#BP2014. Il fotoromanzo delle Buone Pratiche del Teatro: il pomeriggio

Testi, foto, video, link sulla giornata dell'8 marzo 2014

Pubblicato il 22/04/2014 / di , , and / ateatro n. #BP2014 , 149 / 0 commenti /
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#BP2014. Il fotoromanzo delle Buone Pratiche del Teatro: la mattinata

Su youtube.com è disponibile la registrazione integrale delle Buone Pratiche del Teatro 2014.

Le foto delle Buone Pratiche 2014 sono di Elena Di Giacinto.

Regole: trasparenza, selezione, ricambio

Giovanna Marinelli
 sottolinea le parole chiave di questa sessione: regole, trasparenza, selezione, ricambio. Per la cultura, il problema non sta solo nella scarsità di risorse ma in un sistema di regole e modalità amministrative che rendono difficile sia il lavoro agli operatori e sia il controllo da parte della pubblica amministrazione. La semplificazione permetterebbe di ridurre l’attività di autotutela da parte della pubblica amministrazione (molto frequente per esempio in una città come Roma). Il tema della trasparenza è particolarmente significativo: la trasparenza è stata intesa negli ultimi anni sia come un mezzo che come un fine, quasi un’arma tra le parti (su questo vedi anche Giovanna Marinelli, “La migliore delle trasparenze è possibile?”, in Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino, Le Buone Pratiche del Teatro, FrancoAngeli, Milano, 2014). Legato a questo tema, quello della competenza, di grande rilevanza per chi lancia e risponde a bandi pubblici o privati. Per stendere un bando efficace è necessario avere un obiettivo preciso e idee chiare: la competenza deve essere presente da entrambe le parti, chi partecipa al bando, ma anche chi lo indice. Un altro aspetto legato alla competenza è la selezione. Quando vengono meno trasparenza e competenza ecco che si genera diffidenza, un altro tema cruciale.
Filippo del Corno (Assessore alla Cultura del Comune di Milano) partecipa dal 2005 alle Buone Pratiche. Del Corno, partendo dalle quattro parole chiave citate da Giovanna Marinelli, sottolinea come oggi la questione del ricambio, di cui già nel 2005 si avvertiva l’urgenza, sia diventata oggi ancora più drammatica: se non s’imprime una decisa svolta, la situazione collassa. Ma come favorire il ricambio generazionale? Individua tre buone pratiche messe in atto dall’amministrazione comunale di Milano:Un nuovo regolamento per il sistema delle convenzioni teatrali, di grande trasparenza, dove il principio della residenzialità (ovvero la continuità di un’organizzazione che lavora una struttura) resta elemento positivo di valutazione, ma si chiede che nel percorso organizzativo-amministrativo sia promosso il ricambio, attraverso l’inclusione di nuovi elementi e l’attribuzione di responsabilità. Anche il co-working può avere effetti positivi: la condivisione degli spazi con i giovani può portare freschezza e pratiche gestionali più eque e sostenibili.
2. IT-Festival, una rassegna dedicata alle compagnie indipendenti che non trovano sbocco nei canali ufficiali (ha raccolto più di 50 gruppi). Il Comune si è alleato con IT-Festival mettendo a disposizione spazi (alla Fabbrica del Vapore) e servizi, condividendone gli obiettivi se pure nella carenza di risorse. IT-Festival svolge una funzione importante, mettendo a disposizione alcuni servizi per il mondo teatrale (a partire dal censimento dei luoghi teatrali di Milano).
3. La terza buona pratica riguarda le arti visive: il comitato scientifico del PAC è composto da giovani (under 50), un’azione concreta e simbolica per favorire il rinnovamento generazionale.
Del Corno sottolinea la forte vitalità creativa di Milano. Se in altre città la crisi si sente, a Milano invece la vitalità non manca, ma è necessario sburocratizzare il rapporto con l’amministrazione: a questo scopo si aprirà entro fine anno uno sportello unico per lo spettacolo.
La trasparenza si concretizza nella scelta di mostrare in maniera chiara tutte le fasi del processo decisionale. La competenza è difficile da definire e va individuata e riconosciuta anche in organizzazioni molto piccole: non bisogna guardare alle dimensioni dei progetti ma alla competenza, altrimenti il ricambio non avviene mai.
Lorenzo Donati (Ravenna 2019), rappresentante dello staff per Ravenna Capitale Europea della Cultura 2019, descrive il processo di selezione che porterà alla scelta della Capitale Europea, a partire da una domanda del questionario: “Come si fa a riportare la cultura vicino ai cittadini?”. Le capitali europee nascono nel 1985, muovendosi principalmente su due assi: da una parte la dimensione europea e dall’altra l’avvicinamento della città ai cittadini. Nel 2019 toccherà all’Italia (con la Bulgaria); si sono candidate 21 città, la selezione è molto lunga e articolata, a partire dal questionario citato, che non chiede solo un progetto, ma indaga anche la situazione urbanistica, le infrastrutture e il turismo della città. Ora siamo alla fase finale delle selezioni: sono rimaste sei città, selezionate da una commissione italiana.
