Festival2014_7 Matti e santi: per una poetica del gesto

Mombello. Voci da dentro il manicomio del Teatro Periferico e Il Vangelo secondo Matteo di Virgilio Sieni

Pubblicato il 25/08/2014 / di / ateatro n. 151 / 0 commenti /
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Diverso il metodo di lavoro seguito dal Teatro Periferico per costruire Mombello. Voci da dentro il manicomio (che forse sarebbe più corretto sottotitolare “Gesti dal manicomio”). L’“Antonini” di Mombello-Limbiate era uno dei grandi ospedali psichiatrici italiani. Nell’arco di 130 anni circa, prima della chiusura in seguito alla legge Basaglia (nel 1978), ha ospitato circa 100.000 pazienti – ma sarebbe meglio parlare di “internati” – divisi “secondo il comportamento in Epilettici, Tranquilli, Sudici, Semi-agitati, Agitati, Criminali”. L’ospedale di Mombello era una vera e propria città, poi svuotata dei suoi abitanti e abbandonata al degrado: un buco nero nel territorio e nell’identità collettiva.

Mombello. Voci da dentro il manicomio

Mombello. Voci da dentro il manicomio

Per recuperare la memoria di questo luogo, oltre allo studio delle rare fonti, è stata condotta in primo luogo una ricerca sul campo, condotta con metodi ripresi sia dalla sociologia sia dallo studio della storia orale, ampliando la metodologia messa a punto per I fiori nella ghisa (2009), spettacolo dedicato alla storia della Ceruti, una fabbrica di Bollate chiusa alcuni anni fa.
Un gruppo di cittadini, opportunamente preparati, ha condotto una serie di colloqui (della durata di un’ora-un’ora e mezza) con pazienti, parenti, medici, infermieri, assistenti sociali, cittadini…

Mombello. Voci da dentro il manicomio

Mombello. Voci da dentro il manicomio

La seconda fase è stata invece tutta teatrale, affidata a un gruppo di professionisti: la regista Paola Manfredi, la drammaturga Loredana Troschel, lo scenografo Salvatore Manzella e gli attori Giorgio Branca, Elisa Canfora, Antonello Cassinotti, Alessandro Luraghi, Laura Montanari, Raffaella Natali, Loredana Troschel, Lilli Valcepina, Dario Villa. A partire dal materiale raccolto, da un lato è stato costruito un montaggio testuale, un vero e proprio copione a più voci. Dall’altro sono state isolate le descrizioni di una serie di azioni, che hanno costituito la base della partitura gestuale degli attori, combinandosi con le immagini che ciascun attore aveva scelto a partire dai ritratti dei pazienti, opera di un pittore Gino Sandri, ricoverato e morto Mombello.

Ecco un breve elenco di voci raccolte, da cui sono stati ricavati dialoghi e situazioni:
“Questo silenzio, questo grande silenzio”
“In manicomio, difficilmente c’era silenzio. I rumori erano in gran parte le urla dei pazienti”
“Loro urlavano e le infermiere urlavano”
“Avevano attacchi di crisi o bestemmiavano”
“Piangevano tutti i giorni”
“Le urla c’erano sempre. E il momento più critico era dopo la mezzanotte”
“Se non le andavi, eri bombardata di parolacce”
“Mugugnava, mi ricordo che faceva questi versi: Muuu…”
“Parlava da solo a voce alta”

…e questi sono alcuni suoni che sono entrati a far parte della colonna sonora composta da Luca De Marinis (nello spettacolo le musiche sono assenti):
Rumore di chiavi (“facevano un fracasso incredibile perché erano belle grosse”)
Acqua delle docce
Aprire e chiudere di porte
Spingere il carrello
Fare la pipì
Buttare tutto all’aria…

Mombello. Voci da dentro il manicomio

Mombello. Voci da dentro il manicomio

Anche nel caso di Mombello c’è una programmatica scissione tra ciò che si sente e ciò che si vede, uno scollamento tra “video” e “audio”. Il lavoro, allestito in un corridoio che dunque allarga lo sguardo dei testimoni e al tempo stesso li avvicina agli interpreti (nel caso specifico all’ospedale di Cittiglio), è diviso in due parti. La prima vede gli attori interpretare la drammaturgia testuale ricavata montando le parole dei testimoni; nella seconda, dopo l’intervallo, è la volta della drammaturgia delle azioni e dei gesti, in un montaggio senza parole che punta a restituire l’atmosfera dell’ospedale e l’angoscia e il dolore dei pazienti. La scelta registica evita programmaticamente di dare (o imporre) un giudizio su questa “danza della follia”, per lasciare questa responsabilità allo spettatore-testimone.

