Il trionfo dell’asinità: dalla prefazione di Siamo asini o pedanti? di Marco Martinelli

Il testo pubblicato da CuePress

Pubblicato il 19/09/2014 / di / ateatro n. 151 / 0 commenti /
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E’ disponibile (ovvero acquistabile e scaricabile in ebook) Siamo asini o pedanti? di Marco Martinelli. Lo pubblica CuePress, con una dedica a Mandiaye N’Diaye, un sorprendente corredo multimediale e una prefazione di Oliviero Ponte di Pino, di cui pubblichiamo un brano.

Siamo asini o pedanti?

Come i primi apologhi composti da Marco Martinelli, Siamo asini o pedanti? evita ogni facile e consolatoria certezza. Rifiuta chiavi immediatamente utilizzabili, risposte univoche. A livello comunicativo, esplora e mescola diversi livelli di realtà e alterna varie forme di comunicazione: la fantascienza (come dice la didascalia iniziale,la pièce è ambientata a “Ravenna felice, anno… più in là”), il realismo, la favola natalizia che diventa sogno e incubo, l’apologo filosofico, la satira e la tragedia, il teatro, il circo, il cantastorie… Il finale è volutamente aperto, sospeso, quasi a troncare lo sviluppo narrativo ed escludere una facile “morale della favola”. Siamo per certi aspetti vicini al teatro postdrammatico teorizzato da Hans-Thies Lehmann.

Siamo asini o pedanti 1989 (Foto di Marco Caselli Nirmal)

La ricchezza delle invenzioni, la forma aperta, frammentata, intarsiata d’innesti, fanno di Siamo asini o pedanti? un potente nucleo generativo, da cui partono linee di forza che verranno riprese e rilanciate negli anni successivi. Accanto a quelle già suggerite, c’è per esempio la “non-scuola”, una pedagogia basata sul cortocircuito tra sapienza e stoltezza: “Non andavamo a insegnare”, spiegherà Martinelli. “Il teatro non si insegna. Andavamo a giocare, a sudare insieme. Come giocano i bambini su un campetto da calcio, senza schemi né divise, per il puro piacere del gioco, come capita ormai di vederli solamente in Africa, a piedi nudi sulla sabbia, o nel sud d’Italia: al nord è raro, i più sono irregimentati a copiare il calcio dei ‘grandi’, soldi e televisione. In quel piacere ci sono una purezza e un sentimento del mondo che nessun campionato miliardario può dare. La felicità del corpo vivo, la corsa, le cadute, la terra sotto i piedi, il sole, i corpi accaldati dei compagni, l’essere insieme, orda, squadra, coro, comunità, la sfera-mondo che volteggia e per magia finisce dentro la rete. Scuola e teatro sono stranieri l’uno all’altra, e il loro accoppiamento è naturalmente mostruoso. Il teatro è una palestra di umanità selvatica e ribaltata, di eccessi e misura, dove si diventa quello che non si è; la scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società”.
Dopo l’asino, sarà il turno di altri animali, a cominciare dagli Uccelli di Aristofane per arrivare alla muta di cani ululanti stipati nel sottopalco dell’Isola di Alcina (2000). Le Albe porteranno in scena nel 2000 il Padre Ubu e la Madre Ubu, creati da Alfred Jarry quando era ancora studente al liceo di Rennes: simbolo della stupidità e dell’arroganza del potere, ma anche incarnazione di una potenza sovversiva e liberatoria, Ubu segnerà a lungo il percorso del gruppo, ancora una volta dalla Romagna all’Africa.
Come drammaturgo, Marco continuerà a lanciare sguardi sull’Italia, tra grottesco e denuncia, con I Refrattari (1992) e più di recente con Pantani (2013). Come (anti)pedagogo inventerà nel 2011 Eresia della felicità, un ciclo di spettacoli – o meglio un format – che mobilita le energie di decine e decine di “bambini pieni di grazia, adolescenti sgraziati in bilico tra l’età dell’oro e l’età del grigio (per questo, forse, ancor più commoventi)”, arruolati per “una creazione quotidiana sotto l’insegna della non-scuola del Teatro delle Albe. Gli adolescenti in maglietta gialla imbracceranno i versi crepitanti di Vladimir Majakovskij, scritti quando lui pure era un giovane ribelle, e sentiva la tempesta nell’aria”. Rivisitando Pinocchio (2014), altri adolescenti si ritroveranno trasformati in asini. Senza dimenticare Bottom e la sua metamorfosi asinina nel Sogno di una notte di mezza estate (2002).

Siamo asini o pedanti 1989 (Foto di Marco Caselli)

Quell’asino parlante e mutante continua a ragliare e scalciare. Dà forma a inedite potenzialità. Partorisce e dissemina le sue creature. Come spiega Coribante, uno dei personaggi della Cabala del cavallo pegaseo di Giordano Bruno,

“Multa igitur asinorum genera: aureo, archetipo, indumentale, celeste, intelligenziale, angelico, animale, profetico, umano, bestiale, gentile, etico, civile ed economico; vel essenziale, subsistenziale, metafisico, fisico, ipostatico, nozionale, matematico, logico e morale; vel superno, medio ed inferno; vel intelligibile, sensibile e fantastico; vel ideale, naturale e nozionale; vel ante multa, in multis et post multa.”

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