La dimensione europea è intesa come una connessione tra il micro e il macro (per esempio la valorizzazione delle minoranze linguistiche) e non come un programma per turisti. La valutazione della partecipazione riguarda le modalità delle relazioni con i cittadini, e stimola riflessioni su forme possibili di governance partecipata, su come sia possibile costruire istituzioni svincolate da strutture piramidali (inclusa la modalità della direzione artistica). La situazione della cultura in Italia alla luce delle richieste dell’Europa appare arretrata e inadeguata. Tuttavia là dove si tende a ragionare per slogan, forse proprio il teatro può offrire strumenti di selezione, e aiutare a sviluppare quel pensiero della contraddizione che è bene coltivare. Per cercare nuove vie, il teatro ha sempre sperimentato ambiti di ricerca e sviluppato laboratori di apprendimento. Donati rilancia infine altre domande della commissione europea che potrebbero essere condivise dal teatro: 1. Come mettere in crisi il concetto di direzione artistica, ereditato dal Novecento, e pensare invece a una direzione reticolare e diffusa? 2. Come coinvolgere il pubblico nelle programmazioni senza farlo divenire operatore? 3. Come avvicinarsi alle minoranze, a pubblici specifici, senza lasciare che rimangano etichette? 4. Infine una delle domande più provocatorie: come è possibile “sporcarsi le mani” con l’ideologia della creatività, ovvero mettere in connessione le nuove professioni (progettisti grafici, project designer, grafici, social networker) con il creatore teatrale, ovvero “il vecchio” con i nuovi creativi, persone molto distanti dal teatro?
Cristina Valenti (Scenario) esordisce ringraziando Giovanna Marinelli, senza la quale (attraverso l’ETI) non sarebbe stato possibile creare Scenario, modello unico in Italia che comprende una trentina di soci, strutture teatrali che lavorano nell’ambito dell’innovazione su tutto il territorio nazionale. A ogni edizione, Scenario incontra compagni di strada, critici e giurati, che hanno condiviso la passione che è la radice del progetto. Altro elemento unico è l’occasione di scambio tra giovani artisti e operatori di altre generazioni lungo il percorso di lavoro: questi operatori non sono solo giudici, ma osservatori partecipi e appassionati, che come “giudici” selezionano il nuovo teatro e i giovani artisti. Peculiarità del premio è di rivolgersi a entrambi, “giovani che producono il nuovo”. Si tende a suddividere la storia di Scenario in diverse fasi, ma se si sono sviluppate tendenze diverse questo non dipende da chi gestisce il progetto: sono gli artisti che partecipano a ogni edizione a determinare eventuali tendenze, in un meccanismo di apertura verso l’ignoto (che in Italia non è così consueto). Ogni edizione è imprevedibile, si scommette su giovani artisti, si punta all’apertura. Scenario si prende il rischio della scelta, attraversi la selezione e il giudizio, con un grande senso di responsabilità: gli artisti vengono individuati come “talenti da non sprecare” che ogni due anni reinventano il teatro con le loro creazioni.
Sara Rubino (CGIL Milano) avvia la riflessione su Expo 2015, e sottolinea alcune preoccupazioni diffuse. Si avverte il rischio che l’evento si svolga principalmente nel sito, senza creare una partecipazione e un coinvolgimento attivo della città, mentre l’obiettivo dovrebbe essere quello di creare un lascito culturale per Milano, ma su questi versante si avverte un forte ritardo. Nell’ultimo periodo si è parlato del modello del Salone del mobile e del suo “Fuori Salone”, ma per ora l’unica certezza sarà l’apertura del Teatro alla Scala per tutto il periodo di Expo, mentre per il resto la progettualità non sembra altrettanto chiara. Altra criticità è la questione delle risorse: nel caso del “Fuori Salone”, si tratta di investimenti privati per un evento totalmente privato, mentre in questo caso l’evento è a caratura prevalentemente pubblica: per questo ci si attende una compartecipazione tra pubblico e privato. Si dovrebbero quindi unire le competenze: la gestione ai privati, la messa in rete del sistema teatrale al settore pubblico. Spesso si dice che Milano rappresenta l’eccellenza, Expo 2015 dovrebbe diventare l’eccellenza dell’interazione tra pubblico e privato.
