L’immobilismo che genera trasformazioni

L'introduzione a Ri-Organizzare teatro

Pubblicato il 12/11/2014 / di / ateatro n. 151 / 0 commenti /
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Sabato 15 novembre 2014 alle 10:30 a BookCity Milano si parla di organizzazione teatrale, su scala italiana ed europea. Al Chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro si incontreranno Anna Chiara Altieri, Mimma Gallina, Michele Losi e Giulio Stumpo per parlare di Buone pratiche del teatro tra Italia ed Europa.
E’ un incontro dedicato all’organizzazione teatrale, alla sua trasformazione, alla sua dimensione internazionale. Negli ultimi dieci anni il sistema teatrale italiano è profondamente cambiato e, nonostante enormi difficoltà e la contrazione progressiva dei finanziamenti pubblici, ha saputo dare segni di grande vitalità. Due libri, Le Buone Pratiche del Teatro e (Ri)-Organizzare teatro, e IETM-Bergamo, un appuntamento internazionale per illustrare questo cambiamento.
Per introdurre i temi dell’incontro, pubblichiamo -per gentile concessione dell’editore e dell’autrice – un brano dell’introduzione di Mimma Gallina al suo (Ri)-Organizzare teatro, appena pubblicato da FrancoAngeli.

Ri-Organizzare Teatro

Ri-Organizzare Teatro

Perché Ri-Organizzare teatro?
Perché a partire dal 2000 molto è cambiato per il teatro in genere e nel teatro italiano in particolare, dal punto di vista dell’assetto del sistema come anche delle “pratiche” di organizzazione dell’attività teatrale.
In tutto il mondo la diffusione di forme virtuali di socializzazione sembra soddisfare quel bisogno di partecipazione cui il teatro da sempre ha dato risposta, tuttavia, al tempo stesso, potremmo dire che ne rafforza il principale elemento di identità e punto di forza, la compresenza fisica di attore e spettatore. Ma, come avvenuto nel corso del Novecento di fronte al contemporaneo sviluppo del cinema e della televisione, anche oggi al teatro servono idee, consapevolezza e tempo per riposizionarsi e siamo in una fase in cui questo processo non è pienamente compiuto.
In Italia, la crisi economica ha dato un colpo durissimo ad assetti estremamente fragili. La rigidità del settore e la miopia di gran parte dei suoi maggiori protagonisti e, in genere, dei soggetti direttamente interessati al suo sviluppo, paralizzata dalla scarsità già cronica e crescente di risorse, hanno inasprito i rapporti fra le generazioni. La classe politica, che in fondo non ha mai guardato al teatro come a un bene pubblico da salvaguardare e curare e l’ha lasciato deperire, d’improvviso si ridesta e interviene pesantemente, cambiando le regole del gioco con incosciente leggerezza.
Per tutto questo occorre, da un lato, cogliere e raccontare i cambiamenti, dall’altro, riprendere in mano uno a uno gli ingranaggi inceppati, i dispositivi, in qualche caso le macerie del sistema, descriverli a una nuova generazione di operatori e di studiosi e capire – con realismo – se e come possono essere riparati, se possono ancora funzionare, in contesti mutati e per un pubblico nuovo.
Organizzare teatro – testo che ho scritto e pubblicato all’inizio del 2000 – è stato il punto d’arrivo di un percorso professionale iniziato nei primi anni settanta, anni di grande cambiamento. Sentivo allora la necessità di analizzare un sistema che avevo in qualche modo contribuito a trasformare e di raccontare/descrivere una serie di pratiche professionali che continuavano a sorprendermi e affascinarmi per quel particolare mix di antico e nuovo che caratterizza la vita interna del teatro in tutti i suoi aspetti e articolazioni.
Scrivevo nell’introduzione nel marzo 2001:

