#Romanziteatrali Una recensione lunga come un romanzo: Applausi a scena vuota di David Grossman

3 o 4 buoni motivi per leggere Applausi a scena vuota di David Grossman, soprattutto se ami il teatro e ancora di più se sei un attore

Pubblicato il 28/12/2014 / di / ateatro n. 151 / 0 commenti /
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Il teatro non lo si capisce solo guardando gli spettacoli e leggendo le recensioni, o le memorie dei registi e degli attori. Lo si capisce anche studiando i quadri, i romanzi, le canzoni, le poesie, che parlano di teatro e che dunque hanno un rapporto con la scena.

Mica Popovic, Autoritratto con maschera

Mica Popovic, Autoritratto con maschera

Applausi a scena vuota di David Grossman (traduzione di Alessandra Shomroni, Mondadori, Milano, 2014) è una recensione lunga come un romanzo. 170 pagine per raccontare con puntiglio un paio d’ore di spettacolo, una divertente serata di cabaret – almeno nelle intenzioni – in un locale di Netanya.
E’ in questa cittadina di Israele che una sera approda Dova’le, attore di una cinquantina d’anni. A recensire il suo monologo è uno degli spettatori. Ma l’ex giudice Avishai Lazar è uno spettatore particolare: a invitarlo con una telefonata è stato lo stesso Dova’le, si frequentavano quand’erano ragazzi anche se da allora non si sono più incontrati. Il giudice Lazar non ricorda quasi più l’amico d’infanzia.

Voglio che tu venga a vedermi. Che mi guardi bene. E poi mi dica.
Dirti cosa?
Quello che hai visto.

Dova’le – che ha seguito attraverso la stampa i processi in cui Lazar è stato giudice – in realtà vuole qualcosa di più.

E’ questo che vuoi da me? Una sentenza privata? Una piccola personalizzazione del sistema politico?
(…)
Voglio solo che tu venga al mio spettacolo, che mi guardi un po’, nient’altro. E poi mi dica, senza compassione, questa è la cosa più importante, due o tre frasi come sai fare tu. Non è un caso che abbia scelto te… (…) E poi mi chiami al telefono, o mi mandi una lettera. (…) Sulla sensazione che la gente percepisce quando mi vede, quando mi guarda… quello che trasmetto, capisci?
(pp. 58-60)

Il giudice accetta:

Sappi che se farò quello che mi chiedi non avrò pietà di te.
Lui aveva riso: Hai dimenticato che questa era la mia condizione, non la tua.
Gli avevo detto che la sua idea mi ricordava quella di un aspirante suicida che ingaggia un sicario perché lo faccia fuori.
Lui aveva riso nuovamente: Sapevo che sei la persona giusta. Ricordati: un unico colpo e dritto al cuore.
(p. 62)

Non bastano due o tre frasi per emettere la sentenza. Per quel colpo dritto al cuore non basta l’intero romanzo. Anche se – almeno da un certo punto di vista – l’esibizione di Dova’le, se non è il suicidio di un uomo, è certamente l’azzeramento di un comico, un intrattenitore, un buffone…
Lazar, dopo aver accumulato frenetici appunti sui tovagliolini di carta, descrive con minuzia lo show di Dova’le, scena per scena, risata per risata: il suo ingresso in scena, le sue battute, le sue barzellette, le sue smorfie…

Raccatta in silenzio le membra dal pavimento, a una a una: il braccio, una gamba, la testa, la mano, il sedere… come fossero indumenti sparpagliati. Fra gli spettatori si diffondono risatine sommesse, di un tipo che stasera non ho ancora sentito. Risatine ammirate per la sua precisione, la sua finezza e intelligenza.
(p. 71)