Alessandro Rubini (Innovazione culturale-Fondazione Cariplo) parte dal suo interesse personale per il tema del ricambio, in quanto giovane entrato a far parte di Fondazione Cariplo. Dopo i primi bandi rivolti ai giovani, Fondazione Cariplo si è resa conto che gli interventi ad hoc rischiavano di aggiungere vincoli e criteri, anestetizzando il cambiamento e ottenendo quindi l’effetto contrario a quello perseguito. Se si vuole davvero il cambiamento, bisogna cambiare le regole, non aggiungerne di nuove. In particolare, se nei bandi per la valutazione dei progetti il criterio base è la solidità organizzativa, si crea una barriera per i giovani: anche la semplice richiesta di documentazione limita l’accesso. Bisogna avere la capacità di capire che alcune informazioni che potevano essere importanti vent’anni fa oggi non sono più indispensabili e determinanti per valutare la qualità di un progetto, ma rappresentano solamente un ostacolo. Per un’autentica svolta è necessario modificare il percorso di selezione . Il nuovo bando Innovazione Culturale non è rivolto a ”giovani” ma propone un format nuovo, semplice, che non richiede personalità giuridica. Non era prevista un’età massima per partecipare, ma ciò nonostante il 60% di coloro che hanno risposto erano giovani, e giovani sono ben l’80% di coloro che sono stati selezionati. Il cambiamento è avvenuto tramite le modalità di selezione e non riservando spazi a una determinata categoria. Per Fondazione Cariplo, che svolge attività di selezione e giudizio, trasparenza significa incontrare tutti gli esclusi dopo la selezione, ovvero motivare le scelte.
Patrizia Ghedini (ex responsabile dell’assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna) ricorda che è in corso il processo di riforma del titolo V della Costituzione. Rispetto alla legge sullo spettacolo, mai approvata, le rivendicazioni da parte delle Regioni sono sempre più stanche. La gestione del FUS, i cambiamenti introdotti dal Decreto Bray (“Tutto cambi affinché nulla cambi”) costringono però a guardare alla riforma del Titolo V come a una risistemazione delle competenze, ridefinendo un progetto politico e culturale concreto, da cui nessuno deve sentirsi estraneo. Il rapporto tra centro e periferia deve produrre riconoscibilità, coerenza culturale, nuova identità e non comportare solo rivendicazione di maggiori risorse. Il FUS dev’essere parte di un nuovo progetto politico di semplificazione e sburocratizzazione, in cui i ruoli di ciascuno devono essere ridefiniti a seconda delle competenze. Oggi, purtroppo, c’è un abbassamento di qualità della classe politica e c’è quindi la necessità di una migliore formazione. Dobbiamo studiare molto. E’ anche opportuno creare reti tra operatori che sappiano tradurre le idee in programmi politici veri e propri.
L’Assessore Filippo Del Corno replica a Sara Rubino, chiarendo che sul tema di Expo ci sono stati numerosi incontri pubblici e che il modello del “Fuori Salone” è un equivoco. Il Fuori Salone infatti è nato come riposta polemica al Salone, dura una settimana, si rivolge ad un pubblico preciso. Invece Expo non potrà avere tale carattere di frenesia, i partecipanti saranno culturalmente diversi e molti di loro verranno in Italia per la prima volta con grandi aspettative. “Expo in città” è stato progettato e avrà come alleato il Piccolo Teatro. L’obiettivo è creare connessioni con tutte le attività piccole e grandi della città, utilizzando la forma del palinsesto – già sperimentata dal Comune – dividendo le pertinenze di linguaggio (Art, Performance, Media, Creativity and Style, Kids and Wellbeing). Il modello del palinsesto è stato presentato già a dicembre/gennaio agli operatori e successivamente alla stampa, con l’obiettivo di creare un’ alleanza fra i soggetti culturali della città. Ogni mese della programmazione è caratterizzato da un’icona, ovvero da un’opera d’arte che si trova nella città di Milano (dal Quarto stato al Cenacolo). In collaborazione con il Museo di Scienze Naturali, verrà realizzata Food, dal seme al cibo, una mostra dedicata al cibo con un programma didattico per far conoscere le tematiche della filiera agro-alimentare ai giovani. “Stiamo cercando di rendere sempre più trasparenti i processi che si stanno costruendo”, afferma Del Corno. Per Expo 2015 sono attesi a Milano 140 capi di Stato e milioni di visitatori. Luogo di riferimento per tutti i tipi di informazione sarà l’Expo Gate, in piazza Castello, punto cardine della città situato di fronte al Castello Sforzesco: all’interno del Castello sarà possibile ammirare la Sala delle Asse, affrescata da Leonardo da Vinci e ristrutturata per l’occasione, e la Pietà Rondanini di Michelangelo, due simboli di cultura italiana. A maggio 2014 sono progranmnati gli “Expo Days”, in cui la città si prepara all’evento: verranno rese pubbliche varie iniziative. Il percorso verso Expo è stato senza dubbio faticoso e problematico, ma negli ultimi tempi le diverse istituzioni (Stato, Regione, Comune) si stanno avvicinando e hanno iniziato a dialogare nonostante la lontananza politica.
Conclude Giovanna Marinelli, ringraziando per gli interventi che hanno chiarito molti punti da lei citati nell’introduzione e ringraziando la grande passione dell’Assessore Del Corno, che ha mostrato come molte situazioni problematiche possono essere superate tramite le collaborazioni, Fondazione Cariplo, per l’aver mostrato nuove vie al ricambio, ed il Premio Scenario che pur senza dimenticare la storia non impedisce il rinnovamento e crea grandi opportunità per i giovani.

