Lo strano caso del teatro degli orfanelli

Il Teatro Martinitt di Milano e il rilancio della commedia contemporanea

Pubblicato il 21/04/2014 / di / ateatro n. 149 / 0 commenti /
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I “Martinitt” sono una faccenda molto milanese. Sono gli orfani, ma non orfani qualsiasi: i “Martinitt” sono gli eroi delle Cinque giornate di Milano, e da loro ha preso il nome l’orfanatrofio, giù all’Ortica (dove pedalava “il Mario in bicicletta”), entrata autostrada Rubattino, estrema periferia sud sud est. Così periferia, che il fatto che il complesso edilizio includa un teatro – e non piccolo, 400 posti e con facciata sulla via principale – era sfuggito ai più, perfino fra gli addetti ai lavori. Così tutti sono rimasti sorpresi quando la Compagnia teatrale La Bilancia è sbarcata da Roma nella nebbia – che qui c’è ancora – a programmare il teatro, e ha tenuto la posizione, e ormai programma da quattro stagioni un cartellone tutto di commedie, collegato a un teatro romano “storico”, il Teatro de’ Servi.
A fare della gestione del Teatro Martinitt un vero “caso” sono stati i risultati: il dato più significativo sono i 1.600 abbonati
Ateatro si è spesso occupata di teatri di quartiere e piccoli teatri, del sistema teatrale milanese e di periferia, e ci è sembrato interessante approfondire con i responsabili tanto le scelte culturali che quelle imprenditoriali e di comunicazione.

Quando siete “sbarcati” a Milano, gli altri teatri vi hanno guardato con una certa diffidenza e forse un po’ di snobismo. Non tutti hanno apprezzato che il Comune vi abbia “convenzionato”, ma soprattutto sono tutti sorpresi che abbiate raggiunto importanti risultati di pubblico.

Sì, è vero, quando siamo arrivati a Milano non c’ è stato dato il ben venuto e non tutti hanno apprezzato che il Comune, dopo solo due anni di attività, ci abbia convenzionati, questo forse perché il fatto di essere entrati in un meccanismo teatrale consolidato da tempo come quello milanese, ha comportato di fatto una novità, un cambiamento, che sicuramente richiede tempo per essere assorbito. Oggi però a quasi 4 anni dall’apertura le cose sono un po’ cambiate, sono nate delle nuove collaborazioni e qualche pregiudizio si è attenuato, anche a fronte del lavoro che stiamo portando avanti e della partecipazione del pubblico ai nostri spettacoli, che cresce di anno in anno.

Prima di tutto chi siete e perché siete arrivati ai Martinitt? e potete ricapitolare i diversi aspetti organizzativi ed economicidella vostra gestione?