Il giudice-critico, la voce narrante creata da Grossman, è attentissimo alla reazioni del pubblico. Di più, è attento alle reazioni di ciascuno spettatore: perché ognuno di loro ha le sue aspettative, il proprio vissuto, una visione del mondo, un’ideologia, un corpo, emozioni. Lazar smonta con sottigliezza gli effetti che usa Dova’le per domare la platea: le gag, i trucchi, le provocazioni, la capacità di trasformare con un gesto quel pulviscolo di individui in un corpo unico, che ride tutto insieme, o che batte le mani e scandisce un testo o canta all’unisono. Ma a volte anche questa complicità può essere terribile: “Il pubblico ride, forse, anche per salvare l’uomo sul palco da se stesso” (p. 32).
In diverse occasioni l’attore dialoga con gli spettatori: a volte funziona (quando riesce a dominare le regole del gioco), a volte il meccanismo pare sfuggirgli di mano (per esempio quando scopre nel pubblico una donna che sostiene di averlo conosciuto quand’erano bambini).
A volte le strategie di Dova’le paiono infallibili (ne ha un intero repertorio). A volte si sgonfiano miseramente e lo seguono solo in pochi: “Dove sono le barzellette? Che succede? Che sono ‘ste fregnacce?”, lo interrompono (p. 102). O forse è proprio questa la sua strategia, in quello che potrebbe essere il suo spettacolo definitivo: selezionare il pubblico, trovarsi – a fine serata – solo con coloro che hanno saputo resistere alla prova, con chi vuole condividere un’esperienza, e non consumare un prodotto (in certo modo anche il romanzo di Grossman, che sapientemente non concede nulla, vuol mettere alla prova il suo lettore). La sua non è un’arte che diverte o distrae. Questa sera vuole affondare il coltello in fondo all’anima, alla sua e a quella del pubblico, riaprire le ferite perché è l’unico modo per guarire – forse – il dolore. Ma chi non è stato ferito, questo non lo può sapere. E molti di quelli che sono stati feriti, hanno paura di sanguinare di nuovo.
C’è tutta la paura e la disperazione del guitto, in queste pagine: “A noi comici si legge la tensione in faccia, l’ansia di divertire, la supplica di piacervi” (p. 35). Nel suo monologo lo stand up comedian non si limita raccontare barzellette. Da un lato attinge al proprio vissuto: racconta la propria autobiografia, concentrandosi sull’infanzia (non è una sorpresa che Grossman sia uno straordinario raccontatore di bambini), e dunque sugli inizi, sulle motivazioni originarie e profonde del suo essere attore: “Ci sono momenti in cui pare attingere forza dalla sua storia ad altri in cui sembra che sia la storia a risucchiare tutta la sua vitalità” (p. 144). D’altro canto non mancano gli accenni alla attualità politica (ovvero il rapporto tra israeliani e palestinesi) e alla storia (ovvero la Shoah), con tutto l’inevitabile contorno di polemiche che comporta. Con una aggravante: Dova’le affronta spesso temi tragici e scabrosi, con toni politicamente scorretti, di fronte a un pubblico che vorrebbe risate ed evasione facile, non certo provocazioni intellettuali o divagazioni filosofiche. Ma per tutta la serata Dova’le continua pericolosamente ad attingere al “suo lato oscuro, inaspettato”, con esplosioni di aggressività verso il pubblico e gesti autolesionisti. Come certi teatranti di Bernhard, raggiunge il vertice della sua arte nel momento in cui la sfregia, la violenta, la contraddice, la rinnega.
Naturalmente il primo destinatario dello show è proprio il giudice-critico, che alla fine non potrà emettere alcuna sentenza: infatti – come scopriremo – è “persona informata dei fatti”, profondamente coinvolto nella vicenda. Lo spettacolo è una trappola, un atto d’accusa contro di lui: le reazioni di questo spettatore privilegiato non sono solo le reazioni esterne – i fischi o gli applausi – ma anche il riemergere del vissuto che lo spettacolo riporta alla luce. Ed è un vissuto per il quale il giudice si sente colpevole, non sul piano strettamente giuridico ma su quello etico.
E’ dunque una straordinaria lezione di teatro, quella che regala Grossman vivisezionando uno one-man-show dove un copione certamente prestabilito si alterna alle improvvisazioni e ai soggetti del suo repertorio, i trucchi con cui Dova’le prova a rispondere ai mutevoli stato d’animo e alle imprevedibili reazioni del pubblico, per ricondurlo all’interno del flusso della narrazione.
Ma Grossman ci offre anche un’altra lezione, che arriva dalle prime scintille della “vocazione teatrale” di Dova’le, che si può condensare in due principi. Lo sguardo sghembo sul mondo: da bambino camminava sulle mani, e dunque vedeva il mondo in una prospettiva diversa, rovesciata, straniata. E poi il mix inestricabile di comico e di tragico: una circostanza certo drammatica per il piccolo Dova’le, il viaggio dal campeggio estivo a Gerusalemme, diventa una grottesca Odissea, con il soldato-autista che racconta terribili barzellette per ore e ore a un bambino disorientato e spaventato.
C’è, dietro questi due meccanismi autodifensivi, una ferita, o meglio un intreccio di ferite sue e di altri, individuali e collettive, che si riversano in una inarrestabile affabulazione. La scelta di fare il comico esorcizza in qualche modo questi dolori, anche se non li può cancellare. “A fare il comico”, confida Dova’le, “malgrado tutto, a volte diverti la gente, ed è pur sempre qualcosa”.
Quando sulla jeep sale la sorella del militare-autista, la sorella lo rimprovera: “Non ti vergogni a raccontare barzellette nello stato in cui si trova?” Quello di Grossman è un affettuoso ringraziamento a quelli che ci raccontano barzellette nello stato in cui ci troviamo, quelli che ci fanno vedere “quella cosa che un uomo trasmette inconsapevolmente”, e che è impossibile esprimere a parole.

“E ognuno di noi sa che cos’è questa cosa unica, solo sua?”, insiste lui. E io penso: sì, sì. Nel profondo del cuore ognuno di noi lo sa.
(p. 164)

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