Io Sono Cultura. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi

Il Rapporto Symbola 2014

Pubblicato il 21/09/2014 / di / ateatro n. 151 / 0 commenti /
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Giunto ormai alla sua quarta edizione, il Rapporto realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, con la collaborazione e il sostegno dell’Assessorato alla cultura della Regione Marche, dedicato all’economia del sistema produttivo culturale italiano, rappresenta per le istituzioni e gli operatori, un importante punto di riferimento. Bisogna premettere che l’area affrontata dai curatori – che si rifà, reinterpretandole, alle diverse tassonomie delineate a livello europeo – si suddivide in Industrie creative, Industrie culturali, Patrimonio storico e artistico, Performing arts e arti visive; prende dunque in esame un ampio perimetro che racchiude settori e sottosettori anche “distanti” tra loro per quanto concerne il rapporto con il mercato e con le istituzioni.
Come si apprende dal Rapporto, le cui risultanze riguardano il 2013, seguendo le informazioni rese disponibili dal Registro delle Imprese, il numero di imprese presenti nel sistema produttivo culturale italiano raggiunge quota 443.458. Di queste, oltre i due terzi (306.086 per l’esattezza) sono da associare alle industrie creative, con particolare riguardo all’architettura (151.425) e alla produzione di beni e servizi creative driven1 (107.069 imprese, pari al 24,2% dell’intera filiera).

Imprese registrate del sistema produttivo culturale in Italia, per settore
Anno 2013 (valori assoluti e composizioni percentuali)

Imprese registrate
Valori assoluti

Quote %

Industrie creative

306.086

69

Architettura

151.425

34,1

Comunicazione e branding

32.923

7,4

Design

14.668

3,3

Produzioni di beni e servizi creative driven

107.069

24,2

Industrie culturali

109.267

24,6

Film, video, radio-tv

12.162

2,7

Videogiochi e software

45.047

10,2

Musica

2.352

0,5

Libri e stampa

49.707

11,2

Patrimonio storico-artistico

924

0,2

Musei, biblioteche, archivi e gestione di luoghi e monumenti storici

924

0,2

Performing arts e arti visive

27.181

6,1

Rappresentazioni artistiche, intrattenimento, convegni e fiere

27.181

6,1

TOTALE SISTEMA PRODUTTIVO CULTURALE

443.458

100

TOTALE ECONOMIA

6.061.960

Fonte: elaborazioni su dati Unioncamere-InfoCamere

Dallo studio – realizzato con la partnership di Fondazione Fitzcarraldo e Si.Camera e con il patrocinio dei ministeri dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dello Sviluppo Economico – emerge che al conseguimento dei risultati complessivi del comparto cultura, sia in termini economici che di occupazione, contribuiscono soprattutto le industrie creative e le industrie culturali. Dalle industrie creative arriva infatti il 47% di valore aggiunto e il 53,2% degli occupati, un risultato dovuto soprattutto alla produzione di beni e servizi creative driven e all’architettura. Dalle industrie culturali arriva un altro consistente 46,4% di valore aggiunto e il 39% degli occupati (in questo caso i settori più pesanti sono libri e stampa e videogiochi e software). Decisamente più basse sono le quote delle performing arts e arti visive (5,2%, il valore aggiunto, il 6,1% l’occupazione) e delle attività private collegate al patrimonio storico-artistico (1,5% e 1,6%).
L’intera filiera culturale italiana (le industrie culturali, più quella parte di economia non culturale che viene attivata dalla cultura, come, ad esempio, il turismo culturale) vale 214 miliardi di euro: il 15,3% del valore aggiunto nazionale.

Valore aggiunto e occupazione
del sistema produttivo culturale italiano per settore

Anno 2013 (valori assoluti, composizioni e incidenze percentuali sul totale economia)