Siamo una società di produzione teatrale: La Bilancia Soc. Coop. a.r.l., una delle poche vecchie cooperative rimaste sul territorio nazionale che hanno un’attività produttiva da diversi anni: dal ’79, infatti, La Bilancia ha prodotto più di 200 spettacoli in più parti del territorio nazionale, dedicando particolare attenzione alla nuova drammaturgia contemporanea.
Dal 1986 al 1988 abbiamo curato la direzione artistica ed amministrativa del Piccolo Teatro di Siena, del Teatro Comunale dell’Isola d’Elba e di altri teatri di piccole città. Abbiamo anche curato, dal 1998 al 2002, le sfilate di moda di Rocco Barocco e sempre dal 1998 al 2002 abbiamo prodotto COMIcittà – Rassegna di drammaturgia comico-metropolitana (edizione 2000/2001) al Teatro Belli di Roma
Dal 2002 gestiamo il Teatro de’ Servi di Roma e dal 2010 abbiamo riaperto il teatro Martinitt di Milano, entrambe i teatri hanno una stagione dedicata alla commedia italiana contemporanea.
Riceviamo un finanziamento annuo dal Mibac come organismo di produzione teatrale, 125 mila euro per la precisione, ma siamo anche un organismo (con due teatri) di produzione e ospitalità, anche se non ancora riconosciuto come tale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Non percepiamo poi nessun altro tipo di finanziamento (convenzione del Comune di Milano a parte) e pertanto nel volume d’affari dell’azienda, pari a 1 milione e 250 mila euro annui, il contributo ministeriale incide solo del 10% .
Il Teatro Martinitt per noi è stata un’occasione imperdibile, un luogo milanese pieno di storia, situato in un quartiere molto amato e vissuto dai sui abitanti.
Il teatro, costruito nel 1941 a uso esclusivo dei Martinitt, fu chiuso negli anni Settanta dalla stessa istituzione. Nel 2007 la proprietà, il Pio Albergo Trivulzio, ha deciso di iniziare i lavori di ristrutturazione, ma terminando preventivamente i fondi, nel 2010 ha indetto un bando pubblico per il completamento degli ingenti lavori e per la gestione artistica e organizzativa della struttura. La Bilancia Produzioni ha vinto il bando di gara e si è occupata quindi del completamento della riqualificazione dell’edificio e della successiva gestione.
Prima di vincere il bando, la società, nelle persone di Ussi Alzati (attuale direttrice del Teatro Martinitt) e Stefano Marafante (presidente), cercava già uno spazio milanese per aprire nel nord Italia un teatro da dedicare alla commedia contemporanea. L’occasione di questo bando è stata quindi colta immediatamente.
Ma La Bilancia Produzioni è sempre in continua ricerca di nuovi spazi teatrali in tutto il territorio nazionale, questa volta l’occasione è arrivata a Milano, ma la prossima volta potrebbe essere altrove. Abbiamo appurato di fatto che il nostro sistema di gestione (organizzazione e scelta artistica insieme) funziona indipendentemente dalla città nella quale viene applicato, pertanto cerchiamo un’identificazione più nazionale che territoriale (romana o milanese che sia). Stiamo sviluppando un nuovo modello di impresa culturale, incentrato su un’analisi attenta e puntuale del pubblico. Esso, infatti, è l’unico riferimento del nostro lavoro, il centro del nostro interesse imprenditoriale: cosa pensa, come vive, cosa fa, che interessi esprime e che disagi trasmette, sono le domande che continuamente ci rivolgiamo, per aggiornare sempre la nostra metodologia di lavoro.

Possiamo dire che scegliere di gestire in prima persona i teatri (un po’come ha fatto su altra scala qualche multinazionale dell’intrattenimento), aggira il problema della distribuzione e sposta sul pubblico la massima concentrazione. Ma scegliere come linea artistica la commedia contemporanea è anomalo a Milano (e forse in Italia): perché?

La commedia è un genere che è stato bistrattato per anni dalla cultura teatrale italiana, soprattutto dagli addetti ai lavori, perché considerato un prodotto di seconda categoria e non culturale, ma piuttosto un genere di intrattenimento. Questo atteggiamento ci ha fatto dimenticare che invece la commedia in realtà è un genere che ci appartiene e ha profonde radici nella cultura italiana. Andando indietro nel tempo basta pensare alla commedia dell’arte di Goldoni, a quella napoletana di De Filippo o al cinema di Dino Risi e Luigi Comencini eccetera.
Oggi nel teatro questo filone si è perso, mentre il cinema, viceversa, negli ultimi anni sta ricominciando a produrre commedie italiane, nel bene e nel male, come è normale che sia, perché come ogni cosa, se non la si fa o la si fa poco, non migliora e non si evolve, ed è per questo che da quasi vent’anni La Bilancia si impegna nel medesimo percorso artistico, in maniera rigorosa sì, perché ciò ci permette di lavorare esclusivamente e metodologicamente in un’unica direzione, dando la possibilità alle compagnie di migliorare la scrittura e la messa in scena della commedia contemporanea, così che questa possa tornare ad essere un genere più sperimentato ed apprezzato. Siamo un vero e proprio laboratorio di sperimentazione. Perché un laboratorio? Perché un laboratorio che cerca una medicina, per debellare una malattia, realizza un prodotto, lo testa, vede che questo non va e allora ne produce un altro.
Per realizzare buoni prodotti bisogna testarne molti. Nelle nostre stagioni non ci arroghiamo il giudizio di mettere in cartellone tutti spettacoli che consideriamo eccezionali. Aspettiamo un riscontro dal pubblico. E’ il pubblico il protagonista della nostra attività.

Quindi il pubblico viene ai vostri spettacoli perché è “il genere” in sé che attrae corrisponde ad aspettative, bisogno di leggerezza, o ci sono altri fattori specifici di “chiamata”, gli attori per esempio?