Il Vangelo secondo Matteo

Il Vangelo secondo Matteo

La drammaturgia del gesto è il cuore dello straordinario lavoro di Virgilio Sieni, una rivisitazione del Vangelo secondo Matteo che ha trovato una tappa conclusiva nel luglio 2014 alla Biennale Danza dopo una serie di laboratori in varie regioni italiane nell’arco di diversi mesi. Nelle parole di Sieni, si trattava di “proporre una serie di quesiti sui concetti di comunità, gesto, luogo e dettaglio”, “attraverso un connubio linguistico tra danzatori e persone comuni”. Il confronto tra il gesto quotidiano e la pratica coreografica è da anni uno dei filoni di ricerca di Sieni: l’efficacia e la forza delle azioni delle “persone comuni”, i loro corpi (quelli innocenti dei bambini, quelli segnati dalla vita dei vecchi, quelli induriti dai gesti abitudinari del lavoro), astratti dai loro obiettivi funzionali, diventano emblemi di bellezza attraverso un montaggio che li inscrive sapientemente in una partitura, o addirittura in un racconto.

Il Vangelo secondo Matteo

Il Vangelo secondo Matteo

Utilizzando questo metodo, affinato negli ultimi anni, Sieni affronta un obiettivo ambizioso come la rivisitazione del Vangelo di Matteo in forma di spettacolo. Manca, tra le decine di corpi che animano questo grande affresco in 27 quadri, quello di Cristo, “come a ricordarci che ogni corpo è di per sé un racconto, una forma unica di incarnazione”, scrive Stefania Di Paolo nel programma di sala. Nella “democrazia estetica” di Sieni, la bellezza – ovvero la grazia del divino – si può incarnare – e si incarna – nel corpo di ciascuno di noi. E la Resurrezione dei corpi nella bellezza – perché di questo parla il Vangelo – e dunque l’istituzione di un “mondo nuovo”,

passa attraverso il rifare esperienza delle parole, delle immagini e dei gesti, poiché questi hanno il potere di riorganizzare il nostro modo di vivere abituale, di insegnarci una trama diversa per i fili della nostra esistenza.

La rilettura del testo evangelico non passa attraverso l’itinerario biografico della vicenda di Cristo, e nemmeno attraverso l’illustrazione cinematografica dei suoi episodi salienti. Il testo di Matteo viene smembrato in 27 scene, o quadri, distribuiti nell’arco di tre cicli, ciascuno dei quali occupa una serata. Alle Corderie dell’Arsenale – una spoglia cattedrale – lo spazio è curiosamente sistemato come quello che ospita Lo spazio e la città: a terra, un nastro banco isola una quindicina di rettangoli o quadrati di alcuni metri di lato, all’interno dei quali agiscono i danzatori, da soli o in gruppo, in abiti quotidiani, con l’ausilio di rari oggetti: sedie, bastoni, fazzoletti e poco altro. Anche in questo caso si possono identificare alcuni gruppi organizzati, o selezionati: “un gruppo di non vedenti”, “undici giovanissimi ragazzi”, “quarantatré elementi della corale di Carpi”, “cinque coppie di generazioni diverse di madri e figli”, “quattro merlettaie veneziane”, “due giovani donne accompagnano un uomo anziano”, “un danzatore non vedente”…

Il Vangelo secondo Matteo

Il Vangelo secondo Matteo

Non c’è mai piatta illustrazione: le coreografie sono una trasposizione simbolica – più o meno sottilmente evocativa – dei singoli episodi, a volte moltiplicati in più scene. Messe in sequenza, le coreografie create da Sieni per questo Vangelo occuperebbero alcune decine di ore. Come in un ciclo d’affreschi, lo spettatore non ha la possibilità di vedere contemporaneamente l’intero quadro, ma ne può cogliere (e accumulare) solo frammenti. In una atmosfera di tesa concentrazione, a metà tra il luogo sacro e la palestra, girovagando tra le diverse “attrazioni”, allo spettatore, tocca il compito – grazie anche all’ausilio di alcune mappe cartacee – di ricostruire il nesso metaforico tra il quadro vivente che ha davanti agli occhi, e l’episodio che lo ha ispirato. Quelli che fa agire Sieni sono spesso corpi che si accudiscono, sostengono, accarezzano, o piccoli gruppi che si coagulano e accodano. Al centro della sua meditazione laica è in genere la “cura”, l’attenzione per lo spazio in cui ci si muove e soprattutto l’attenzione per l’altro. A contrappuntarli, rari episodi in cui esplode la disperazione della solitudine. Ma alla fine, a prevalere in questa utopia ascetica e ginnica è un senso di ascolto e di pietà, una toccante elegia sul nostro corpo e sul corpo dell’Altro.

Il Vangelo secondo Matteo: la recensione di Ferdinando Marchiori per ateatro.it

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