Due donne, ballando tra Barcellona e Cagliari

Due donne che ballano del drammaturgo catalano Josep Maria Benet i Jornet in scena a Cagliari

Pubblicato il 01/02/2014 / di / ateatro n. 147 / 1 commento /
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Siamo liberi di scegliere di andar via ballando.
Siamo altrettanto liberi di comprendere o condannare l’eutanasia di una brutta esistenza, consumata in una casa fatiscente, ma non meno umile e vissuta di molte altre. In scena un mobile di legno, le cui ante vengono aperte e chiuse caoticamente da una giovane collaboratrice domestica, arrivata “a prestare servizio”  nell’intimo rifugio di una ultrasettantenne, trascurata dai figli, ferita e ormai rabbiosa. 
Mezze parole, tensione e ostilità si mescolano agli schizzi d’acqua che impregnano le assi del palcoscenico, su cui  fa attrito il panno per pavimenti.
Assi legnose e ruvide, come il carattere delle due donne, l’anziana e la giovane, l’assistita e la badante, perché a loro non viene dato un nome e nel testo non esistono didascalie che lo  esplicitino. Sono trascorsi solo pochi minuti dall’inizio di questo incontro rocambolesco. 

Due donne che ballano

Due donne che ballano (foto Daniela Zedda).

“Sai cosa penso?”, chiede l’anziana. “Che vorrei morire.” “Molta gente vorrebbe morire” ribatte la ragazza. 
E lei: “Sì, lo so. Ma tu mi devi incoraggiare a vivere, non darmi ragione”, finendo così per rimangiarsi una fragilità confessata troppo presto.  Sono parole che ci fanno tirare il fiato, illudendoci, ma in quelle frasi si concentra il dramma, l’incontro di due donne eroiche, provate e impaurite. La giovane si scopre più lentamente, in una moviola irrazionale di confessioni, spesso rubate: un marito in carcere, un figlio piccolo perso in una disgrazia, l’incapacità di lasciarsi amare, di provare piacere nel sesso, di riprendere in mano la propria vita e l’impiego da insegnante a tempo pieno. Così ha inizio un climax di dialoghi serrati, silenzi ragionati e necessari, buio, luci, musica, parolacce e poesia.  Josep Maria Benet i Jornet, classe 1940, padre del teatro catalano e fra i massimi autori del teatro spagnolo, minuto e sorridente, siede emozionato nelle prime file della platea del Minimax a Cagliari. Poco distanti, Pino Tierno, il traduttore, e Francesco Brandi, il regista (nella sua carriera anche commediografo e autore), che già negli anni Novanta collaborò con il Teatro Stabile della Sardegna, produttore dello spettacolo e promotore delle numerose iniziative culturali collaterali. 
La regia di Brandi, curata e mai didascalica, riporta alla mente il suo recente allestimento di Vecchia sarai tu, in cui metteva in scena con delicatezza il percorso di tre donne, intorno a un’anziana cui veniva prospettata da figli assenti e avidi la via della casa di riposo. In scena Mariagrazia Sughi, presidentessa e storica attrice dello Stabile sardo, ed Eleonora Giua, attrice sarda spesso impegnata negli spettacoli di Stefano Randisi ed Enzo Vetrano (di cui il Teatro Stabile di Sardegna ha prodotto la trilogia shakespeariana). Fresche dell’esperienza condivisa in Lupi e pecore (per la regia di Guido De Monticelli, recentemente presentato anche a Milano), le due attrici sono molto diverse nei toni, nella mimica e nel temperamento. Briosa, arrogante e sfacciata la Sughi, mentre la Giua è una giovane madre ferita che cerca di reagire e controbattere, per poi trasmettere un forte senso di impotenza. In alcuni casi le sue battute sono strascicate, quasi sospese, legate alla tensione fisica. E’ quasi spigolosa nel riordinare, nello strizzare gli stracci per il pavimento, volutamente a disagio per buona parte dello spettacolo. La Sughi, scapigliata nei riccioli rossi, muove il culo e ammicca, sorniona, ricordando le manifestazioni femministe e i tempi lontani in cui andava in giro portando al collo cartelli che inneggiavano all’aborto e all’amore saffico, in barba a un marito conservatore. La sala ride e inizia un processo empatico, inevitabile. 

Maria Benet i Jornet

Maria Benet i Jornet (foto Daniela Zedda).