Tra le nostre scelte vi è anche la volontà precisa di ospitare e produrre compagnie con uno staff artistico che non abbia necessariamente nomi in ditta. Ciò ci permette di chiamare intorno a noi un pubblico ormai abituato a venire a teatro per la capacità che hanno i nostri spettacoli di raccontare una storia e non di essere una vetrina per un attore o per un regista conosciuto. Noi crediamo infatti che gli spettatori non partecipino necessariamente ad uno spettacolo per vedere recitare l’attore conosciuto, ma soprattutto per ciò che uno spettacolo può trasmettere attraverso la resa, con attori non noti, ma allo stesso tempo ottimi professionisti.
L’ulteriore sfida poi, e per questo la scelta di un teatro a Milano di più di 400 posti, è proprio quella di riuscire a riempire uno spazio di tale capienza con un pubblico pagante.
La volontà è quella di archiviare quell’obsoleta modalità produttiva e distributiva, per cui se nello spettacolo non è presente il “nome”, è impossibile riempire una sala.
La nostra sfida ultima è questa. Costruire stagioni al Martinitt che possano richiamare almeno 4000 abbonati e 80 mila spettatori annui, senza obbligatoriamente avere nomi famosi in cartellone.
Se riusciremo in questo, avremo ribaltato l’idea per la quale la distribuzione nazionale debba dover obbligatoriamente contare su attori che vengono pagati fior fior di euro, dando finalmente spazio ai professionisti del settore, meno conosciuti, ma ugualmente validi, e soprattutto senza sottostare ad un’economia di mercato teatrale che sta impedendo la produzione e la distribuzione di spettacoli, perché troppo costosi.
Ci auguriamo infatti che questo possa diventare un modello economico per molti teatri di media grandezza, che oggi fanno fatica a sopravvivere, anche a causa dei grossi cachet che devono pagare alle compagnie ospitate nei proprio cartelloni.

Teatro Martinitt

Teatro Martinitt

Per ora dunque state applicando il modello su due sale molto diverse, e lo stesso gruppo direttivo se ho capito bene lavora su Roma e Milano, come funziona il collegamento fra le due città di preciso.

L’esperienza romana al Teatro de’ Servi ci ha sicuramente avviato verso la focalizzazione di una metodologia di lavoro e di una scelta artistica, in di 12 anni di gestione della sala. La replicata dello stesso format, ormai ben strutturato, a Milano, in cui comunque già lavoravamo come produzione, ha dato ottimi risultati. Abbiamo individuato una fetta di mercato scoperta nella realtà teatrale milanese e pertanto la risposta del pubblico è stata pari se non migliore a quello romano.
Non abbiamo autori di riferimento per le nostre stagioni, abbiamo un’idea ben precisa: la commedia contemporanea italiana. Nei nostri cartelloni cerchiamo di ospitare sempre compagnie nuove, che dividono la scena con compagnie che sono per noi un punto di riferimento da anni, ma la ricerca di nuovi volti è la nostra missione. Facciamo scouting, andiamo a cercare nei teatri più piccoli le nuove compagnie, mentre per la produzione leggiamo molti copioni che ci arrivano da tutta Italia.
I nostri due teatri ospitano per il 60% della stagione compagnie esterne, per il restante 40% vanno in scena nostri spettacoli. La tenitura è uguale per tutti gli spettacoli, ogni compagnia rimane 3 settimane al Teatro de’ Servi di Roma e 3 settimane al Martinitt di Milano. Alcune compagnie possono scegliere di andare in tutte e due le piazze, oppure farne una sola. Non c’è differenza tra i due teatri se non che si tenta per entrambe di ospitare compagnie territoriali per ottimizzare i costi e per conoscerle meglio, al fine di portarle in altre piazze italiane. Cerchiamo così di organizzare delle tournée per spettacoli che conosciamo, ma che non sono di nostra produzione.
A Milano ciò è ancora poco possibile, poiché la commedia contemporanea non è un genere diffuso, ma saremmo molto disponibili qualora le compagnie locali volessero proporci spettacoli inerenti alla nostra scelta.

Quindi proponete alle compagnie ospiti un periodo a Roma e/o a Milano per un totale di 3 + 3 settimane e in prospettiva vorreste diventare punto di riferimento anche come potenziale centro di distribuzione. Spiegatemi meglio meccanismi/dinamiche per la formazione della nuova stagione.

