Claudio Collovà: politica e bellezza per un teatro ai margini del potere

Massa e potere di Elias Canetti alle Orestiadi di Gibellina

Pubblicato il 13/07/2015 / di / ateatro n. 155 / 0 commenti /
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Il teatro e la bellezza possono mutare la società? In occasione della XXXIV edizione delle Orestiadi di Gibellina, manifestazione fondata da Ludovico Corrao, ne abbiamo discusso con il direttore artistico Claudio Collovà. Il regista è andato in scena lo scorso 30 giugno con il suo Massa e potere da Elias Canetti, con ventiquattro attori provenienti da tutta Italia, per la realizzazione di questo lavoro rivisto, al Baglio di S. Stefano. Lo spettacolo è stato compiuto grazie alla collaborazione del – non più “abitato” – Teatro Mediterraneo Occupato di Palermo.

Massa e potere

Massa e potere

Quanto è importante oggi che il teatro tracci le trame e l’ossatura politica che mancano alle istituzioni deputate?

Il teatro ha sempre avuto questa missione, ma questa missione è stata troppe volte tradita. Nella maggior parte dei casi, teatri ed artisti sono rimasti coinvolti nella stessa rete. Complici della stessa inadeguatezza politica e culturale. Eppure, se per istituzioni intendi tutte le Fondazioni che si occupano di teatro, o gli enti preposti alla sua promozione, non vedo altra via d’uscita che la ripresa di un forte dialogo, in cui le parti si parlino con maggiore profondità e rispetto per il lavoro degli artisti, dei loro percorsi e della ricerca non occasionale che compiono. E che sia forte il dialogo tra chi sta al fronte, come noi nel nostro Festival, e chi è deputato a emanare leggi, riforme e bandi. Credo che oggi ci sia una enorme distanza, a volte imbarazzante, tra le istanze vere di chi chiede spazi, cura e possibilità di espressione,  secondo determinate necessità e non altre, (penso spesso alla fretta con cui si producono lavori che necessiterebbero di altro tempo) e gli organi che se ne occupano. Le “istituzione deputate”, come le chiami tu, dovrebbero possedere ed esprimere un pensiero di politica culturale grazie al dialogo con chi il teatro lo fa davvero, a tutti i livelli, e con tutte le diversità possibili. Ma non possiamo che essere responsabili, noi artisti per primi, se abbiamo tollerato e accettato tutto. Impegnati fortemente nella creazione, spesso ci siamo dimenticati di controllare, denunciare, avversare e impedire le negligenze e i misfatti delle Istituzioni, e siamo ben presto diventati l’anello più debole di una catena che per paradosso esiste solo grazie a noi e al nostro lavoro, ma da cui troppo spesso ci sentiamo estranei. Dici bene, il teatro deve esprimere un punto di vista, un orientamento, una scelta, deve dire come e su cosa è orientato. In questo caso diventa politico. Esprime qualcosa che tocca il cuore e fa riflettere, e quando lo fa è e diventa necessario alla società. Ancora oggi si parla spesso di Centri di Potere e non di alleati sullo stesso fronte. Il teatro quindi deve rispondere con eticità, onestà e bellezza. Anche a costo di rimanere ai margini che poi margini non sono.

Perché Massa e potere può rappresentare un valido segno di azione civile nella realtà artistica contemporanea?