“Questo libro nasce dall’esigenza, derivata tanto dalla pratica professionale che da quella di insegnamento, di riflettere, analizzare, comunicare le caratteristiche del sistema teatrale italiano ed i meccanismi concreti del fare teatro dal punto di vista dell’organizzazione. E dalla convinzione che sia più che mai importante, per chi intende prendere questa strada o per chi già opera nel teatro italiano, sviluppare l’attitudine al pensiero organizzativo – nelle grandi e nelle piccole cose, nelle strategie generali come nelle singole scelte e azioni che le concretizzano – che non deriva dalla somma di conoscenze tecniche (anche se le richiede), ma dalla sintesi fra la consapevolezza della realtà generale in cui si opera, l’analisi e l’intuizione della sua evoluzione, l’interpretazione della propria, specifica realtà e della sua missione. […] Il teatro italiano è fatto di stratificazioni, consuetudini, atti mancati, eredità pesanti e presenti con cui è necessario misurarsi, per capirle, per accettarle o rifiutarle, per cambiarle”.

Mi sembrava che mancasse una riflessione complessiva e “dall’interno” su questi problemi e che potesse essere utile.
Lo è stata, a giudicare dalla fortuna del libro, immediata (presso gli operatori) e di lunga durata con l’adozione da parte di molte Università.

