L’Università di Bologna incorona Toni Servillo

La laurea honoris causa: la cerimonia nelle foto di Marco Caselli Nirmal

Pubblicato il 02/03/2015 / di / ateatro n. 153 / 0 commenti /
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Foto Marco Caselli Nirmal

Foto Marco Caselli Nirmal

Dopo le ultime lauree ad honorem ad uomini di teatro – Decroux (1988), Grotowski, Barba, Bausch, Ronconi, De Berardinis (2001) – l’Università di Bologna, la più antica d’Europa, la prima ad aver realizzato un corso di laurea Dams (Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo) ha incoronato Toni Servillo. Toga con sciarpa bordata di ermellino e tocco, il cappello senza tesa di ascendenza medievale dal nome infinitamente suggestivo.
La chiesa di Santa Lucia, sorta nel Cinquecento accanto a un convento gesuitico, ricostruita nel Seicento e destinata ad altri usi dopo l’invasione napoleonica, è ora Aula Magna dell’Università: contiene 900 posti a sedere. Pienissima la sala in questo luminoso 28 febbraio: solenne senza pesantezze perché colorata da tantissimi studenti, da autorità accademiche sorridenti – dal rettore Dionigi al direttore del Dipartimento delle arti, La Face, al proponente la Laurea, Claudio Longhi – e soprattutto dal volto di Toni Servillo. Commosso, partecipe, autorevole e divertito al tempo stesso, con un sorriso tutto interiore e aperto al pubblico, Servillo ha fatto un bellissimo discorso. Da artista dello spettacolo a tutto tondo – teatro cinema e musica, recitazione e regia, arte e cittadinanza – ma con la testa e il cuore di un attore (“Sono un attore prima che un regista”).

Foto Marco Caselli Nirmal

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Ha cominciato citando Eduardo De Filippo e Leo de Berardinis, ha proseguito con Ingmar Bergman, Carlo Cecchi e un ricorrente Louis Jouvet. Tanti altri sono stati nominati certo, studiosi di teatro e pensatori, ma il filo del discorso si è meravigliosamente dipanato a partire dagli artisti per concentrarsi sull’attore, sul suo lavoro Una visione su cui il teatro italiano tutto oggi dovrebbe riflettere per ritrovare la grandezza in parte perduta in annose diatribe ideologiche su tradizione e ricerca, arte e mestiere, morte del teatro e sua natura salvifica. Dunque, teatro che è, con una forza autonoma e diversa da quella politica, che non si propone come rivelazione ma poggia sul mestiere. L’arte di recitare.

Foto Marco Caselli Nirmal

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Il teatro come assemblea, in primis: la sua dimensione pubblica fondata sulla comunità degli spettatori. L’attore delegato dal pubblico a farsi interprete del testo, a viverlo al suo posto, affrancandosi dal proprio privato. Il teatro come “possibilità incantevolmente limitata” dove non si sente lo sforzo della creatività e non se ne esibisce la firma, dove al centro è l’uomo. Capire il mondo in cui si vive e scegliere, nutrire l’immaginazione e restituire. Affrancarsi dal privato, polverizzandolo “nel testo e nell’accadimento”: “rinunciare a sé per il progredire di se stessi”. I grandi personaggi dai romanzi scappano, come don Chisciotte, invece a teatro “stanno là, in gabbia”. Gli attori devono trovare la giusta andatura insieme a quella dei personaggi, dai loro corpi vivi nasce l’erotismo del teatro, quando il piacere di chi recita incontra il piacere di chi guarda. Il talento è una dote ma è anche un risultato, legato al fare: il modo di praticare il mestiere, la consapevolezza di ciò che si fa e del modo di farlo, la relazione coi maestri. Sperimentare vuol dire trattare ogni opera come se fosse messa in scena per la prima volta. Come un primo violino, Servillo concerta e capisce con gli attori, ripetendo, sera dietro sera. Le repliche sono il momento più esaltante, non le prove.
La difficoltà di realizzare il proprio destino personale tipica dell’adolescenza, fra appartenenze e rivolte, e il rapporto con Napoli. Napoli come città mondo e come racconto dell’Italia di oggi, corruzione e collusioni fra potere e malavita. A teatro dare il massimo facendo il minimo. Nel cinema prepararsi come per uno spettacolo teatrale, in modo da sottarsi alla scomposizione produttiva e ritrovare sempre il personaggio nei frammenti disgregati. La grandezza della musica, che non deve mai essere usata in funzione ancillare: la sua immaterialità che fa ritrovare tutti se stessi, che risuona da sola senza creare parole nuove (Canetti).

Foto Marco Caselli Nirmal

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E, infine, l’impossibilità di conoscere l’attore. Questo essere più doppio degli altri, in “tumulto” perenne, in disequilibrio tra io e sé, fra presunzione e umiltà… Conclude con parole di Jouvet Servillo, per ribadire che non contano i misteri e i segreti ma lo spirito con cui si pratica il mestiere. Un modo di agire e di procedere caratterizzante il suo stesso applauditissimo discorso, che inizia, si svolge e si conclude per punti sostanziali ma senza mai scollegarsi dalla concretezza. Alla maniera di Jouvet appunto, che dopo lo spettacolo, nel suo camerino, rifletteva, si interrogava, annotava, a ridosso della scena. Allora era Jouvet o il personaggio appena interpretato? Era teatro o era vita?

Foto Marco Caselli Nirmal

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