Valore aggiunto

Valore aggiunto

Occupazione

Settori

Milioni di

Euro

Quote

%

Migliaia

Quote %

Industrie creative

35.176,2

47,0

741,2

53,2

Architettura

12.564,2

16,8

223,5

16,0

Comunicazione e branding

3.956,5

5,3

80,7

5,8

Design

2.192,2

2,9

48,3

3,5

Produzione di beni e servizi creative driven

16.463,4

22,0

388,7

27,9

Industrie culturali

34.732,1

46,4

544,1

39,0

Film, video, radio-tv

8.016,9

10,7

73,7

5,3

Videogiochi e software

12.073,2

16,1

226,8

16,3

Musica

410,4

0,5

5,0

0,4

Libri e stampa

14.231,6

19,0

238,7

17,1

Patrimonio storico-artistico

1.097,3

1,5

22,9

1,6

Musei, biblioteche, archivi e gestione di luoghi e monumenti storici

1.097,3

1,5

22,9

1,6

Performing arts e arti visive

3.906,2

5,2

85,4

6,1

Rappresentazioni artistiche, divertimento e convegni e fiere

3.906,2

5,2

85,4

6,1

TOTALE

74.911,9

100,0

1.393,6

100,0

Fonte: elaborazioni su dati Unioncamere

Complessivamente i tassi di variazione degli occupati, per il 2014, considerando le variazioni percentuali tendenziali, rivelano tendenze negative.

Tassi di variazione degli occupati
alle dipendenze delle imprese del Sistema Produttivo Culturale
per settore di attività, ripartizione territoriale e classe dimensionale

Anno 2014 (variazioni percentuali tendenziali

Tassi di variazione degli occupati alle dipendenze delle imprese del  Sistema Produttivo Culturale  per settore di attività, ripartizione territoriale e classe dimensionale Anno 2014 (variazioni percentuali tendenziali)

Tassi di variazione degli occupati alle dipendenze delle imprese del
Sistema Produttivo Culturale
per settore di attività, ripartizione territoriale e classe dimensionale
Anno 2014 (variazioni percentuali tendenziali)

Venendo allo spettacolo dal vivo, il Rapporto (come per tutti i settori) svolge un’analisi autonoma, evidenziando che si tratta di un ambito le cui criticità si sono negli anni acuite, complice anche un certo immobilismo sul versante normativo. Ha rappresentato altresì un segnale di cambiamento l’emanazione del decreto-legge dell’agosto 2013, poi convertito in legge2, voluto dal Ministro allora in carica Massimo Bray3.
Vengono forniti alcuni elementi che consentono di delineare lo scenario complessivo, partendo dai finanziamenti assegnati dal MIBACT Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo. Si deve proprio al citato decreto-legge l’innalzamento del Fondo Unico per lo Spettacolo4, per il 2014, a 406 milioni di Euro, contro i 380 in precedenza previsti: il finanziamento relativo al 2013 era stato di 398,08 milioni di Euro, con una flessione rispetto all’anno precedente del 6,51%. Il FUS, dal 1985 anno della sua istituzione, al 2013 ha registrato un incremento dell’8,84%, in valori correnti calcolati in Euro, ma un calo del 56,08% in valori costanti, con tutto quanto ne consegue.

Nel 2013 sono stati penalizzati tutti i settori delle performing arts, con unica eccezione per le Attività di danza, rimaste pressoché sugli stessi livelli.

E se la progressiva riduzione degli investimenti da parte dello Stato era stata riequilibrata, in tempi diversi, dagli interventi legati alle politiche di sviluppo portate avanti dagli Enti Locali e dalle Regioni, la crisi economica e finanziaria del Paese, e i conseguenti provvedimenti legislativi quali il Decreto-legge. 78/20105, hanno limitato fortemente tali flussi.

In realtà alcune amministrazioni locali hanno contenuto i tagli allo spettacolo, considerando la cultura un asset importante per l’innovazione e lo sviluppo socio- culturale del territorio, ma complessivamente ha prevalso una visione meno strategica.

Emerge dal Rapporto, nell’affrontare lo stato dell’arte delle performing arts, l’effetto della ricaduta della crisi economica sulle dinamiche dell’offerta e della domanda: il calo progressivo dei redditi e pertanto dei consumi delle famiglie va di pari passo con le difficoltà incontrate dalle imprese del settore sul versante degli investimenti (siano essi economici o in capitale umano), con il venir meno di punti di riferimento che consentano di progettare a medio e lungo termine.