Peer Gynt

Peer Gynt

Ri-Organizzare teatro può di nuovo essere utile, oggi – credo – per fotografare gli assetti presenti, o dovrei forse dire ora, a lavoro compiuto, per constatare come l’immobilismo di per sé generi trasformazioni, testimoniare la convivenza del vecchio col nuovo e raccontare i cambiamenti (che sono necessari e non ammettono nostalgie, anche se non sempre rappresentano un fattore di progresso), immaginare evoluzioni. Forse una struttura secolare sta franando e, se è stato di conforto registrare qualche segno di vitalità, qualche movimento sismico ai margini della frana – nuovi attori, nuove forme e tendenze maturate negli ultimi quindici anni – pure mi sembra che tra le nuove ipotesi organizzative nessuna emerga con la forza di alcune idee e creazioni passate. Per questo credo che si debba dare il giusto peso alle evoluzioni, studiarle in corso (correndo il rischio di una visione leggermente deformata), ma che qualche crollo possa e debba essere arginato (si deve innovare conoscendo la tradizione, in campo organizzativo, come in campo artistico).
Se i cambiamenti registrati e le novità sono molte, molto del vecchio libro è tuttavia rimasto in questo nuovo testo a cominciare dal metodo e dalla struttura. Come allora ritengo che il sistema teatrale italiano e le modalità operative che lo caratterizzano vadano lette come il risultato di un processo storico e come quadro dinamico e che le istituzioni e le pratiche organizzative vadano inquadrate in una conoscenza profonda degli assetti presenti e del percorso che li ha determinati, riflettendo parallelamente sulle trasformazioni in atto o opportune.
La prima parte del libro è dedicata alla descrizione e all’analisi del sistema teatrale come è oggi e alle sue trasformazioni recenti, con uno sguardo costante al passato prossimo e qualche volta a quello remoto, là dove mi sembra abbia ancora un peso significativo.
Ho scelto di dare uno spazio particolare al rapporto fra Teatro e Stato, ai presupposti, al quadro normativo degli ultimi quindici anni, alle politiche che hanno determinato un calo consistente e costante dei finanziamenti e qualche tentativo di riforma, infine all’evoluzione recente con le prospettive che apre il decreto che detta “Nuovi criteri” per i contributi a valere sul Fondo Unico per lo Spettacolo (del 1 luglio, GU 19/8). Su questo punto credo che un’analisi dettagliata in tempo reale possa essere uno strumento professionale importante, anche se rispetto agli effetti di questo provvedimento sulla realtà si può fare qualche profezia.
La lettura della normativa che ha regolato il funzionamento del FUS, negli anni dal 2003 al 2014, offre un punto di vista statico sul sistema (quello dello Stato e dell’area “riconosciuta” del mondo teatrale). Ho cercato di mettere a confronto questa “geografia”, tanto con riferimento all’attività di produzione che al sistema distributivo, con altre mappe, altri segnali, per descrivere un sistema il più possibile vicino alla realtà. Per esempio, nell’area delle compagnie di qualunque tipologia (che restano la forma produttiva primaria), gli equilibri sono molto cambiati e in pochi anni fra la dimensione itinerante (che resta tuttora rilevante se non prevalente) e il progressivo aumento delle forme “stanziali” dell’attività teatrale. Quel sistema variegato di “stabilità” che prendeva forma già alla fine degli anni novanta, si è articolato ulteriormente e si è caratterizzato progressivamente come un fenomeno generazionale, spesso marginale o alternativo a quello istituzionale, ma in grado di cambiare il panorama teatrale soprattutto nelle città (piccole compagnie con piccole sedi, residenze, teatro sociale, laboratori e nuove scuole, nuove forme di rappresentanza). L’articolazione e le classificazioni tradizionali sono andate in crisi. Ed è andata in crisi – fra l’altro – quella centralità del territorio su cui per anni si erano appoggiate tutte le ipotesi di nuovi assetti. Lo stesso punto di vista del teatro come servizio pubblico (e come diritto) si scontra con sperequazioni territoriali che non sembrano essere avvertite come un problema da affrontare e un limite da superare. Era uno dei compiti dell’Ente Teatrale Italiano (soppresso, fra la sorpresa di tutti, nel 2010). Certo, le istituzioni principali (e i principali produttori) sono state in tutti questi anni e restano i Teatri stabili pubblici (incalzati da qualche privato che si è recentemente rafforzato), ma il termine “pubblico” è sparito dal vocabolario che il MIBAC (che da poco ha aggiornato la sua denominazione in MIBACT con l’aggiunta della T, che sta per turismo) propone dal 2015 in avanti: e se i termini contano, questa scelta non sarà priva di conseguenze. In compenso si prefigurano alcuni – pochi – teatri nazionali (anche se il motivo per cui questa nuova istituzione debba esistere e cosa possa essere non si sa ancora).
E fra tutti questi assestamenti, la vera novità è ed è stata la crisi, una crisi lunghissima: sono ormai quasi sette anni di biblica carestia, e ancora non se ne vede la fine. Questa crisi per il teatro è stata ed è qualcosa di molto poco documentato (tuttavia qualche dato è stato possibile recuperarlo), ma di molto tangibile: spettacoli con meno attori, attori con scritture più brevi e paghe più basse, teatri con meno spettacoli (il più “di chiamata” possibile), e soprattutto teniture più brevi (o troppo lunghe – anche senza pubblico – fatte solo per raggiungere i requisiti richiesti per i finanziamenti ministeriali), spettacoli con meno spettatori, biglietti mediamente più bassi, enti locali che tagliano finanziamenti e attività, gli sponsor sempre più un miraggio.