Con l’inizio dell’ultimo spettacolo (a fine aprile) lanceremo il nuovo cartellone 2014/2015.
La prossima stagione, che quest’anno pubblicizzeremo con il claim Tutta da condividere, facendo riferimento al concetto tutto moderno di condivisione, avrà nuovamente 11 commedie, che come sempre toccheranno argomenti di vita contemporanea e pertanto vicini alla quotidianità della gente.
Avremo spettacoli che rappresenteranno la difficoltà di una coppia di avere un figlio, raccontata dall’autore romano Gianluca Tocci, in Una coppia in provetta; Clandestini, dalla prolifera penna di Gianni Clementi, spettacolo in cui saranno gli stessi italiani a dover emigrare in Africa, a causa di una crisi petrolifera che ha messo in ginocchio il nostro paese; Piccole Gonne< di Alessandro Fullin, un’ironica e tagliente commedia, recitata non casualmente tutta al maschile e liberamente tratta dallo storico romanzo Piccole Donne di Mary Alcott e poi lo spettacolo vincitore della seconda edizione del concorso indetto dal La Bilancia Produzioni per stimolare il tessuto drammaturgico lombardo: Una commedia in cerca di autori, che premierà, con una nostra produzione, il nuovo copione scritto da un giovane autore della Lombardia. E ancora Atletico Minaccia Football Club, una commedia tratta dall’omonimo romanzo, edito Einaudi, del giovane autore Marco Marsullo, in cui la passione calcistica di un allenatore si scontra con le infiltrazioni camorristiche, in un piccolo paesino della provincia campana, e poi tanti spettacoli che raccontano di rapporti umani, di politica e di abitudini sociali di un’Italia contemporanea.
Le stagioni del Teatro Martinitt sono una fotografia ironica e leggera della nostra società, che lasciano traccia del presente e si offrono a specchio per i nostri spettatori, senza toni seri e severi da portare a casa.

Quindi situazioni contemporanee riconoscibili, storie, linguaggio accessibile, problemi e critica sociale non bandita, ma trattata con leggerezza. Come avete trovato il pubblico, come ha risposto il quartiere, e quali sono le principali politiche di promozione?