Diversi comparti del sistema produttivo culturale hanno mantenuto, negli ultimi anni, le quote di mercato conquistate, ma così non è stato per le performing arts, come emerge dal raffronto dei dati forniti dalla SIAE Società Italiana Autori ed Editori relativi al primo semestre del 2013 con quelli dell’omologo periodo dell’anno precedente. L’insieme delle attività teatrali6 ha visto un aumento dell’offerta dello 0,55%, ma una flessione degli spettatori del 4,08% e degli incassi del 7,22%. Entrando nel merito dei sottosettori si rileva che il Teatro di prosa a fronte di un aumento dell’offerta dell’1,49% ha visto calare gli spettatori del 3,38% e gli incassi del 6,57%, anche la Lirica ha visto aumentare l’offerta, del 2,49%, gli spettatori sono aumentati dell’1%, ma gli incassi sono scesi del 5,20%; la Rivista e la Commedia musicale hanno visto calare le recite del 14,14%, gli spettatori del 7,87% e gli incassi del 3,33%.

Per quanto concerne l’Attività concertistica, si registra un calo dell’offerta del 2,58%, mentre aumentano gli spettatori del 9,70% e gli incassi del 23,84%, i saldi positivi sono però da attribuirsi solo alla musica leggera, poiché sia il jazz che la musica classica si allineano su risultati deludenti. Questi dati potrebbero essere interpretati come la risultante di fattori congiunturali, in realtà se si estende l’analisi agli andamenti del quinquennio precedente, si scopre una linea di continuità. Infatti tra il 2008 e il 2012, considerando l’insieme delle performing arts (con esclusione del circo), le rappresentazioni sono passate da un totale di 174.455 a 152,780 (-12,4%), gli spettatori da 33.089.677 a 31.316.528 (-5,4%), la spesa del pubblico da 592.260.600 Euro a 571.633.600 (-3,5%, in valori correnti).

Se è innegabile la ricaduta della crisi economica – si legge nel Rapporto – è altrettanto vero che non si può prescindere da una valutazione dell’offerta, spesso tendente (si pensi a certo teatro di prosa o al musical) verso un repertorio di facile richiamo mediato dal filtro dell’intrattenimento televisivo. Esiste una forte interrelazione tra le politiche finalizzate all’allargamento del pubblico, il rapporto tra qualità e quantità, gli investimenti per la cultura e la sua economia. Paradossalmente la flessione della domanda può essere stata determinata (almeno in parte) proprio dagli improbi tentativi di ampliarla (complice la non conoscenza delle esigenze dei diversi pubblici), che ha portato ad abbassare il livello qualitativo delle produzioni, con l’effetto di allontanare, forse provvisoriamente, una parte del pubblico reale (in attesa di proposte più consone) ma definitivamente il pubblico potenziale.

La riduzione dell’offerta e della domanda, unitamente alle citate concause esogene – comporta ineluttabilmente, tra le ricadute dirette, l’acuirsi della crisi occupazionale, come dimostrano i dati forniti dall’INPS/ENPALS Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo7. Tra il 2010 e il 2012 i lavoratori della Musica e della Danza sono calati da 53.559 a 48.062 (-10,26%) mentre le imprese del settore sono passate da 4.047 a 3.475. Nello stesso lasso di tempo, anche nel Teatro, il numero delle imprese ha visto una flessione, portandosi da 2.490 a 2.312, così come i lavoratori, sono passati da 24.928 a 23.906 (- 4,1%). Si tratta in realtà di tendenze in atto già dai primi anni dello scorso decennio – aggravate ultimamente dalla grave situazione internazionale che investe l’occupazione – che confermano, nel confronto con gli altri paesi europei note anomalie. Il nostro è un paese dallo straordinario patrimonio culturale e un‘alta propensione allo studio delle materie culturali a livello universitario 8, ma con un livello di occupazione decisamente inadeguato per attuare quelle strategie di sviluppo che paiono ormai improcrastinabili e consentirebbero altresì di creare nuova occupazione. Per citare alcuni dati, secondo una rilevazione svolta nel 2013 da AlmaLaurea su laureati della classe di laurea Scienze dello Spettacolo e della Produzione Multimediale9 a tre anni di distanza dal conseguimento di una laurea specialistica/magistrale, lavoravano stabilmente il 36,8 % degli intervistati, di cui solo il 20% con contratti a tempo indeterminato e il 16,8% come lavoratori autonomi. Degli altri si sa che in parte lavorano solo saltuariamente in uno stato perenne di precarietà, mentre aumenta in maniera esponenziale il numero di quanti, alla ricerca di una propria legittima affermazione, decidono di trasferirsi all’estero (attualmente è molto ambita la Gran Bretagna, di cui si è riscoperta la fascinazione sul versante delle professioni culturali); per contro si fa strada l’inquietante fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training).

