Molto nero, un po’ di bianco e alcune sfumature di grigio

Gli spettacoli di NID Platform – Nuova Piattaforma della Danza Italiana, Pisa, 22-25 maggio 2014

Pubblicato il 26/05/2014 / di / ateatro n. 150 / 1 commento /
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Vedere una decina di spettacoli in due giorni non è forse il modo migliore di apprezzarli nelle loro singolarità e sfumature, ma l’“effetto festival” (sorretto dalla visione di altri spettacoli) può essere utile per innescare alcune riflessioni di carattere generale – con tutti i rischi che comportano le generalizzazioni.
NID Platform, ovvero la seconda edizione della “Nuova piattaforma della danza italiana” ospitata a Pisa dal 22 al 25 maggio 2014, affiancava gli spettacoli selezionati da un gruppo di esperti a tavoli tematici su possibili “buone pratiche” della danza e altre attività collaterali.

Esercizi di primavera

Esercizi di primavera

[Mi scuso per la soggettiva, ma in questo caso mi pare opportuna.] Non sono un cultore della danza, lo ammetto. Tendo a trovare gli spettacoli di danza troppo prevedibili o troppo casuali, e dunque tendo ad annoiarmi. Ma amo vedere i corpi dei danzatori, la loro forza e le loro fragilità. Ammiro il loro controllo del gesto, anche il movimento minimo, e la sottile dialettica dei loro corpi con lo spazio e con i corpi degli altri danzatori. Però mi inquieta e un po’ mi irrita quel loro perfezionistico culto della bellezza, che li spinge a occultare la fragilità (appunto), la fatica, l’errore: quell’errore, quell’imperfezione che fa di ciascuno di noi un individuo irripetibile.

Untitled

Untitled

Il lavoro di Alessandro Sciarroni UNTITLED_I will be there when you die, con i danzatori-giocolieri alle prese con il lancio delle clavette, che prima o poi cadono a terra, è anche un elogio dell’errore.
Ma questa fascinazione per il perfomer “totalmente presente, cosciente” (Vito Di Bernardo), per “una corporeità che sfugge a ogni scrittura del corpo e della scena” attraversa praticamente tutti gli spettacoli visti a NID, e finisce così per produrre gruppi (o coppie) di figure senza identità e personalità (senza interiorità strutturata se non per impulsi, repulsioni e attrazioni, a partire anche dal rifiuto di ogni radicamento e approfondimento psicologico). Dunque sono figure di fatto interscambiabili, all’interno del progetto di ciascun coreografo-regista.

OOOOOOOO

OOOOOOOO

Il correlato oggettivo di questo atteggiamento sono i mucchi e gli intrichi di corpi, inventati dal Living Theatre di Mysteries and Smaller Pieces negli anni Sessanta, e riproposti a NID senza connotazioni politiche ma con tonalità di generico disagio esistenziale.

Will

Will

Questo prosciugamento dell’interiorità spinge, come prima conseguenza, verso una dimensione pre-umana: verso la fisicità meccanica del burattino o della macchina, con tutte le sue possibili articolazioni; e insieme verso la gestualità animale (vedi i costumi di Athletes), la naturalità di scimmie e pesci, e magari i ritmi di giunchi e onde…

Athletes

Un’immagine condensa questa dialettica: le due danzatrici di Will che si drappeggiano la prima con un telo dai riflessi metallici, l’altra con una pelliccia.

Meditation on Beauty No. 1

Meditation on Beauty No. 1

Meditation on Beauty No. 2

Meditation on Beauty No. 2

Ma allora, come dare dinamica a una bellezza che parrebbe autosufficiente? La leva principale è quella dello squilibrio, o della perdita d’equilibrio, spesso praticata in scena, e a volte esplicitamente teorizzata: “ritmi che interrompono l’andamento della scrittura fluida” (Elena Giannotti/Company Blu); un “equilibrio precario eppure solido” e la “costante messa in discussione della propria posizione” (Marina Giovannini/Cab 008); “tutto ciò che agli occhi dello spettatore possa apparire ingiusto, strano, distorto” (Martina La Ragione, Valentina Buldrini/Déjà Donné); la “condizione di perdita di equilibrio attraverso una scrittura coreografica per soli arti superiori” (Giorgia Nardin). La figura retorica utilizzata per enfatizzare questa statica precaria è il ralenti, usato e abusato, che enfatizza l’impossibilità dell’equilibrio e insieme l’abilità del danzatore nel controllarne le dinamiche instabili, con torsioni innaturali e dissonanti.

Relazioni (pericolose)

Relazioni (pericolose)

Relazioni (pericolose)

Relazioni (pericolose)

Questo squilibrio dei corpi rispecchia però un altro squilibrio, una difficoltà che è anche interiore. A ispirare diversi lavori è una difficoltà nel rapporto con l’Altro (che poi è – per quanto detto – pressoché Identico). Quello di Athletes è “un piccolo mondo alieno in cui la solidarietà si trasforma in crudeltà, la cooperazione in competizione”.