Da due anni siamo convenzionati con il Comune di Milano, che ci ha di fatto riconosciuti come teatro che svolge un attività culturale di interesse periferico, anche se in realtà siamo una struttura che ha una valore più cittadino, soprattutto per la nostra capacità economica di affrontare il mercato teatrale nazionale e non solo milanese di quartiere.
Per questo, secondo noi, il Martinitt si può definire teatro in un quartiere e non teatro di quartiere.
Quattro anni fa quando abbiamo aperto, gli abitanti di Via Pitteri, Rubattino e Ortica ci hanno accolti con grande entusiasmo: “finalmente ha aperto un teatro in questa zona!”, ci dicevano. Vivendo questi quattro anni qui, ci siamo resi conto come questa parte più estrema della città di Milano viva effettivamente una grossa mancanza di servizi, ma di vario genere non solo culturali. L’apertura di un teatro nella landa desolata di Via Pitteri, abitata solo da una moltitudine di case e dallo scheletro industriale della vecchia Innocenti di Via Rubattino, ha di fatto esaudito una delle mille esigenze di servizio che la gente di questa parte di Milano ha. Una zona operaia che dopo la chiusura delle fabbriche, avvenuta su per giù negli anni Novanta, si è sfiorita di servizi.
Oggi dopo quasi quattro stagioni abbiamo raggiunto 1560 abbonati, tanti dei quali abitano vicino al teatro, ma altrettanti vengono da altre Zone della città (il 37% dei nostri spettatori proviene da altri quarieri della città).
Sicuramente scegliere la commedia teatrale contemporanea come genere è stata fondamentale per la partecipazione dei cittadini al nostro teatro, perché abbiamo coperto una fetta di mercato teatrale milanese sguarnito di tale proposta e quindi ci siamo inserti senza creare sovrapposizioni di offerta culturale, ed è per questo che ci stupiamo della diffidenza degli altri teatri nei nostri confronti, anzi noi crediamo di essere una risorsa per il pubblico e per la tutta la città, perché possiamo essere uno strumento in più per indurre nuovo pubblico, poco avvezzo, ad andare a teatro. Le nostre commedie di fatto possono essere una valida alternativa alla tv italiana.
Un altro elemento importante nel nostro lavoro è lo stile informale e cordiale che il nostro teatro e lo staff (compagnie incluse), ciò ci ha permesso di dialogare in maniera costruttiva con il pubblico, di ascoltare i loro umori, aprendo le porte di un teatro come se fosse un luogo familiare e mai esclusivo.
A questo rapporto abbiamo aggiunto una strategia di comunicazione chiara e basata sulla visibilità in tutto il territorio cittadino, cercando strumenti di minor costo e maggiore impatto, come ad esempio le affissione di manifesti 6×3 localizzati in Zona, manifesti 140×200 diffusi invece in tutta Milano, oppure, fino allo scorso anno, le quarte di copertina dei settimanali legati ai quotidiani (“ViviMilano” e “Tutto Milano”). Così il nostro pubblico a mano a mano si è allargato, raccogliendo spettatori anche dalla zona della Barona e di San Siro. Infine il lavoro con i CRAL, le associazioni, il pubblico organizzato e i dopolavoro aziendali, ha contribuito a promuovere il teatro nell’ambiente impiegatizio, che da sempre è legato alla commedia e al teatro brillante.
Per parlare un po’ di numeri, il primo anno abbiamo raggiunto le 12 mila presenza paganti, con quasi 400 abbonati. Lo scorso anno (il terzo) abbiamo superato le 24 mila presenze con 1300 abbonati e quest’anno siamo ancora più in crescita, 27 mila paganti a stagione ancora non terminata.
Abbiamo una politica dei prezzi che tende alla fidelizzazione del nostro pubblico, incentiviamo proprio la sottoscrizione all’abbonamento, lanciando sempre una campagna con una pubblicità che gioca sull’effetto: 11 spettacoli a partire da 100 euro.
Mentre non siamo troppo fluidi per quanto riguarda la scontistica sul prezzo intero del biglietto del singolo spettacolo che è di 20 euro. Le riduzioni si attivano solo per soggetti convenzionati, senza tanti giochi al ribasso, last minute e svendite improvvise, su questo siamo piuttosto fermi, perché riteniamo che il prodotto spettacolo, come qualsiasi altro prodotto di mercato, debba essere ripagato e non svenduto, al fine di poter far lavorare regolarmente gli artisti e gli operatori del settore. Infine organizziamo, invece della solita conferenza stampa per presentare il cartellone della stagione, l’evento degli “Assaggi di Stagione: 4 serate, due a fine maggio e 2 ad inizio settembre, dove gli abbonati, i cral, i capo gruppi e il pubblico normale, partecipa e vede recitare, da tutte le compagnie, 5 minuti dello spettacolo che esse porteranno nella stagione successiva. Tutto dal Vivo. Il pubblico vede così un’anticipazione di ciò che acquista e non compra a scatola chiusa.

Teatro Martinitt

Teatro Martinitt

Quindi puntando su un genere “tradizionale”, modalità di comunicazione che sembravano schiacciate dai social network e dialogo (anche qui nella migliore tradizione delle relazioni con gli spettatori), pensiate di recuperare un pubblico che si era un po’ perso?

La commedia è da sempre partecipata da un pubblico trasversale, ma accoglie soprattutto la classe media dei cittadini, il nostro non è un pubblico elitario e sicuramente non giovane; il 60% dei nostri affezionati ha un’età media che va dai 40 ai 65 anni ed è prevalentemente femminile.
Siamo molto contenti dei risultati, ma l’obbiettivo finale non è ancora stato raggiunto, dobbiamo ancora togliere dalla poltrona di casa tanto pubblico televisivo e fargli conoscere il piacere di sedersi su una poltrona di un teatro accessibile e leggero.

Audience development: è un obbiettivo condiviso, ci sono prospettive di lavoro in rete?

Dallo scorso anno abbiamo iniziato un’ottima collaborazione con i teatri della nostra stessa Zona: Campo Teatrale, Menotti, Leonardo ed Elfo Puccini. Insieme al Consiglio di Zona 3 abbiamo realizzato il progetto pilota Zona Teatrale, il teatro per le scuole e con le scuole di Zona 3. Un’iniziativa volta alla realizzazione di un cartellone cogestito e condiviso dai cinque teatri e finalizzata a far partecipare maggiormente gli studenti agli spettacoli teatrali a loro dedicati.
Grazie al cofinanziamento del Consiglio, anche quest’anno le scuole potranno accedere agli spettacoli del progetto ad un costo ridotto. Il Martinitt proporrà nuovamente una commedia contemporanea, incentrata su tematiche attuali e rappresentata quindi con un linguaggio vicino agli studenti, sollecitandoli, attraverso uno spettacolo leggero, ad andare a teatro.