Massa e potere è innanzitutto un bellissimo libro di Canetti. Una ricerca infinita sui comportamenti della massa, e il suo rapporto con il potere. La mia è una interpretazione libera di quel lavoro e lo spettacolo racconta in un flusso  continuo la massa e il potere da un punto di vista storico, sociale ed antropologico.  Una danza fisica che per più di due ore e senza una parola pronunciata trae origine dall’attenta osservazione di quei scritti, lasciando spazio a visioni che hanno una forte dimensione pittorica, così come è mio uso. Ma al di là dei contenuti, penso che rappresenti una valido segno di azione civile per come è stato concepito, a partire dalla straordinaria partecipazione del TMO, il Teatro Mediterraneo Occupato che ha messo a disposizione i suoi spazi e ha contribuito in modo determinante alla parte artistica, e non solo a quella produttiva e logistica. 24 attori provenienti da tutta Italia hanno aderito, investendo, alle prove che sono durate un mese e mezzo, in cui senza distinzione di ruoli tutti si sono occupati a vari livelli alla riuscita del progetto. Così, oltre a ciò che diciamo, resta forte il senso del processo. Pochi soldi, ma molta libertà. Non è poco e questa prima esperienza avrà un seguito. Massa e potere può essere uno spettacolo politico proprio per come è stato concepito. Partendo dal basso, una creazione partecipata, voluta e difesa con amore. I teatri occupati possono essere una incredibile risorsa e non vanno chiusi con sigilli di sfratto come ha fatto il sindaco della nostra città. È solo ottusità e cecità quella, e noi andremo avanti lo stesso. Le Orestiadi hanno presentato lo spettacolo, ma  il Tmo in varia misura ha partecipato ad altri progetti presentati al Teatro Libero per esempio e sono stati aiutati anche dal Teatro Biondo Stabile di Palermo. Ecco, il teatro può diventare azione civile, quando propone modelli alternativi al circo teatrale imperante, a prescindere da ciò che racconta e dai suoi riferimenti. Per Massa e Potere si è trattato di una bella coincidenza, in cui forma, contenuto e processo sono stati collegati insieme coerentemente.

Cosa hai appreso in questo anno di programmazione attraverso Orestiadi?

Ho appreso che non mi piace la riforma dello stato sui festival. E che impedire ai festival una programmazione libera è una forte contraddizione con il famoso linguaggio senza confine tra teatro, musica, danza, pittura e altro. Le Orestiadi hanno sempre programmato musica e danza oltre il teatro e avere uno stop dal ministero su questo, non mi ha dato felicità. Ma anche quella riforma pecca di mancanza di dialogo tra le parti. Si scrivono a tavolino  regole che non tengono in considerazione nessuna specificità e che soprattutto sono calate dall’alto. Così, per avere uno spettacolo di danza, ho dovuto programmarne 12 di teatro, creando comunque nel festival un  disequilibrio che non amo. È la prima volta che mi succede e non potere seguire i propri impulsi non è proprio una sensazione piacevole. Ho imparato anche quest’anno a lottare insieme agli altri per fronteggiare i ritardi  degli enti pubblici sui finanziamenti. Tutto è in ritardo, dal Ministero alla Regione, e programmare prima significa stilare contratti per tempo e pagarli con soldi anticipati dalle banche, a volte con esposizioni personali prima di  tutto del presidente e dei lavoratori, e con interessi non consuntivabili. È un sistema per arricchire le banche anche questo? Si, è così. Ho imparato che nonostante tutto per noi Gibellina e la Fondazione sono isole felci, che  ormai la passione nostra è determinata dall’affetto inesauribile che proviamo verso questo luogo, e dall’affetto del pubblico che ci saluta con strette di mano e abbracci all’inizio di ogni spettacolo, come se fossimo una grande  famiglia. Ho imparato che gli artisti sono e continuano a essere felici e grati alle Orestiadi anche per il clima sereno e collaborativo che incontrano qui. Stiamo avviando un percorso di risanamento e di rilancio. L’anno  prossimo andremo al Cretto finalmente, completato e ristrutturato in tutto il suo splendore originario. E mentre scorrono gli spettacoli di questa edizione, sono già al lavoro insieme agli altri per il futuro.

Nel 2010 Ludovico Corrao ti definisce “felice germoglio di una fruttuosa solida quercia del giardino di Gibellina” come sei cresciuto all’ombra della montagna di sale?

Sono cresciuto tantissimo in sette anni di direzione artistica. Osservare con attenzione il lavoro degli altri è una bellissima esperienza di apertura e di condivisione. Quanto al Senatore Corrao, posso dire che quell’uomo mi manca e manca a tutti e che noi continuiamo qui a lavorare con la stessa passione di sempre anche nel suo nome e per dare continuità al suo sogno. Tracce importanti del suo lavoro comunque rimangono vive anche grazie a Francesca Corrao, che presiede il comitato scientifico e che si spende con il presidente Rosario Fontana affinché questo straordinario giardino dei poeti continui a vivere di bellezza e di poesia. Utopia? Mah, nella mente del Senatore l’utopia è sempre stata concretezza. E questo è il suo più grande insegnamento. Sogno da noi significa realtà.

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InformazioniVincenza Di Vita

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