Speciale archivi. Riflessioni intorno al Censimento degli archivi dei teatri in Lombardia

Per un dialogo tra archivisti, personale dei teatri, istituzioni pubbliche, storici ed esperti di teatro

Pubblicato il 24/01/2015 / di and / ateatro n. 152 / 0 commenti /
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La memoria dell’effimero, in Lombardia, c’è e ha il suo peso. Questa è la prima considerazione che viene da fare al termine del progetto di censimento degli archivi dei teatri. Seguendo una successione lineare, gli interrogativi che ci siamo posti muovendo i primi passi di questa indagine sono stati:

I teatri/le compagnie teatrali hanno un archivio?
Se sì, che cosa conservano?
Ciò che conservano, come viene conservato?

La memoria dell'effimero

Silvia Colombo, Oliviero Pone di Pino, Lanfranco Li Cauli, Silvia Tisano e Anna Gasparello

La risposta è che non solo i teatri hanno un archivio, ma dimostrano una sensibilità particolare al tema della conservazione e della memoria. E questo è vero sia per le 19 realtà che hanno preso parte a tutte le fasi del progetto e che hanno prodotto oltre 1400 metri lineari di documentazione, sia per i soggetti che hanno partecipato alla seconda fase di ricognizione.
I materiali conservati, in generale, mostrano caratteristiche e tipologie simili, tanto che è stato possibile identificare un numero di serie che si ripresentano identiche in ciascun complesso archivistico. Dal punto di vista della conservazione si sono invece presentate diverse casistiche: ci sono teatri con archivi non solo ordinati, ma con possibilità di consultazione, regolamentata, di alcune serie; altri che invece raccolgono i materiali e li conservano ad esempio in scatole, senza un ordine preciso o una struttura e che, naturalmente, non hanno la possibilità di rispondere a eventuali richieste di consultazione dei documenti.
Come in tutte le realtà, la documentazione si può distinguere in due grandi nuclei: un nucleo di documentazione amministrativa e un nucleo di documentazione che abbiamo chiamato di produzione teatrale. Il primo nucleo, che è posseduto da tutti i teatri, è in linea di massima considerato “altro”, di poco interesse per la valorizzazione, e quindi la propensione è quella di sminuirlo ma, al contrario, è per diversi aspetti la colonna portante della loro storia e del loro rapporto con la storia: tra quelle carte, infatti, sono contenute le informazioni fondamentali per ricostruire i processi che riguardano il mondo del teatro, ma anche il costume e della società che vi gravita intorno (dai rapporti intercorsi tra i teatri e le compagnie al passaggio di attori o registi, dagli scambi con le istituzioni pubbliche alla ricostruzione delle tipologie di pubblico presente agli spettacoli). Sul fronte della documentazione di produzione teatrale è stato possibile individuare delle tipologie documentarie presenti in tutti gli archivi:

Copioni.
Bozzetti.
Programmi di sala.
Locandine e manifesti.
Rassegna stampa.
Materiale fotografico.
Materiale audiovisivo.
Materiale sonoro.

È questa la sezione alla quale le realtà sono certamente più legate, spesso anche in maniera affettiva. La sua conservazione è spesso legata all’iniziativa del singolo operatore (per esempio il tecnico luci particolarmente scrupoloso che ha tutti i propri copioni con le relative gelatine o il fonico che conserva le schede di memoria audio di uno spettacolo). Un discorso a parte meritano bozzetti di scene e costumi, plastici, marionette, il cui valore, forse anche più legato alla dimensione artigiana del teatro, è sempre riconosciuto.
Se le tipologie di documenti prodotte sono simili in tutte le realtà analizzate, le modalità di conservazione differiscono da teatro a teatro. Queste differenze sono dovute a diversi fattori che rispecchiano le difficoltà e le problematicità riscontrate da quei teatri che a oggi non hanno un archivio ordinato ma, accertata la sensibilità e la volontà di conservazione e, si può comprendere come questi ostacoli, che non permettono una gestione ottimale della documentazione, siano indipendenti dalla volontà dei teatri. L’avvento della crisi e le ridotte disponibilità economiche sono ovviamente un intralcio alla strutturazione, gestione e valorizzazione di un archivio che, come già accennato, è il frutto dell’iniziativa dei singoli che investono una cura particolare a quanto prodotto. Il problema degli spazi da molti è ovviato con il riversamento dei contenuti su supporti digitali, ma questa è una pratica oggetto di dibattito e discussione, che anche solo sotto l’aspetto economico implica dei costi spesso non previsti (per esempio il riversamento dei contenuti da supporti obsoleti a formati digitali e l’aggiornamento continuo dei software e degli applicativi informatici).
Molti ritengono che le registrazioni video siano una risorsa indispensabile per la salvaguardia del “prodotto spettacolo” ma, se è vero che oggi le registrazioni video sono un supporto prezioso per la memoria di un evento, è anche vero che in essi non c’è traccia delle riflessioni teoriche di registi e/o attori. Pertanto, anche qualora fosse conservata una copia digitale del testo, ma solo come documento vergine da annotazioni, esso non può parlare per il regista, perdendo esattamente gli elementi sensibili per una futura rielaborazione.
Sembra poi che, se di alcuni registi è conservato un archivio, per gli attori questo in genere non accade. La questione implica una riflessione sul ruolo dell’archivista inteso come figura professionale, che possiede le regole scientifiche di una disciplina codificata, per una ottimale conservazione volta non solo alla preservazione nel tempo, ma anche alla valorizzazione dei materiali tramite la diffusione della conoscenza. Organizzare e conservare la propria memoria significa porre le basi per avviare un processo di conoscenza e un’indagine intorno ai contenuti che rispecchia la complessità del mondo teatrale. Nei teatri dove, in occasione di anniversari o ricorrenze, sono stati utilizzati documenti conservati per la pubblicazione di volumi o per l’allestimento di mostre fotografiche, emerge una maggiore consapevolezza non solo di ciò che era stato conservato, non solo del dove avevano conservato, ma anche del perché. E così anche le compagnie itineranti, che nel corso della loro storia hanno cambiato sede, si sono preoccupati e hanno impiegato le loro risorse per portare con sé il proprio vissuto. Interessante, perlomeno se partiamo dall’assunto che agiamo nell’ambito dell’effimero, l’esserci ritrovate a dialogare con situazioni che prevedevano la dimensione del riuso, finalizzato al riallestimento di uno spettacolo passato, alla citazione di uno evento memorabile, nella intrinseca convenzione che passato conservato per essere ripensato.
Questo censimento degli archivi dei teatri in Lombardia ha dato una prima istantanea con l’obiettivo di stimolare spunti teorici e pratici, che potrebbero essere il punto di partenza per un dialogo che coinvolga archivisti, personale dei teatri, istituzioni pubbliche, storici ed esperti di teatro, e che abbia come obiettivo una ragionata educazione e sensibilizzazione in tema di conservazione e valorizzazione di questo specifico settore.

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