La cronaca registra anche alcune chiusure (non poche dai dati) e qualchefallimento. I più ce l’hanno fatta – per ora – tirando la cinghia, aguzzando l’ingegno. I giovani continuano a volersi occupare di teatro e di arte (la creatività giovanile in qualche caso è stata supportata inaspettatamente dalle Fondazioni di origine bancaria), si aggregano, e a volte occupano.
Nella seconda e terza parte del libro si sviluppa una descrizione pratica e sistematica di come si organizza il teatro nel nostro paese oggi: si analizzano tecniche e metodi consolidati e recenti, anche con indicazioni operative, quindi ancorate all’esperienza, così importante in un lavoro artigianale e antico come quello teatrale. Anche nelle trasformazioni, molto di quel sapere artigianale è rimasto (e artigianale resta la natura dell’impresa e del lavoro teatrale), ma molto è cambiato. Si pensi proprio al lavoro nel settore, alla sua condizione giuridica, con le riforme che si sono succedute (ancora non assestate) e con l’assorbimento dell’ENPALS da parte dell’INPS, alle trasformazioni in corso a livello internazionale in una materia come il diritto d’autore, alla gestione della sicurezza, alle modalità nei rapporti con la pubblica amministrazione, alla diversificazione dei mercati. Nel proporre e riflettere su queste tecniche, il libro sviluppa la sequenza produzione, distribuzione, esercizio.
Alla produzione è dedicata la seconda parte: le diverse tipologie di impresa, l’autore e il diritto d’autore, il lavoro – i mestieri del teatro – e la sua organizzazione, l’“allestimento” di uno spettacolo, la coproduzione.
L’esercizio teatrale e la distribuzione sono analizzati nella terza parte: il rapporto domanda/offerta, i terreni e il tramite dell’incontro fra teatro e spettatore. Si parte dall’edificio teatrale (le specificità tecniche, le problematiche connesse alla sicurezza), per sviluppare poi le problematiche della gestione (secondo le diverse tipologie di sala) e della programmazione (cartelloni, stagioni e variazioni sul tema). I circuiti regionali (e le agenzie) sono raccontati per quello che sono e che potrebbero essere. Rispetto alla distribuzione di uno spettacolo si descrivono mezzi e modi (più consigli che tecniche: con la consapevolezza e l’imbarazzo di quanto inadeguati possano risultare di fronte ai problemi dei mercati teatrali), e per la sua gestione in tournée si propone un dettagliato vademecum. Tutto questo è importante in un ambiente in cui il problema rimane non tanto il pubblico ma (come diceva Raffaele Viviani quasi un secolo fa) “l’anticamera per arrivarci”.
Approfondimenti particolari sono dedicati ai festival e alla dimensione internazionale dell’attività e, in particolare, alla progettazione europea, con particolare riferimento ai recenti programmi europei come “Europa Creativa” e ad altre opportunità (nella convinzione che su questo terreno, come già in parte avviene, molte organizzazioni, soprattutto giovani, possano trovare risorse e soddisfazione).
La seconda e la terza parte del libro, insomma, costituiscono una carrellata – dal punto di vista professionale – sugli aspetti più rilevanti dell’organizzazione teatrale. Con un’avvertenza: per competenza e spazio ho scelto di non toccare il tema del marketing (della promozione del pubblico e dell’ufficio stampa), un’area di grande importanza e in grande evoluzione, rimandando per questo aspetto ad altri studi specialistici, esistenti o futuri.
Alcuni aspetti specifici sono stati in questi anni analizzati da me con altri, e rimando per approfondimenti a Il teatro possibile (2005), Organizzare teatro a livello internazionale (2007) e Le buone pratiche del teatro (2014), oltre che alla bibliografia: molti gli studi e gli apporti interessanti che hanno arricchito negli ultimi anni la riflessione su aspetti specifici dell’economia e dell’organizzazione teatrale.
I destinatari di questo libro sono soprattutto i giovani. Quelli che si avviano attraverso diversi percorsi alle professioni organizzative del teatro, o che individuano nella conoscenza pratica di questo settore un aspetto significativo della propria formazione (penso ai corsi universitari dell’area umanistica ed economica, o a master e corsi professionali orientati, ai beni culturali, al turismo) e giovani attori, registi, tecnici che vogliono capire di più del sistema in cui andranno a operare (pensando a loro – soprattutto nella seconda e terza parte del libro – il linguaggio è il più possibile ancorato al “fare” teatro). Ma penso anche agli operatori già attivi, che potranno ricavarne un contributo alla riflessione sui meccanismi del loro lavoro e sulla complessa situazione presente, e forse ad amministratori pubblici o politici che potranno trarne qualche informazione e spunto di riflessione. Infine a qualche spettatore curioso del backstage: anche per la parte politico-organizzativa, di certo non ne mancano.

Mimma Gallina
Ri-Organizzare teatro
Produzione, distribuzione gestione

In collaborazione con Patrizia Cuoco e Giuseppe Pizzo
Contributi di Elena Alessandrini, Lucio Argano, Fanny Bouquerel, Caterina Francavilla, Adriano Gallina, Barbara Grazzini, Andrea Pignatti, Oliviero Ponte di Pino, Enrico Porreca, Giulio Stumpo, Antonio Taormina, Alessandra Vinanti

Franco Angeli

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