IETM 2015

Nell’articolazione della giornata si è scelto di riservare uno spazio particolare a un’iniziativa internazionale importante prevista per il 2015.
Per introdurla, Fabio Ferretti (IETM 2015 – Associazione Être) propone un gioco alla sala: dedicare un paio di minuti a conoscere il proprio vicino di posto, presentandosi. Il gioco funziona e diverte. Dal 23 al 26 aprile 2015 IETM, il network informale del teatro europeo (e non solo), nato 25 anni fa, organizzerà a Bergamo (con il supporto di Associazione Être) il meeting itinerante che si tiene due volte all’anno in città diverse. Il tema che si intende approfondire è il rapporto tra pubblico e l’ambiente culturale. Bergamo sarà invasa da operatori di tutto il mondo per tre giorni. Sarà un’opportunità di relazionale enorme, un momento in cui il teatro italiano potrà entrare in contatto con il resto del mondo, con uno sguardo internazionale. Il meeting sarà aperto non solo ai soci, ma a tutti; il programma prevede 20/25 incontri e uno showcase con 15 produzioni italiane. Le parole chiave saranno due: sostenibilità e riconnessione. Un altro obiettivo dell’edizione 2015 è raggiungere e dare visibilità al sistema nazionale. Fabio Ferretti conclude con un appello: il 22 aprile si chiuderanno le consultazioni della Regione Lombardia relative alle tematiche fondamentali da inserire nel piano per l’utilizzo dei fondi strutturali europei. La Regione ha inserito Cinema, Moda, Design, ma non lo Spettacolo dal vivo. Il testo dell’appello è disponibile ed è possibile aderire (attraverso la Associazione Être).

Se non ci fosse il Sud ci sarebbe il Nord?

