Audience development ai tempi della crisi del teatro: il caso milanese della Tournée da Bar

Una chiacchierata con Davide Palla

Pubblicato il 18/02/2015 / di / ateatro n. 153 / 2 commenti /
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Davide Palla

Davide Palla

Oggi sono in molti a vivere la crisi come opportunità di cambiamento, anche se di queste persone poco si parla, se non in termini retorici o – ancor peggio – eroici. Parole come “innovazione” sono entrate nel nostro vocabolario come sinonimi di positività, velocità, nuove tecnologie, ma raramente i contenuti degli “innovatori” sono davvero nuovi, positivi, veloci e tecnologici.
Eppure, a fianco a questo mondo un po’ patinato che si autorappresenta e autocelebra per qualunque amenità, ci sono persone come Davide Palla, mosse da una bruciante esigenza di esprimersi, che non inventano nulla di nuovo ma interpretano con gli occhi dell’oggi il mondo che ci circonda.
Davide si è inventato una nuovo forma di produzione e distribuzione, la Tournée da Bar, che porta il teatro fuori dalle mura dei teatri e va a cercare nuovi pubblici. Davide crede nella dignità del lavoro culturale indipendentemente dai luoghi nei quali viene svolto, si rapporta con la scena contemporanea e coglie i punti di contatto. Il suo progetto è innovativo e positivo e dovrebbe far riflettere non solo chi il teatro lo produce ma anche chi lo immagina.
Portare Shakespeare al bar è quanto di più necessario oggi. Sperimentare nuovi pubblici, avvicinarli al teatro (che sia classico o contemporaneo poco importa) è una sfida straordinaria che a Davide riesce benissimo.

Davide Palla Otello Unplugged

Davide Palla Otello Unplugged

Come nasce questo progetto?

Avevo voglia di portare un mio spettacolo davanti a tante persone, ma era un periodo della mia vita in cui sentivo la necessità di evadere dal sistema e dal pubblico prettamente teatrali, così ho preso ispirazione dalle incursioni nei pub newyorkesi del poeta portoricano Pedro Pietri che nel 1989 proponeva un’altra relazione tra artista e cittadino andando di bar in bar a leggere le sue poesie. Ho creato una Tournée da Bar nella mia città ed ho diffuso il teatro a mio modo dando vita a questa strana avventura notturna.

Quante volte è stato realizzato a Milano?

Al momento sono state realizzate tre Tournée da Bar. La prima è stata quella di: Tritacarne Italia Show, uno spettacolo del gruppo CalibroNotte scritto assieme a Federico Perrone. È una favola per adulti che parla della solitudine di un artista in conflitto con se stesso e della sua crisi rispetto al mondo che lo circonda. La seconda è stata quella del Mercatino di San Lorenzo, con il contributo del musicista Francesco Piccolo, uno spettacolo/concerto per rendere omaggio al genio ed alla follia di persone sconosciute e non convenzionali a noi molto care. La terza tournée mi ha visto impegnato in un classico di tutti i tempi: l’Otello. Assieme al polistrumentista Tiziano Cannas ho messo in scena un mio adattamento di questo capolavoro Shakespeariano ed è stato un successo!
C’è un documentario realizzato dal buon Luca Castillo sulla Tournée da Bar. È ben fatto e si coglie bene lo spirito dell’iniziativa (anche se si riferisce al primo lavoro e non alle riletture dei classici che ci interessano adesso).

Secondo te, qual è il valore culturale e politico di questo progetto?

Credo molto nell’atto poetico come gesto politico. Girare Milano di notte per raccontare l’Otello di William Shakespeare all’interno di 15 bar diversi, popolati da avventori dotati di birra e più o meno consapevoli di quello a cui stanno per assistere, è un gesto politico e culturale in cui credo profondamente. Lo trovo molto più utile ed interessante che intraprendere lunghi e sterili discorsi sulla necessità “alzare il tiro” culturalmente o di sensibilizzare l’opinione pubblica su determinate tematiche. Io cerco di passare un messaggio e di innalzare il livello della proposta di intrattenimento culturale a modo mio, e lo faccio al bar. Il mercatino fa riflettere sull’accettazione del “diverso” e aiuta a vedere con un altro sguardo le persone emarginate; Tritacarne parla del vuoto culturale che ci circonda e Otello porta l’attenzione sul femminicidio e la violenza verso le donne. Credo non sia una cosa da poco se realizzata in un bar con sconosciuti anziché in una sala convegni e con un pubblico selezionato.

Quali riscontri hai avuto dal pubblico?

I riscontri sono stati ottimi. C’è chi mi ha ringraziato dicendomi che quello che faccio “ha in sé le componenti del gesto folle ed eroico”, chi mi ha detto che a teatro non aveva capito bene la storia ma che al bar gli era arrivato tutto e che in fondo “l’Otello non è niente male”. Ho visto ragazzi di periferia mettersi a piangere a fine spettacolo ed un barista dirmi contento: “Era da tanto che non andavo a teatro, ma questa sera il teatro è venuto da me”. La cosa che mi ha fatto piacere è stato vedere il pubblico aumentare di sera in sera e poter constatare di come molte persone tornassero portandosi gli amici. Insomma: voglio bene ai miei spettatori… evviva il popolo della Tournée da Bar!

Perché il tuo spettacolo non si può fare in un teatro?

