Ricordare Claudio Meldolesi. Una lettera

da "Prove di Drammaturgia", 1/2, 2014.

Pubblicato il 27/11/2014 / di / ateatro n. 151 / 0 commenti /
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Venerdì 28 novembre 2014, alle ore 15.30, nel salone di palazzo Marescotti (via Barberia 4, Bologna) verrà presentato il numero doppio monografico della rivista “Prove di Drammaturgia” dedicato a Claudio Meldolesi, con gli atti del convegno della Giornata per Claudio Meldolesi, e i contenuti della successiva festa con gli artisti, dedicato al grande studioso il 18 marzo 2013 ai Laboratori delle Arti dell’Università di Bologna. Il ricordo del 28 novembre è curato da Gerardo Guccini e Laura Mariani, con uno studioso (Marco De Marinis), un critico (Lorenzo Donati) e un regista (Gabriele Vacis).
Per informazioni: CIMES Tel. 051.2092000 – www.dar.unibo.it
Qui di seguito, l’intervento di Oliviero Ponte di Pino per la rivista.

Caro Claudio,
a differenza di molti amici comuni, non sono mai stato tuo allievo. Però ti considero ugualmente uno dei miei maestri, anche se non te l’ho mai detto.
Prima di conoscerti, avevo letto con attenzione alcuni dei tuoi saggi, a cominciare dal poderoso Fondamenti del teatro italiano, che aveva correttamente impostato il problema della regia nel nostro paese. Poi, grazie alle nostre militanze teatrali, ci siamo incrociati in diverse occasioni: oltre a quelle di studioso e di storico, ho avuto modo di apprezzare altre tue qualità. Mi ricordo i dibattiti nei festival, sotto l’etichetta “Nuovo teatro nuove istituzioni”, occasioni di riflessione sul sistema teatrale italiano e sul suo cronico immobilismo. Nel tuo sguardo, mi ha sempre colpito l’ampio orizzonte storico in cui sapevi inserire i piccoli eventi della vita teatrale contemporanea, per cogliere smottamenti di ampia portata: c’era la consapevolezza della complessità della storia teatrale e della sua dimensione carsica, con il riemergere delle tradizioni (“la continuità delle storiche anomalie del teatro italiano”), in un intreccio di archeologie e genealogie. Questa sapienza storica non era mai erudizione fine a sé stessa. La mettevi sempre al servizio della passione civile, ti serviva per cogliere le correnti profonde, oltre il caleidoscopio di eventi frammentari, velleità e rivendicazioni divergenti, così difficilmente interpretabili e riconducibili a un denominatore comune.
Un altro sapere emergeva, da quel tuo sguardo panoramico: una competenza intima, pragmatica, che pochissimi accademici e pochi critici condividono. Tu, prima di fare il professore, in scena c’eri salito, insieme a compagni d’Accademia come Carlo Cecchi e Claudio Camaso Volonté, con il gruppo Teatro Scelta. Lì hai vissuto la pratica del palcoscenico, le interazioni all’interno del gruppo, la logistica della compagnia, le strategie di sopravvivenza dei teatranti: per questo coglievi subito – al di là delle ideologie e dei proclami – la sostanza pratica dei problemi, la loro rilevanza economica e dunque politica. Ti era chiaro quali fossero i rapporti di forza e i poteri in gioco, e che cosa si potesse fare per riequilibrarli.
Il punto di partenza era questa analisi complessa e stratificata, che si nutriva della confusa dialettica, delle enunciazioni di principio più o meno vaghe, del dibattito e della polemica di cui eri testimone, per intrecciarli con la lunga durata, con la dimensione politica (il rapporto tra il teatro e la società) e con la prassi concreta degli uomini e delle donne di teatro, di cui conoscevi forze e debolezze. Questa macchina analitica ti permetteva di cogliere il punto: l’obiettivo che sintetizzava le varie posizioni in gioco, e al tempo stesso le portava un passo più avanti, verso l’utopia. Un passo non troppo grande, commisurato alle forze in campo, alla capacità di mobilitazione e alla visione dei vari soggetti. Lo facevi a modo tuo, magari obliquamente, con un pensiero (e con un linguaggio) “diagonale”.
Per questo motivo, chiedemmo a te e a Laura (che ha un suo sguardo, anch’esso utilmente “diagonale”) di intervenire alle Buone Pratiche del Teatro, nel 2007. Ci sembrava una presenza importante e utile. Con la vostra abituale generosità, avete subito accettato e hai concluso i lavori con uno dei tuoi interventi, insieme necessari e sorprendenti: «A teatro tutto è possibile. Non dobbiamo sottomettere l’idea dell’organizzazione alla pratica del possibile, il possibile deve essere un valore fondamentale ma come infinitudine. In questo senso l’organizzatore è come l’artista» (in Mimma Gallina e Oliviero Ponte Di Pino, Le Buone Pratiche del Teatro, Franco Angeli, Milano, 2014, p. 85). Che tu fossi un po’ diffidente l’ho poi dedotto dall’entusiasmo con cui, a fine giornata, mi hai trasmesso sorpresa e soddisfazione per quell’esperienza. Così sei diventato ospite fisso, controcanto prezioso al coro delle Buone Pratiche.
Anche perché le Buone Pratiche (e il mio sguardo sul teatro) devono molto a due concetti a cui hai dato forma e che hai spesso usato. Il primo sono le “invenzioni sprecate”, una categoria che hai usato per esempio quando hai spiegato che il teatro italiano non ha saputo approfittare dei talenti di Totò e Gadda. Il secondo è un verbo, intorno al quale ruota la tua riflessione sul Dramaturg (e quella sul teatro di interazione sociale): “riattivare”. Come tutti i professionisti (non solo del teatro), il Dramaturg deve padroneggiare una serie di tecniche e competenze, che gli consentono di realizzare progetti, risolvere problemi, inventare soluzioni. Ma non è questo l’importante: l’importante per il Dramaturg è ogni volta innescare una dinamica, liberare le energie, lavorare al cambiamento.
Riattivare le invenzioni sprecate. In questi anni abbiamo cercato di fare anche questo, caro Claudio, nel disastrato ma vitalissimo teatro della disastrata ma vitale Italia.