Franco d’Ippolito (che aveva partecipato all’organizzazione delle prime edizioni delle Buone Pratiche), introduce questo gruppo di discussione chiedendosi se non sia fuorviante e sbagliato parlare di una questione meridionale nel teatro oggi: il divario fra Nord e Sud non è il problema del sistema teatrale italiano. D’Ippolito lo sostiene anche alla luce dell’esperienza di otto anni come consulente della Regione Puglia per le politiche culturali: la Puglia in questi anni è infatti stata l’unica regione in Italia a utilizzare risorse europee per la cultura. Negli ultimi due anni ci siamo accorti che per continuare a produrre politiche culturali di sistema gli ostacoli erano nel sistema culturale italiano e non nel sud: il nostro è un sistema carente di scelte e privo di una visione politica generale; è un sistema fermo, impantanato a causa delle troppe regole, Il vero problema non è la mancanza ma l’eccesso di regole, costruite su misura per tutelare situazioni particolari. Il problema evidente è la mancanza di verifica nell’applicazione e nella distribuzione delle risorse. Un sistema funzionante richiede poche regole chiare generali e verifica. Anche la riforma delle linee del FUS – contrariamente alle dichiarazioni del Ministro- più che una semplificazione del sistema pare una ulteriore divisione in sotto-comparti, con limiti rigidissimi.
Luca Mazzone (Teatro Libero di Palermo) sottolinea il fatto che l’Italia è un paese fatto di tanti paesi, dove ogni regione ha le sue problematicità. La politica usa la cultura come mezzo per mostrare la “magnificenza del potere”, con un teatro pubblico che rischia di andare contro il sistema nel suo complesso, compromettendo il pluralismo che per sua natura il teatro dovrebbe garantire e tutelare. Il vero problema non è il ricambio generazionale, ma il cambiamento del metodo: è necessaria una progettualità più ampia, svincolata dalla politica. Ed è necessario fare rete, dando spazio e voce a tutti i soggetti che possono concorrere a un sistema di interesse pubblico.
Andrea Poli (Assessorato Turismo e Spettacolo, Regione Sicilia) sottolinea che ciò che è avvenuto in Puglia non è purtroppo avvenuto in Sicilia. Abbiamo bisogno di politica, o meglio di buona politica. E’ indubitabile che la Sicilia, con le sue peculiarità, abbia bisogno della politica. Se non c’è una questione meridionale nel teatro, sicuramente ci sono condizioni diverse fra le regioni: le risorse in Sicilia sono state importanti, ma spese in modo discutibile. Dei 50 milioni di euro destinati teatro, quasi il 98% era riservato a istituzioni pubbliche. Finora il problema delle politiche culturali siciliane non è stato affrontato davvero, perché le risorse c’erano: oggi invece sono drasticamente calate, e purtroppo non si può tornare indietro. Ciò che è stato è stato. Ora è necessario dare tempo e fiducia alla nuova amministrazione, che intende ribaltare la situazione.
Gigi Spedale (Stati Generali del Teatro in Sicilia, Latitudini) rappresenta la rete di drammaturgia contemporanea Latitudini, attiva da quasi quattro anni. La rete ha promosso gli Stati Generali dello Spettacolo, che hanno aggregato anche il circuito musicale e le organizzazioni di danza siciliani.
Spedale sottolinea che In Sicilia il settore dello spettacolo è “amministrato dal nord”: l’Assessorato al Turismo e allo Spettacolo è stato affidato a Michela Stancheris, bergamasca, di cui Andrea Poli –bresciano – è assistente. Rispetto ai fondi per lo spettacolo, solleva il problema che gli stanziamenti per le leggi di settore di teatro, musica e danza non sono stati soltanto ridotti, ma nell’ultima bozza di legge di stabilità sono stati addirittura azzerati. È prevista inoltre una riduzione dei fondi a favore degli enti pubblici, “i carrozzoni”, dice, “che ci portiamo dietro da sempre come una maledizione”. Un governatore dovrebbe avere degli strumenti per cambiare questa situazione: le fondazioni pubbliche di spettacolo – i teatri stabili – hanno numerosi dipendenti, ma non dovrebbero svolgere la funzione di “ammortizzatori sociali”: il loro compito è di promuovere la cultura e la crescita del territorio. Se il 98% dei fondi viene riversato solo nelle tre metropoli di Messina, Catania, Palermo (le tre città dove sono presenti organismi pubblici, o partecipati), al resto del territorio cosa rimane? Solleva il caso del Teatro di Messina, ente pubblico che gode di un finanziamento regionale di 5,4 milioni e non riesce nemmeno a programmare la stagione: il finanziamento viene interamente utilizzato per pagare 64 dipendenti, le bollette e i costi di gestione. Le uniche entrate derivano dai profumati affitti ai privati. Un discorso simile si può fare per le altre metropoli. Che cosa resta al territorio circostante? Spedale solleva infine un problema recentemente esploso anche sulla stampa: 72 teatranti indipendenti sono stati indagati per aver “inventato finti spettacoli”. In realtà la maggior parte ha solo commesso qualche irregolarità amministrativa. Il problema è quello dei controlli, gestiti in modo inadeguato dalla Regione.