Josep Maria Benet i Jornet condivide con il personaggio più anziano la passione per i fumetti che – venerati in scena e maniacalmente riposti su due scaffali sospesi – sono motivo di riscatto da un’infanzia di privazioni. Il “giornaletto” n° 399, l’unico mancante della collezione della vecchia, verrà scovato dalla badante, che glielo porterà in dono in una scena fra le più intense dello spettacolo. Il tempo che passa viene scandito in quadri di breve durata, che iniziano e terminano col il buio e con la musica, componente importante di un processo di conoscenza che arriva all’amicizia e all’affetto incondizionato, prima dell’abbraccio finale. 
Gonfie di pasticche e traballanti, sulle note di un recente arrangiamento di Something Stupid, ci appaiono finalmente felici. E libere di scegliere di andar via ballando.
Il debutto di Due donne che ballano, con la presenza a Cagliari  di Benet i Jornet,  è stata l’occasione per una settimana di eventi dedicati alla cultura catalana, tra teatro, cinema e musica, in collaborazione con l’Òmnium Cultural de l’Alguer, l’Espai Llull. Representació de la Generalitat a l’Alguer, il consolato di Spagna di Cagliari e la Società umanitaria di Cagliari e Alghero. 
“La cultura è stata ed è la nostra arma, il maggior settore d’investimento, per decenni”, hanno detto gli ospiti catalani durante l’incontro con l’autore, sabato 18 gennaio, moderato da Stefano Campus e Joan Elies Adel. E’ una formula ancora oscura per la Sardegna, che per decenni, ha investito male – “sporcandosi” – nei settori più disparati e tagliando disperatamente sulla cultura (ma il discorso si può facilmente allargare a livello nazionale). Il dibattito culturale in Sardegna si è inoltre impantanato nella questione linguistica: da una parte coloro che sostengono dalle tv private regionali – a colpi di costosissimi spot – l’uso di una “Limba sarda comune” (Lingua sarda comune), identificabile nel Logudorese; dall’altra chi è disposto a farne un uso grafico, a livello burocratico, ma salvaguardando e mantenendo vivo il plurilinguismo dialettale. Una diatriba lunga e delicata, cui non si sono poste con efficacia le basi, per esempio a livello scolastico, che è riemersa durante il dibattito: inevitabile il confronto con l’uso della lingua catalana. Lo stesso Josep Maria Benet i Jornet ha tenuto a sottolineare la continua e precisa volontà politica di creare cultura, nel suo paese.

“Fino al 1714, anno della caduta di Barcellona e del Regno di Aragona per mano di Filippo V, che inglobò il territorio catalano in quello che diventerà l’attuale Spagna, la Catalogna fu un vero e proprio stato indipendente, nato quasi un millennio prima. La conquista spagnola della Catalogna si protrasse fino al 1932, quando essa, dopo la caduta del dittatore Primo de Ribera, si dichiarò autonoma. Nel 1939 il dittatore Franco conquistò ancora la regione, iniziando una repressione che durò fino alla sua morte, nel 1975. Durante questo arco temporale, i separatisti furono duramente repressi e il sangue catalano scorse a fiumi. Migliaia di catalani furono imprigionati, torturati e uccisi per questioni razziali o solo poiché erano stati sentiti parlare il catalano. La lingua catalana era proibita, tanto più lo erano i simboli e le bandiere catalane; sfidare questo divieto portava direttamente al carcere. La morte (di vecchiaia) del dittatore spagnolo diede nuova vita alla questione separatista della Catalogna. Il 1977 è ricordato dai catalani come l’anno della prima imponente manifestazione democratica a favore dell’indipendenza. Vi fu una presa di coscienza che diede impulso al primo statuto della regione autonoma della Catalogna, la quale, con la riforma della costituzione spagnola sempre del 1977, potè finalmente ristabilire una sorta di autogoverno. Per più di 30 anni, il governo catalano ha lottato al fine di guadagnare sempre più autonomia, imponendo le proprie forze di polizia (i Mossos d’Esquadra), leggi che regolamentano l’istruzione e la sanità, ma potendo fare poco riguardo l’autonomia economica. Ed è proprio questo il punto cardine dove fa perno la “questione catalana”, Sarebbe riduttivo però parlare di motivazioni essenzialmente economiche alla base della lotta indipendentista catalana.  Per completare il quadro è necessario dire che la regione gode di una unità territoriale e culturale ben definita: il territorio che va dai Pirenei mediterranei, compresa la regione sud della Francia con capitale Perpignan, fino a sud, Comunità Valenciana e isole Baleari comprese, nonché la regione sarda di Alghero”. 
(http://www.giornalettismo.com/archives/72569/leuropa-questione-catalana/ )