Uno dei settori per primi interessati dalle norme introdotte dal Decreto-Legge Valore Cultura , è stato quello delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche10, molte delle quali, peraltro, dalla Fondazione Carlo Felice di Genova al Teatro di San Carlo di Napoli sono state negli ultimi anni commissariate. Sulla natura, la complessità organizzativa, e in particolare la gestione economica delle Fondazioni Liriche italiane, esiste un’ampia letteratura essendosi esercitati sulla materia autorevoli studiosi; tali enti, che assorbono quasi la metà del totale dei finanziamenti statali destinati tramite il FUS allo spettacolo, sono da anni attraversati da crisi economico-finanziarie devastanti e a poco sono serviti i provvedimenti legislativi emanati nel tempo che avrebbero dovuto apportare dei correttivi in tal senso11 . Va sottolineato, nel provvedimento, l’uso del termine “risanamento”, che pone in essere il superamento del concetto di “salvataggio”, troppo spesso adottato (nella sostanza) parlando di questi ed altri enti.

Per sostenere l’impatto del provvedimento è stato previsto per l’anno 2014 un fondo di rotazione pari a 75 milioni di Euro e gran parte delle quattordici Fondazioni Lirico-Sinfoniche hanno presentato un piano di risanamento. L’effetto per certi versi più rilevante della conversione in legge del decreto sta però nella promulgazione, in ottemperanza all’art. 9 della stessa legge, dello schema di decreto Nuovi criteri e modalità per l’erogazione, l’anticipazione e la liquidazione dei contributi allo spettacolo dal vivo, a valere sul fondo unico per lo spettacolo di cui alla legge 30 aprile 1985, n. 163. Al di là della titolazione anodina, il testo, frutto di varie rielaborazioni e consultazioni con le parti coinvolte – dalle Regioni, agli Enti Locali all’AGIS Associazione Generale Italiana Spettacolo ad altre organizzazioni di rappresentanza – configura una effettiva riforma dello spettacolo, che giunge dopo anni di vane attese, una riforma che ridisegna l’attuale geografia del teatro, a partire dall’istituzione dei Teatri Nazionali e dei Teatri di rilevante Interesse culturale, che andrebbero di fatto a sostituire gli attuali Teatri Stabili12.

Sempre seguendo il Rapporto, le performing arts hanno visto nel 2013 l’avvio di una fase di cambiamenti, le cui prospettive sono fortemente legate alle politiche istituzionali, non ultimo alla ipotizzata ridefinizione della riforma del Titolo V, e dunque del ruolo delle Regioni. Come per tutto il settore culturale, si avverte l’esigenza di un nuovo modello di governance, ma anche di un nuovo modello di management «che sia orientato al raggiungimento delle finalità istituzionali in condizioni di sostenibilità economica durevole, basato sulle conoscenze e le competenze delle persone, su logiche di apertura, rendicontazione e trasparenza, e su un utilizzo effettivo e non solo formale e nominalistico degli strumenti manageriali»13. Cita una serie di iniziative che dimostrano, nonostante tutto, una certa vitalità e fermento nel settore, come l’ IT Festival del teatro indipendente milanese o la rassegna In-Box, promosso da Siparte in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo, i Fringe Festival ispirati al modello del Fringe di Edimburgo, proposti in diverse città italiane, ma anche lo Spettacolo La Classe morta diretto da Nanni Garella, ispirato all’omonimo lavoro di Kantor. Dedica infine spazio all’esperienza dei teatri occupati, primo fra tutti il Teatro Valle di Roma cui è stato assegnato – poco prima che venisse “restituito”, nell’agosto 2014, alla municipalità – il prestigioso premio Internazionale ECF Princess Margriet14 in quanto, secondo la motivazione, è «di grande ispirazione per tutti coloro che lottano contro l’ondata di misure di austerità e privatizzazione che stanno minacciando la sostenibilità di istituzioni culturali cruciali per l’esistenza della vita artistica e sociale».

Nel presentare il Rapporto Io sono cultura 2014, il Presidente della Fondazione Symbola, Ermete Realacci, ha affermato che cultura e creativita sono il nostro vantaggio competitivo e che “per trovare il suo spazio nel mondo l’italia deve fare l’italia”.