Francesca Vitale (avvocato) interviene nel merito di questo problema. La chiusura delle indagini non porterà a 72 rinvii a giudizio, perché nella maggioranza dei casi si tratta effettivamente di irregolarità amministrative. Per i funzionari di settore sarebbe stato più opportuno sollevare le eventuali incertezze agli interessati, piuttosto che alla Guardia di Finanza o alla Procura della Repubblica. A partire ai problemi sollevati dagli operatori, sembrerebbe opportuno fare una specie di “tac” all’Assessorato al Turismo (cui compete il settore dell’entertainment, ovvero cinema, musica e teatro). Rispetto alla Film Commission, una petizione degli operatori cinematografici sottolinea l’impossibilità di fruire dei finanziamenti per le lungaggini burocratiche e il sostanziale disinteresse dell’amministrazione. Nel settore musica, gli operatori lamentano l’introduzione di un decreto che modifica i criteri per la valutazione, successivo alla presentazione delle domande: ma le leggi devono precedere la loro esecuzione, e le regole devono precedere la valutazione delle istanze: da qui il ricorso al TAR, che ha accolto la sospensiva, l’appello perso dalla Regione, i fondi congelati, come del resto quelli per il teatro. Ci dovrebbe essere maggiore collaborazione tra l’assessorato e le associazioni che si occupano di spettacolo, le piccole strutture siciliane di teatro, musica e cinema rischiano di morire per asfissia. In Sicilia c’è una scollatura tra i vertici, tra l’assessorato e la burocrazia: è da qui che deve iniziare il restyling.
Andrea Poli risponde ai due interventi precedenti: nel merito dei ritardi burocratici e delle irregolarità, se non vengono fatte le denunce l’assessorato non può intervenire, non è possibile controllare ogni singola pratica. I problemi denunciati sono reali, ma non è pensabile che si potessero risolvere tutti i problemi in otto. Quanto denunciato evidenzia purtroppo un problema di fondo: la totale dipendenza del settore dal finanziamento pubblico.
Settimio Pisano (Scena Verticale – Primavera dei Teatri) torna a riflettere sulla questione meridionale del teatro. Forse una vera e propria questione meridionale non c’è, ma esiste un divario tra Nord e Sud: lo si nota nel tessuto produttivo e distributivo, e nella qualità del dialogo con le istituzioni. Una delle cause è la scarsa capacità di confronto tra operatori e artisti, ma anche tra gli amministratori calabresi e il resto del paese (è importante fare rete anche tra gli amministratori). Un altro divario, e un grave ritardo rispetto al resto del paese, sta nella scarsa capacità degli operatori calabresi di fare rete tra di loro, andando oltre i problemi delle singole organizzazioni. Negli ultimi anni in Calabria si è assistito alla parabola, prima ascendente e poi discendente, del Teatro Stabile e del Circuito Regionale, che hanno pesantemente condizionato la distribuzione delle risorse pubbliche disponibili. Altra novità importante è stata la Legge Regionale, legge-quadro di settore, avvenuta circa dieci anni fa. Inizialmente ha rafforzato le strutture, favorito la nascita di nuovi soggetti e regolamentato un sistema disordinato. Purtroppo questa legge è andata via via svuotandosi, fino all’azzeramento della dotazione nel 2012. Attualmente è stata ripristinata una piccola dotazione e dal 2014-2015 la legge tornerà a funzionare, nonostante le risorse esigue. Negli ultimi tre anni le novità più rilevanti sono frutto della programmazione dei fondi FESR, dal 2010, con i quali sono partiti alcuni progetti (Magna Grecia Teatro Festival e il progetto delle residenze, nato sulla scia dell’esperienza pugliese). Per ora i risultati si stanno vedendo nella messa in rete di situazioni prima isolate e nella formazione di una piccola coscienza di sistema. Si è avviato un tavolo di lavoro permanente degli operatori con l’Amministrazione calabrese, con cui si stanno discutendo una serie di temi, tra cui l’utilizzazione dei fondi FESR 2014-2015. E’ fondamentale indirizzare gli interventi su progetti che favoriscano lo sviluppo di tutto il sistema regionale.
Angelo Curti (Teatri Uniti), con riferimento agli operatori teatrali, lancia una provocazione: “Siamo come i giapponesi nel pacifico dopo il ’45. La guerra è finita, l’abbiamo perduta. Però resistiamo, non dobbiamo rinunciare all’idea di essere dei combattenti”. Il teatro come linguaggio, come forma d’espressione è ancorato alla contemporaneità. Il sistema teatrale, invece, è condannato in tutti i gradi di giudizio all’anacronismo. Il sistema di produzione teatrale costa troppo e produce poco, e tuttavia va preservato. Ribadisce che non ha senso, in questo settore, parlare di Nord e Sud, il problema è globale, perché è in atto una mutazione geo-sociale. Dopo la crisi, nulla tornerà come prima, quindi dobbiamo accettare il cambiamento. Cita una battuta del film Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo, “Si è sempre meridionali di qualcuno”, per ribadire che bisogna ascoltare il Sud, perché dal Sud arrivano i veri stimoli per andare avanti.
In conclusione, Franco d’Ippolito sottolinea che dopo gli interventi di oggi non si parlerà più di una “questione meridionale”, ma, almeno alle Buone Pratiche, si analizzerà il sistema in generale.