Grandmother

Grandmother

Nello spettacolo di Mauro Astolfi/Spellbound, le Relazioni (pericolose) sono quelle in cui “non si capisce esattamente con chi e con cosa si sta avendo a che fare”, in una coreografia ambientata in una sorta di bar dove “i mille marchingegni ed espedienti per il conseguimento del potere e del controllo sul prossimo trovano nel rapporto tra uomini e donne il primo e più fertile terreno per affinarne le armi”. OOOOOOOO “orbita attorno al tema delle relazioni fallite e della loro rovine”, tanto da proporsi come una terapia di gruppo che prende la forma di “un atto rituale, una cerimonia catartica”.
Non sorprende che il terreno privilegiato per questi confronti sia il conflitto maschile-femminile, e più in generale il momento dell’accoppiamento sessuale, spesso evocato e mimato: ma sono accoppiamenti (o ammucchiate) senza seduzione, resi inevitabili dalla morfologia dei corpi e da un’attrazione magnetica (a volte drammatizzata dalla violenza dello stupro). Come scrive Alessandro Pontremoli, rispetto alla generazione precedente di artisti, assistiamo al “superamento della dimensione patologica, sadomasochistica, scatologica, orrorifica ed escrementizia”. Non c’è più il gusto della trasgressione, resta una vitalità che non è più nemmeno disperata, ma solo dolorosa, quanto basta per sentirsi vivi: uno stato d’animo si coglie anche in alcuni assoli (che sono tutti al femminile). Quella che arriva sulla scena di NID è solo l’Apocalisse che segue la scomparsa del desiderio e del sentimento. Sotto l’apparente disordine dei corpi in attrito, l’ordine regna sovrano, l’unico problema politico pare la legalizzazione dei matrimoni gay, richiesta tramite diapositive in OOOOOOOO.
Senza una robusta soggettività, la contraddizione non può produrre storia o destino: condanna i corpi piuttosto all’eterno presente della ripetizione. Da un lato può andare verso l’esplorazione sistematica di tutte le possibili “variazioni su un tema dato”. Dall’altro, allo scoccare di una scintilla di sofferenza (e di creatività coreografica), si innesca il moto browniano dei danzatori (in genere, sono spettacoli con una sequenza estenuante di sottofinali).

Welcome to my world

Welcome to my world

Welcome to my world

Welcome to my world

In questo orizzonte, è difficile far scattare l’immaginario. Ci prova con qualche ingenuità Enzo Cosimi in Welcome to my world, una Apocalisse isterica innaffiata con il bianco del latte e il rosso del sangue, immancabili ingredienti rituali prima dell’ingresso in scena di un totemico palo bianco.

What age are you acting?

What age are you acting?

Lo svuotamento dell’interiorità porta all’uniformità anche dal punto di vista visivo. Si vedono molti corpi nudi, o quasi nudi (a salvarli, ci prova con la sua ironia esibizionista Silvia Gribaudi in What age are you acting? Le età relative). Quando i danzatori non sono nudi, si limitano a un castigato intimo, a leggings o abitini minimali. Il colore è qualche volte bianco, o più spesso neri (o quasi), con qualche rara sfumatura di grigio. Nel suo sguardo d’insieme, Vito De Berardi parla di “rifiuto della mediazione segnico-simbolica”. Si avverte un diffuso, legittimo rifiuto della narrazione, con il rischio però di neutralizzare la tensione drammaturgica, in montaggi di frammenti a volte illuminati dalla grazia ma alla lunga ripetitivi. L’accompagna una presa di distanza dai meccanismi teatrali (personaggio, mimesi, descrittività…). La conseguenza di questo partito preso “modale” è però la difficoltà a innescare l’immaginario, come se la percezione dello spettatore fosse (quasi) tutta concentrata nei neuroni specchio, nel godimento del gesto. La tendenza è dunque verso una astrattezza – spesso minimalista – senza quasi radici: come se si fosse affermata – non solo a NID, ma in molta danza contemporanea – una koiné internazionale della danza, con un suo linguaggio immediatamente decodificabile, da distribuire globalmente come i mobili Ikea.

Anticorpi

Anticorpi

Non è forse un caso che lo spettacolo più complesso e compiuto, Anticorpi di Roberto Zappalà, si interroghi sulla questione dell’identità, anche se resta una grande distanza tra l’enunciazione di principio e la pratica coreografica.

(Il discorso non vale ovviamente per l’antropologia della danza che sta praticando in questi anni Virgilio Sieni, presente a NID con Esercizi di primavera, che a questa deriva offre un antidoto.)

Esercizi di primavera

Esercizi di primavera

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