NOTE

1 In questa categoria sono ricomprese attività che, svolte in forma artigianale o secondo una logica export-oriented), definiscono e rinnovano continuamente la fisionomia e l’immagine culturale dell’Italia sui mercati internazionali. Più specificamente, per i codici Ateco ricompresi nelle voci di questa categoria sono state prese le imprese artigiane e le imprese non artigiane esportatrici. Tutto ciò nell’ipotesi che le prime per definizione, le seconde per le attenzioni ricevute dai mercati esteri, incorporino comunicazione e design ovvero veicolino cultura attraverso le loro produzioni.

2Il decreto-legge 91/2013 recante disposizioni urgenti per la tutela, la valorizzazione e il rilancio dei beni e delle attività culturali e del turismo, identificato con il titolo breve  “Valore Cultura”, è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il 2 agosto 2013 e pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 9 agosto. Il Senato ha  apportando modifiche alle disposizioni originarie e inserito nuovi contenuti; alla Camera è pervenuto il 26 settembre. L’esame si è concluso, con l’approvazione definitiva, il 3 ottobre 2013. La legge di conversione (L. 112/2013), nonché il testo coordinato, sono stati pubblicati nella Gazzetta ufficiale dell’8 ottobre 2013.

3  Massimo Bray è stato Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo nel Governo Letta, dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014. Gli è succeduto, nel successivo Governo Renzi, Dario Franceschini.

4 Il Fondo Unico per lo Spettacolo è istituito con la Legge 30 aprile 1985, n.163, “Nuova disciplina degli interventi a favore dello spettacolo”. Finanzia: Fondazioni liriche, Attività musicali, Attività di danza, Attività teatrali di prosa, Attività circensi e spettacolo viaggiante, Attività cinematografiche , Osservatorio dello Spettacolo, Spese funzionamento Comitati e Commissioni

5 Il Decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica” è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 31/05/2010.

6 La SIAE considera quali attività teatrali: il Teatro di prosa, la Lirica, la Rivista e Commedia Musicale, il Balletto (comprendente anche la Danza), Burattini e Marionette, Arte varia, Circo.

7 L’ENPALS è confluito nell’INPS dal I° gennaio 2012 per effetto della Legge n.214 del 27/12/2011.

8 Secondo un recente studio dell’Osservatorio dello Spettacolo della Regione Emilia-Romagna, i Master

di primo e secondo livello attinenti le aree culturali e creative promossi dalle università italiane, superano il centinaio.

9 Cfr. AlmaLaurea è un consorzio interuniversitario nato in Italia nel 1994. Rappresenta attualmente quasi l’80% per cento dei laureati italiani e 64 Atenei italiani.  E’ sostenuto dalle Università aderenti, con il contributo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), e dalle imprese e gli enti che ne utilizzano i servizi, quali la banca dati che raccoglie i dati dei laureati e gli studi sugli andamenti occupazionali degli stessi.

10 Le Fondazioni Lirico-Sinfoniche (attualmente sono 14), nascono dalla trasformazione degli ex Enti Lirici, disciplinati dalla legge 800/1967, in fondazioni di diritto privato, sulla base del D.Lgs. 29 giugno 1996, n. 367 e successive modifiche, con le finalità principali di eliminare le rigidità organizzative connesse alla natura pubblica prima attribuita e rendere possibile l’acquisizione di risorse private in aggiunta a quelle pubbliche.

11 La scarsa efficacia di tali interventi è evidenziata nella Relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria delle Fondazioni lirico-sinfoniche per gli esercizi dal 2007 al 2010 dell’agosto 2012 della Corte dei Conti.

12 Rapporto non si sofferma sul provvedimento, poiché al momento della stesura, non era ancora stato l’ultimato l’iter legislativo. Il decreto stato pubblicato l’1 luglio 2014 (GU Serie Generale n.191 del 19-8-2014 – Suppl. Ordinario n. 71) il decreto doveva ancora ultimare l’iter legislativo,

13 Donato F., La crisi sprecata, Aracne Editrice, Roma, 2013

14 Istituito nel 2008 dalla European Cultural Foundation, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, della Cultura e della Scienza e con il Ministero degli Esteri dei Paesi Bassi, Il premio viene annualmente assegnato ad artisti, intellettuali, attivisti e ricercatori europei distintisi come attivatori di cambiamenti culturali per la costruzione di un sistema democratico e comunitario.

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