Il teatro e i suoi spazi

Introducendo il tavolo, Mimma Gallina sottolinea che, nelle buone pratiche presentate nel corso di dieci anni, il tema della gestione degli spazi nel rapporto con il pubblico ricorre con grande frequenza.
Fabio Biondi (L’Arboreto) ricorda che sono ormai vent’anni anni che in Italia si parla di residenze e molte esperienze sono nate soprattutto nella provincia. Molte di queste esperienze si sono poi consolidate in sistemi regionali. Ma il sistema italiano “ non ama le residenze”. Il Ministero, introducendole nel regolamento di erogazione dei fondi, le ha solo accettate senza definire nulla, rimandando a futuri accordi Stato-Regioni, probabilmente anche perché il sistema non si è mosso a sufficienza a favore di queste esperienze. Le residenze non vanno considerate solo come una forma, un metodo: se non c’è un pensiero poetico, artistico, si svuotano di senso: “Se le residenze vengono lasciate in un nuovo Far West, tra avanguardia e retroguardia, tra esperienze positive e negative, rischiamo di perdere la scommessa in partenza; una scommessa che è fondamentale, perché la residenza riesce a rispondere a molte domande che oggi ci siamo posti, come il rapporto con i luoghi. Pensiamo a cosa possano fare le residenze nelle comunità”.
Rita Conti (Associazione Teatro Sociale di Gualtieri) ricorda che dal 2009 l’Associazione gestisce un teatro dismesso: è riuscita a restituirlo alla cittadinanza dopo oltre trent’anni anni di chiusura. Il teatro è in provincia di Reggio Emilia, una terra ricca di teatri. Mancava però il palcoscenico, demolito durante i lavori di restauro negli anni Ottanta. Questa peculiarità, invece di essere vissuta come un problema, ha permesso di utilizzare la struttura come spazio d’avanguardia, obbligandoci a ripensare un nuovo rapporto con il pubblico nel corso di cinque stagioni teatrali (e in aprile inizierà la sesta). Le stagioni vanno da maggio a ottobre, perché manca il riscaldamento, ma anche nei mesi invernali il teatro rimane aperto grazie al progetto “Cantiere Aperto-Teatro in rada”: un’opera di “riparazione” del teatro, per la quale l’Associazione ha proposto al pubblico abituale del teatro una partecipazione attiva.
Attraverso “Cantiere Aperto”, l’Associazione Teatro Sociale di Gualtieri si propone di dar vita al primo teatro in Italia ristrutturato da quello stesso pubblico che si reca abitualmente a vedere gli spettacoli. Nelle serate di “Cantiere Aperto” il teatro torna a essere “sociale” nel senso più ampio del termine: spazio e risorsa di tutti, in cui tutti, in tempi durissimi per la cultura, sono chiamati a partecipare e fare la propria parte. Dal 2011, grazie al lavoro di numerosi volontari, è stata restaurata la platea storica del teatro, che è possibile configurare in tre modalità diverse. I lavori avrebbero dovuto finire nel maggio 2012, ma il terremoto ha rallentato il cantiere di quattro mesi. In quel periodo difficile, l’Associazione ha proposto una rassegna di spettacoli all’aperto. Nell’ottobre 2012 il teatro è stato considerato di nuovo agibile e sono ricominciati i lavori che hanno condotto alla conclusione del restauro della platea. Il teatro è stato definitivamente aperto il 1° maggio 2013, giorno significativo: la Festa dei Lavoratori. “Un po’ di numeri: 50 serate di lavoro, 120 metri cubi di terra scavati a mano, 120 metri quadrati di sito storico restaurati centimetro per centimetro, numerose bottiglie di Lambrusco e tante fette di torta, ma nessun incidente”. L’operazione è stata davvero a basso costo: 10.000 € di materiali, con una stima della struttura quindici volte superiore. Nel 2013 questa avventura è stata filmata nel breve documentario di Alessandro Bonvini, che ha vinto il Concorso “Short on Work”, promosso dalla Fondazione Marco Biagi di Modena, dedicato al tema del lavoro come bene comune.
Le attività di “Cantiere aperto” continuano, i prossimi obiettivi sono due: costruire un nuovo laboratorio officina per il teatro e adeguare alle norme di sicurezza la zona del pubblico. Due sono le direttrici del progetto: portare il teatro alla sua piena funzionalità (riscaldamento, agibilità dei palchetti, scala di sicurezza, eccetera); e trasformare Gualtieri in un centro di produzione teatrale, trasformando il sottotetto in sala prove.
Marina Gualandi (Teatro Filodrammatici) si presenta come rappresenta una strutta “antica”, l’Accademia dei Filodrammatici, fondata nel 1798. Il Comitato Direttivo dell’Accademia e i direttori artistici Tommaso Madio e Bruno Fornasari hanno cercato di rivitalizzare un teatro in pieno centro a Milano, con una struttura straordinaria, ma con limiti architettonici molto forti. Una struttura borghese che non ha le caratteristiche che di solito favoriscono scelte contemporanee. Il progetto “Tradizione e tradimenti” riunisce la “tradizione” dell’Ente Accademia – una scuola di teatro tra le più antiche d’Europa – e i “tradimenti” che caratterizzano un programma dedicato al contemporaneo, con un gruppo di lavoro molto giovane.
Il progetto è iniziato nella stagione 2011-2012 con un finanziamento di Fondazione Cariplo (concesso tramite il Bando della Buona Gestione) che ha permesso la start-up. Il fatto di essere così giovani e “anomali” ha favorito una certa freschezza nei rapporti interni ed esterni. Non ci sono state le stratificazioni e gerarchizzazioni che impediscono di ragionare con libertà. I Filodrammatici sono in una zona centrale di Milano dove non esiste un tessuto sociale su cui lavorare, ma si sono raggiunti risultati di partecipazione positivi: il 38% delle entrate derivano dalla biglietteria, il 28% da affitti e piccoli contributi e Fondazione Cariplo ha inciso per il 34%.
Andrea Paolucci (Teatro dell’Argine) dirige un teatro con 33.000 spettatori, in una città di 30.000 abitanti (San Lazzaro). Una coincidenza molto gratificante: “Tutta la città va a teatro”. In realtà i numeri vanno interpretati, 16.000 spettatori arrivano da Bologna, molti spettatori abituali tornano due o tre volte. Ma l’utopia di una città totalmente partecipe al teatro è una bella prospettiva. Ma come raggiungere tutti i cittadini? Negli ultimi anni la compagnia si è concentrata sulle periferie, sui laboratori, partendo dall’idea è che un artista debba prendersi cura di tutta la filiera, dal teatro al palco, ma anche e soprattutto ai cittadini (comprese le periferie e la marginalità). Una suggestione è arrivata dal libro Le piazze del sapere di Antonella Agnoli. In un quartiere di Londra alla fine del ’99 si è cercato di capire come mai le biblioteche di quartiere non funzionassero, con un’indagine di mercato che cercava di capire i motivi per cui i cittadini non andavano in biblioteca: ne è emerso che la cultura si pone in genere su un piano esclusivo anziché inclusivo. Come conseguenza, sono state rivoluzionate le biblioteche, ribattezzate Idea Store: sono stati tolti i banconi, si è chiesto ai bibliotecari di imparare cinque o sei parole chiave in cinquanta lingue diverse, sono stati ampliati gli orari d’apertura, dalla mattina alla sera, sono stati lanciati corsi per i cittadini della zona… Grazie a questa rivoluzione che parte dall’interno, i prestiti librari sono aumentati esponenzialmente. Il mondo teatrale italiano non sarebbe refrattario a rivoluzioni di questo tipo, ma mancano spazi e strutture attrezzate, il sistema politico-amministrativo è sostanzialmente bloccato.
In conclusione, Mimma Gallina torna sul tema delle residenze: se non sono state ancora accolte nel quadro di riferimento del Ministero e accettate dall’establishment teatrale, è perché la forma della residenza, più di altre, mette in discussione il sistema consolidato. Ricorda infine che l’Associazione Culturale Ateatro ha insistito con il Ministero per inserire nel prossimo decreto, a fianco dei grandi teatri nazionali e del teatri di interesse pubblico, anche i piccoli teatri di produzione, che svolgono una funzione insostituibile.