In realtà non è così. Il mio spettacolo si può benissimo fare in un teatro, anzi, non ci crederai ma ogni tanto mi capita persino di andare nei teatri. No, dai, scherzi a parte… credo che per le giovani realtà indipendenti del panorama teatrale nazionale ci sia una grossa difficoltà a relazionarsi con i teatri istituzionali. Spesso si ragiona per ottiche di “scambio” (ossia io compro il tuo spettacolo e tu compri il mio) e se non si ha una sala si è tagliati fuori. Altre volte quando si firma un contratto con un piccolo teatro si rischia di scoprire che è necessario poi occuparsi della promozione, dell’ufficio stampa, della parte tecnica, che bisogna sostenere interamente le spese di S.I.A.E. ed agibilità, rendersi disponibili, nel caso che il teatro debba affittare subito la sala, a smontare per tempo le scene, portare il pubblico a prezzi ridotti perché altrimenti la sala rischia di essere deserta… e poi magari capita di sentirsi proporre tutto questo per avere in cambio il 50% degli incassi che ti verranno saldati a 90 giorni dall’ultima replica (se tutto va bene). Insomma lavorare con alcune realtà rischia di essere un bagno di sangue, però almeno si può dire che si è fatto spettacolo in un teatro.

Davide Palla Otello Unplugged

Davide Palla Otello Unplugged

Il prezzo del biglietto del teatro è troppo alto?

La questione è complessa. Credo che sia giusto sostenere arte e cultura, e trovo giusto pagare il biglietto quando vado a teatro (anche se magari 25 € per un’ora di monologo sono un po’ troppi). Penso però che siano necessari fondi pubblici e privati che aiutino i teatri a tenere i costi dei biglietti ridotti ed accessibili a tutti e che gli studenti dovrebbero pagare prezzi bassissimi come avviene in altri paesi. Io comunque nella mia Tournée da Bar ho deciso di adottare il metodo dell’ingresso libero e dell’offerta a fine spettacolo. Tra l’altro ho scoperto che incasso di più lasciando libertà allo spettatore di decidere quanto offrire per il lavoro che ha visto. Ma questo però non è un discorso espandibile a teatri con spese fisse, una struttura da mantenere e costi gestionali decisamente maggiori rispetto a quelli che ho io.

Perché questo sistema non è sostenibile da un punto di vista economico?

Il problema è che si spendono un sacco di soldi in contributi e spese “amministrative”. Si spende tantissimo in diritti, costi previdenziali e in tasse e in più si ha la netta sensazione che quello che ti viene corrisposto in cambio di quanto versato sia decisamente inadeguato. Insomma: la pensione rimane un miraggio e se mi ammalo vado in scena comunque. Sono convinto che sarebbe molto più saggio per chi si occupa di Cultura fare una riflessione seria su questo tema. Credo che per i lavoratori dello spettacolo sarebbe vitale se lo Stato, o chi per esso, avviasse una detassazione o un percorso concreto di agevolazioni fiscali per chi promuove e diffonde cultura. Ma temo sia una discussione che va avanti, purtroppo, da anni.

Quali sono state le criticità che hai riscontrato?

Una delle criticità della Tournée da Bar è che necessita di spettacoli molto agili da un punto di vista di impianto scenico, di durata e costi. Lo spettacolo deve essere comodo da trasportare, veloce da montare e di impatto sugli spettatori, altrimenti al bar ti si mangiano. Questa è una delle ragioni che mi porta a pensare alla Tournée da Bar come un progetto alternativo che sostiene il teatro e non un progetto che sostiene di essere una alternativa al teatro. Il teatro si può fare bene ovunque, si, ma quando è fatto bene nei teatri è insuperabile.

Come ti piacerebbe trasformare questo progetto?

Le idee che mi frullano per la testa sono parecchie. Mi piacerebbe fare una tournée da bar su scala nazionale. Mi piacerebbe creare un circuito di bar affezionati al teatro in cui organizzare rassegne di giovani artisti. Mi piacerebbe lavorare al fianco dei teatri stabili per avviare un percorso sul territorio e coinvolgere il pubblico dal basso partendo di bar. Oppure trovare degli sponsor ricchissimi con cui fare i miliardi. Insomma: mi piacerebbe fare veramente un sacco di cose.

Cosa stai preparando per il prossimo anno?

Sono al lavoro per organizzare la Tournée da Bar 2015 che sarà indicativamente in primavera. Ho intenzione di continuare il percorso di studio e divulgazione dei classici e credo che metterò in scena un altro testo di William Shakespeare, probabilmente Romeo e Giulietta. Mi piacerebbe realizzare una trilogia. Al momento non voglio sbilanciarmi troppo, comunque vi terrò sicuramente aggiornati appena saranno fissati i prossimi appuntamenti. Comunque puoi sempre iscriverti alla pagina Facebook della Tournée da Bar e scoprire i nostri prossimi movimenti.

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Tag: PallaDavide (2)


2 Commenti to “Audience development ai tempi della crisi del teatro: il caso milanese della Tournée da Bar”

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    […] maggio 2012, CalibroNotte ha organizzato, per la prima volta a Milano, una “Tournée da bar” coinvolgendo, in 10 giorni consecutivi, 10 diversi locali, fra bar e circoli Arci, in […]

  2. audiencedeveloper // 18/02/2015 at 09:24 //
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    Come ti banalizzo l’ audience development….grazie ateatro, in Italia ancora nessuno ha capito cosa sia l’ audience development, nei teatri se ti proponi come audience developer ti guardano come il cane volante de La Storia Infinita, ed ora vien fuori che fare teatro nei bar è audience development!

    La delocalizzazione dell’ offerta culturale (se non fine a se stessa) può rientrare nell’ audience development, ma solo se condita con ben altri strumenti propri dell’ audience development, altrimenti rimane solo un’ alternativa al teatro “costoso e dove si va ben vestiti”.
    Per fortuna, oltre la provincia italiana c’ è un’ Europa che ci insegna….

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