Alla luce di queste nozioni storico-politiche è facilmente comprensibile il valore non solo artistico dell’opera di autori catalani come Josep Maria Benet i Jornet. Nel suo raccontarsi, propedeutico alla messinscena di Due donne che ballano – è emersa la difficoltà vissuta in gioventù di parlare e scrivere castigliano, oltre ai racconti di una carriera scolastica burrascosa: da un lato il tentativo di assecondare la volontà paterna, che l’aveva indirizzato verso una scuola di meccanica, mentre dall’altro iniziava a scrivere romanzi, scappando da scuola per rifugiarsi in biblioteca a “leggere, leggere, leggere”. Nemmeno la strada del romanzo si è rivelata quella giusta: presto il giovane Josep Maria scoprì di voler scrivere, ma unicamente per il teatro – e in catalano. Dopo essersi chiarito con i familiari e aver ottenuto il loro sostegno,  primo della sua famiglia e dei suoi amici, si iscrisse all’università nella facoltà di Lettere e Filosofia. Anche lì, inevitabilmente, si scontrò con gli ottusi professori piazzati dal regime franchista, per poi procedere nella sua carriera, con un percorso analogo ad altri artisti catalani come Joan Mirò e Antoni Gaudì.
Oggi Benet i Jornet è considerato il più importante autore del teatro catalano contemporaneo. Le sue opere sono state rappresentate oltre che in Catalogna, anche in diversi stati europei e americani. È stato lo sceneggiatore delle più importanti serie televisive catalane, come Poble nou, Nissaga de Poder, El cor de la ciutat, Vent del pla ed è un grande sostenitore dell’uso pedagogico-sociale della tv generalista, ancora oggi mezzo potentissimo, che va usato con criterio. Attraverso queste sceneggiature si è parlato, per esempio, di prevenzione sanitaria, di malattie terminali, di donazione degli organi e di altri temi attuali e controversi. Alcune delle sue opere teatrali, come E.R. e Testament, sono diventate film con la regia di Ventura Pons e con i titoli rispettivamente e di Actrius (Attrici) e Amic/Amat (Amico/Amato). 
Josep Maria Benet i Jornet ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti (il Premi Nacional de Teatre, la Creu de Sant Jordi de la Generalitat de Catalunya e, nel 2013, il Premi d’Honor de les Lletres Catalanes, istituito da Òmnium Cultural, che dal 1969 “viene attribuito ad una persona che, con la sua opera letteraria o scientifica, scritta in lingua catalana, e per l’importanza ed esemplarità del suo impegno intellettuale, abbia contribuito in maniera notevole e continuativa alla vita culturale dei paesi catalani.”)
Un piacevole intermezzo fra l’incontro con l’autore e la messa in scena dello spettacolo, è stato il concerto dei cantanti algheresi Claudia Crabuzza e Claudio Gabriel Sanna, che hanno  presentano il loro lavoro discografico, Un home del país, interamente dedicato al repertorio di Pino Piras (1941-1989). I due musicisti hanno collaborato in questi ultimi anni al recupero dell’opera musicale e letteraria del cantautore e commediografo algherese, prematuramente scomparso. Grazie a diversi progetti e alla cortese collaborazione degli eredi, si sono potuti recuperare tutti i materiali sonori e i manoscritti inediti, giungendo alla realizzazione di un archivio digitale, alla pubblicazione di due libri e alla realizzazione di questo lavoro, degno di nota. La voce di Claudia  Crabuzza è stata una piacevole conferma: con i due cantanti, anche il percussionista Paolo Zuddas, che ha ritmato versi di una profondità e innovazione disarmanti, che toccano tematiche non usuali per un cantautore “dal basso”, figlio di una famiglia numerosissima, spesso debilitato da ingenti problemi di salute e di lavoro, tra la Sardegna e la penisola. Sono testi sarcastici, che narrano di amici “scrocconi”, di preti goderecci cui non sono indifferenti le virtù femminili, di una famiglia che – per trarne guadagno – trasforma il proprio casolare in una Chiesa e allestisce celebrazioni con tanto di chierichetti (i figli), Madonna (la moglie) officiante (il padre) e soprattutto una capiente cassetta per le offerte. Testi intelligenti, in cui mai si cade nell’oleografico pacchiano o nel melodramma, lasciando sempre uno spiraglio di speranza. 
Non meno suggestive le scelte cinematografiche, presso la Cineteca sarda: Barcelona, abans que el temps ho esborri de Mireia Ros (Catalunya, 2010) e Pa Negre di Agustí Villaronga (Catalunya, 2010), vincitore di nove Premi Goya, tra cui miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura. Nel settembre 2011, l’opera è stata scelta per rappresentare la Spagna agli Oscar, il primo film catalano a raggiungere questo traguardo.

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