attraverso la quale rigenerarsi.

Quanto rimane nello spettacolo delle suggestioni avute da Genet e le sue serve? Quale servitù si vuole denunciare con questa pièce?

Se si prendono in considerazione gli orari di lavoro, la completa e costante abnegazione verso l’accudito, le restrizioni (per intere giornate non possono allontanarsi dal luogo di lavoro nemmeno per comprare una scheda telefonica) e le si confronta con le misere paghe in nero che ricevono in cambio delle loro prestazioni la stragrande maggioranza delle badanti, ci rendiamo conto di trovarci di fronte a una nuova servitù che vive in uno stato di parziale schiavitù. Nello spettacolo questa nuova servitù (proprio come nelle Serve di Genet) invidia, imita, ama e odia la propria padrona fino al punto di progettarne l’omicidio. Proprio come nelle Serve l’omicidio non avviene, e il conflitto, e la violenza latente che cova sotto le macerie di relazioni diventate disumane, sfocia in una grottesca quanto tragica guerra tra poveri.

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