Maria Paiato, la Celestina

attrici & attori ateatro

Pubblicato il 20/03/2014 / di / ateatro n. 149 / 1 commento /
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Il palcoscenico del Teatro Strehler sembra immenso nella sua orizzontalità: il pavimento è inclinato, pieno di porte che si alzano e si chiudono, di pannelli mobili e di un sottosuolo che preme. In fondo una lunga passerella. La grandezza e la connotazione non naturalistica dello spazio fanno da contraltare ed eco a un’umanità brulicante e senza aura, iperrealista anzi. Pezzenti e signori posseduti da preponderanti bisogni carnali: cibo e sesso per i primi, soprattutto sesso per i secondi, condito di belle parole. La tragicommedia di Calisto e Melibea, conosciuta con il titolo La Celestina di Fernando de Rojas, che Michel Garneau ha fatto “rinascere” come Celestina laggiù vicino alle concerie in riva al fiume (per lo spettacolo d Robert Lepage), ci immette in un mondo ancora medievale che porta in gestazione la modernità: fra molti sconvolgimenti, merci che viaggiano sempre più velocemente e scoperte geografiche che allargano i confini, poteri che si ridefiniscono e un nuovo pensiero, legato all’esperienza e all’osservazione della realtà. Luca Ronconi lo materializza come fosse un quadro di Bruegel: un’umanità costretta a camminare in salita, che esce dal ventre della terra, da botole oscure che lasciano salire gli unici oggetti che contano, letti e piatti imbanditi.

Paiato_Celestina

Paiato_Celestina

Uno spazio difficile da gestire per gli attori, rischia di essere dispersivo, utilizzabile solo a pezzi, quasi per luoghi deputati. Anzitutto per la sua vastità. Lo sapevano bene i nostri attori ottocenteschi, costretti a recitare negli spazi del melodramma. Nella bella intervista pubblicata nel libretto di sala, Ronconi dice che gli piace pensare “alle passeggiate che fanno i testi”, ma qui a passeggiare sono innanzitutto gli attori. I personaggi della tragedia si presentano come tante monadi diversamente irrequiete, finché non entra in scena la gran passeggiatrice, con la potenza di una calamita in movimento. Celestina si impadronisce dello spazio, lo occupa, lo usa, lo domina, lo patisce. Il Calisto di Paolo Pierobon sembra immobilizzato dal suo incontrollabile desiderio sessuale, quando si muove è piegato come se il corpo tutto fosse attratto dal suo pene sofferente di desiderio; farà una morte ridicola, cadendo da una scala, come un don Giovanni che non mobilita nessun Commendatore. Melibea e la madre sono ristrette nella casa, anche il giardino è chiuso da mura. Gli abitanti del sottosuolo invece, quelli vicino alle concerie, si muovono: soprattutto gli uomini però, i servi, perché le prostitute sembrano inchiodate nel luogo dove la carne viene messa in vendita non senza piacere. Questa la prima emozione forte: vedere come Maria Paiato, da attrice, abita ed esalta lo spazio, lo ricrea insieme e in relazione agli altri personaggi.
C’è un momento in cui il personaggio compie un passaggio emotivamente molto forte per lo spettatore, perché svela un volto imprevisto. Allora si apre la crepa che diventerà una voragine quando Celestina incontrerà i suoi assassini con una sorta di ingenuità stupidamente spavalda, indifesa. Di fronte all’impresa che sembra impossibile di conquistare Melibea, di possederla, i servi indicano a Calisto una sola possibilità di riuscita: che si attivi Celestina, la mezzana capace di trattare coi signori e di farsi amare dalle prostitute. Rispetto ai compagni, per lo più letteralmente straccioni, ha una sua compostezza: l’abito arriva fino a terra e si muove quando cammina, la gonna è sufficientemente larga per nascondere la sacchetta per i soldi, che sta sotto, proprio dove un uomo avrebbe la brachetta. Il volto è truccato, pesantemente, fino ad assumere i tratti di una maschera per l’evidenza dei lineamenti. Lo stringe e lo delimita una cuffia scura che indietreggia in alto, per far spazio a una fronte ampia, come vestita di chiaro. Celestina sembra una mercantessa borghese. Il costume è funzionale al sua carisma professionale. Alla fine di una di queste giornate, stanca, va a dormire con la sua preferita, l’Elicia fortemente delineata da Licia Lanera. Un lettuccio stretto, in cui la testa dell’una affianca i piedi dell’altra, come si fa tante volte coi bambini. Celestina libera la testa e scopre un cranio quasi calvo con radi, lunghi capelli bianchi, presumibilmente unti. Non ci si lavava molto cinquecento anni fa. Qualcosa di orribile. Ma è questa Celestina, così denudata, a lanciare il canto struggente sulle tristezze della vecchiaia, sul corpo decaduto e privato dei piaceri fisici della giovinezza. Ora c’è un solo piacere per lei: essere una mezzana che non conosce ostacoli. Chiamata a tessere le sue trame per liberare i desideri nascosti di Melibea e concludere l’affare con Calisto, Celestina si riveste dei suoi panni pubblici. Pochi minuti e, con uno scatto che mi è parso velocissimo (tale è nella mia memoria), si leva dal letto per tornare ad essere la mercantessa dei piaceri altrui.
Ci può essere creazione nell’interpretare un testo, indipendenza nell’entrare in una visione registica (persino nella visione di un regista più che carismatico come Ronconi), arte nell’artigianato. Nata in un piccolo paese in provincia di Rovigo, appassionatasi al teatro da abbonata del Comunale di Ferrara, Maria Paiato si è diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” nel 1984. Poi ha lavorato lavorato lavorato lavorato, prima nella cooperativa diretta da Pino Quartullo e poi da attrice scritturata. Ha cominciato come caratterista e poi è diventata primattrice: ma il passaggio per quel ruolo storicamente così importante, vitale per il cinema, è stato assai formativo, come per Lina Volonghi e Marisa Fabbri. Il suo teatro è un territorio ampio, che accoglie anche comicità popolare e music hall, cinema tv radio, e i registi più diversi: Panici, Binasco, Maccarinelli, De Bei, Malosti, Sepe, Pezzoli…

Infine Ronconi, che chiede un “attore mobile, duttile, ricettivo”, “ che non fissi subito”, dice Maria Paiato. Testo e teatro di regia, dunque, ma anche assolo di cui diventa autrice pur senza esserlo: come in quella Maria Zanella, che avrebbe un bel posto in una galleria ideale dei personaggi indimenticabili del nostro passato prossimo. Schiva anche intellettualmente, fino all’eccesso, per lei conta solo quello che avviene lassù, in scena, davanti al pubblico, e tutto ciò che lo prepara, lo costruisce, lo nutre, nella creazione e nella ripetizione. Questa sua ritrosia, da attrice che mette sempre al primo posto il lavoro, il risultato, mi ricorda Rina Morelli, una maestra. Anche gli attori più originali rimandano al “popolo” di cui sono parte e ricordano altri grandi, per assonanze più o meno misteriose, che tanto più ci affascinano quanto più si manifestano per dettagli e intuizioni improvvise.

(Milano, 1 febbraio 2014)

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1 Commentoa“Maria Paiato, la Celestina”

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