Il tempo delle mele cotte di Gianni Clementi_

Il tempo delle mele cotte di Gianni Clementi_

Potete darci qualche dato economico sulla vostra attività?

Al Teatro Martinitt lavoriamo in 17, ma su Milano siamo in 12, gli altri 5 lavorano nella sede romana della Bilancia. Oltre allo staff stabile abbiamo chiaramente anche uno staff di attori, tecnici, registi e scenografi, per le nostre produzioni. Nel 2013 sono stati in libro paga 80 lavoratori dello spettacolo.
Gli incassi medi a spettacolo sono intorno ai 1800 euro lordi a recita.
Il budget per lancio pubblicitario (su tutto l’anno) va dagli 80 ai 90 mila euro.
Il contributo del comune di Milano è stato nel 2013 di 20 mila euro.

Vorrei solo sottolineare che portarsi a casa da Milano il netto di 1.800 euro lordi a recita, calcolati su tre settimane, è un risultato impensabile anche per le sale piccole di teatri blasonati. Se si sparge la voce sarete assediati da gruppi che si accorgono che magari fanno ricerca, ma in fondo fanno commedia! Progetti futuri?

Abbiamo in serbo nuove attività per lo spazio Martinitt, prima di tutto il cinema e l’arena estiva, che vogliamo aprire nell’area adiacente al teatro, che ora utilizziamo come parcheggio. La scelta è dovuta all’assenza di un cinema nella parte più ad est della nostra zona e della più totale assenza di attività culturali estive, che vogliamo colmare con l’apertura dell’Arena Martinitt: un’iniziativa che offrirà cinema all’aperto, spettacoli, incontri e altre attività.
Infine un progetto europeo incentrato sulla scrittura di una commedia. Quattro autori provenienti da quattro paesi europei diversi: Italia, Grecia, Spagna e Svezia scriveranno un copione. L’obbiettivo è di costruire un testo, che unisca quattro culture diverse e una compagnia poliglotta reciterà lo spettacolo nei 4 teatri dei paesi aderenti all’iniziativa, nella lingua del paese che lo ospita. Quando verrà al Teatro Martinitt la compagnia reciterà in italiano, quando andrà in Grecia la stessa compagnia reciterà in greco.
Ci auguriamo che venga approvato, perché qualora fosse, lo spettacolo debutterà in prima europea proprio nel periodo dell’Expo al Teatro Martinitt.

Il tempo delle mele cotte di Gianni Clementi

Il tempo delle mele cotte di Gianni Clementi

Martinitt è un “caso”, non solo per i risultati che ha fino ad oggi ottenuto, ma per chiarezza di linea e di obiettivi e per determinazione. Può offrire spunti anche a chi opera in aree diverse del teatro, sul piano del gusto e dei linguaggi. L’interrogativo principale che pone, la suggestione che offre è: gestire teatri simili, con programmazioni simili, in città diverse, puntando soprattutto sul pubblico è una via possibile per uscire dalle secche di un mercato inesistente?
Le riflessioni sulla commedia meritano invece di essere approfondite a prescindere: basti pensare che l’80% (o giù di lì) degli spettacoli presentati al fringe di Edimburgo si qualificano come commedia: il mercato anglosassone predilige la commedia. Forse si sta trascurando il bisogno di storie e di leggerezza.
Durante la realizzazione di questa intervista, in scena ai Martinitt c’era Il tempo delle mele … cotte di Gianni Clementi, autore che spazia fra generi diversi, abbastanza rappresentato (a Milano anche dal Litta poche stagioni fa). In questo caso una storia un po’ paradossale, collocata a Roma-San Lorenzo, ci presenta un prete e una parrocchiana sopresi dai bombardamenti proprio nel mezzo di una subitanea inedita passione (era la prima volta sembra), e imprigionati nella chiesa semi-crollata. Lo spunto potrebbe essere, ma non diventa volgare, e la costruzione di un linguaggio e di personaggi popolari (romanesco e pugliese si intrecciano), riesce, anche per l’efficacia di due bravi professionisti, Giorgia Trasselli e Antonio Conte, diretti da Vanessa Gasbarri. Qua e là si insinua qualche spunto più impegnativo (sulla Chiesa, sulla guerra, sulla famiglia), senza esagerare. Pubblico soddisfatto (circa 200 quel giovedì sera). Comodo parcheggio interno. Bar gradevole con spuntini. Meglio della tv.

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