Discussione

Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica) presentano un nuovo progetto. L’organizzazione, attiva dal 2009, e il sito nascono da un laboratorio di formazione e critica teatrale, tenuto a Roma. La nuova iniziativa è frutto di una domanda: “Perché facciamo così tanta critica e così poca informazione?” Nel corso del tempo, si sono riscontrati due problemi. Il primo è lo sfilacciamento dei vari territori: non c’è conoscenza reciproca e le diverse esperienze vanno disperdendosi. Il secondo è di natura più ampia e riguarda la distanza tra gli operatori del settore teatrale e il panorama culturale che non considera più il teatro come qualcosa di contemporaneo, di attualmente vivo.
L’esigenza riscontrata è stata quella di mettere in relazione e a disposizione le conoscenze e i contatti maturati negli anni. Il progetto consiste in una mappatura online dei teatri sul territorio nazionale. Grazie alla collaborazione con una start up romana, Up to you, è stato aperto il sito www.mappateatri.com, spin off da cui nascerà una piattaforma che renderà fruibile la ricerca di qualsiasi spettacolo e teatro sul territorio nazionale. Ogni operatore è inventato a inserire in questa piattaforma i dati e le informazioni del proprio teatro.
Aurora Simeoni (Cosass) illustra la situazione del teatro in Sardegna: dal 2009 a oggi la politica non ha saputo indicare una normativa adatta al settore dello spettacolo da vivo. La legge n. 18 del 2006, che avrebbe dovuto regolamentare la situazione, non è stata mai applicata né riempita di contenuti. Il Cosass nasce anche per invitare gli operatori a ragionare sulla legge e sulle regole dello spettacolo dal vivo. Nel 2013, a due settimane dalla scadenza del bando di finanziamento della Regione, sono stati cambiati i requisiti d’accesso e di valutazione in modo retroattivo. Cinquanta organizzazioni hanno presentato alla Regione un ricorso, promosso da Cosass. Nel frattempo molte compagnie hanno chiuso, soprattutto nelle province, quelle che hanno sede nei piccoli paesi o gestiscono spazi teatrali non convenzionali. Il paradosso è che negli ultimi anni sono stati ristrutturati 53 teatri, attualmente vuoti. Cosass sta andando avanti a fatica: Simenoni lancia un appello per mettere in rete le reti.
Davide Ancelotti (designer) informa di aver creato un sito, timelinecalendars.com, attraverso cui è possibile osservare la time-line degli spettacoli in scena in quel determinato momento. Le informazioni necessarie al pubblico sono quelle essenziali: quando e dove possono andare a vedere uno spettacolo. Ad ogni spettacolo è associata una scheda informativa, costruita attraverso le notizie offerte dei teatri aderenti. L’utente può costruire una wish list, selezionando gli spettacoli che intende vedere. Tale lista è poi associata alle funzioni dei calendari dei diversi provider di posta elettronica.
In conclusione Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino ringraziano per la collaborazione la Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”, Dario Menichello, Giorgina Cantalini, le allieve del primo e secondo anno del corso Organizzazione dello Spettacolo dal vivo, Heidi Mancino e Fondazione Cariplo.

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