copertina PER CLAUDIO MELDOLESI

Claudio Meldolesi (Roma 1942-Bologna 2009) è stato professore di Drammaturgia e di Storia dell’attore all’Università di Bologna e socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
Allievo di Giovanni Macchia e attore diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, ha rinnovato gli studi sull’attore in vari libri, fra cui Gli Sticotti. Comici italiani nei teatri d’Europa del Settecento (1969), Profilo di Gustavo Modena. Teatro e rivoluzione democratica (1971, 2012), Su un comico in rivolta. Dario Fo il bufalo il bambino (1978), Fra Totò e Gadda. Sei invenzioni sprecate del teatro italiano (1987), fino a La terza vita di Leo. Gli ultimi vent’anni del teatro di Leo de Berardinis a Bologna (con A. Malfitano e L. Mariani, 2009). Ha inoltre esteso il suo campo di ricerca alla regia in Fondamenti del teatro italiano. La generazione dei registi (1984, 2008) e Brecht regista. Memorie del Berliner Ensemble (con L. Olivi, 1989). Ha ottenuto il Premio Pirandello-Palermo per la saggistica con Teatro e spettacolo nel primo Ottocento (con F. Taviani, 1991); e su questa linea di rivalorizzazione delle risorse sceniche ha scritto, fra l’altro, Il lavoro del dramaturg (con R. M. Molinari, 2007). Tra i primi si è occupato di Teatro di interazioni sociali mentre della sua militanza politica testimonia Rapporto con la Lip. 82 operai raccontano (1974). È stato tra i fondatori delle riviste “Teatro e Storia” e “Prove di drammaturgia”, del Centro La Soffitta nel 1988, e del Premio DAMS nel 2002.

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