La riforma del #FUS Prosa: analisi e polemiche

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Pubblicato il 18/08/2015 / di / ateatro n. 156 / 0 commenti /
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L’applicazione del decreto ministeriale 1 luglio 2014, che prevede nuove norme per l’assegnazione dei contributi del #FUS al teatro di prosa, è stata al centro di un vivace dibattito, a volte con strascichi polemici.
Fermo restando che gli effetti (negativi o positivi) della riforma si vedranno sui tempi lunghi, abbiamo qui raccolto alcuni degli interventi degli ultimi mesi, cercando di offrire ulteriori strumenti di analisi e comprensione, che si affiancano alle considerazioni già pubblicate su ateatro.it. Invitiamo anche a consultare le mappe del FUS 2015 messe a punto da ateatro.it.

Il serial di Franco D’Ippolito su TeatroeCritica

Il teatro finanziato, episodio 1: Nazionali e Tric (6 mar 2015)

Il teatro finanziato, episodio 2: Centri di produzione teatrale (7 mag 2015)

Il teatro finanziato, episodio 3: La multidisciplinarietà e le prime assegnazioni (12 lug 2015)

Il teatro finanziato, intermezzo. Fus: ricorsi e proteste, gli esclusi … (22 mag 2015)

Il teatro finanziato, intermezzo bis: la linea d’ombra (9 giu 2015)

Il teatro finanziato, episodio 4: Il nuovo sistema teatrale disegnato dal dm (12 ago 2015)

Post teatro di Anna ‪Bandettini‬ su Compagnia della Fortezza e Premio Scenario

Contributi Fus: Compagnia della Fortezza e Premio Scenario (29 lug 2015)

Il caso “Premio Scenario”: la parola al Mibact (7 ago 2015)

Cristina Valenti: Premio Scenario: “pensiamo soluzione condivisa col Mibact” (10 ago 2015)

La polemica sulla “Stampa”

Sandro Cappelletto: La formula di Stato che toglie i soldi alle orchestre di qualità (22 lug 2015)

L’intervista a Elio De Capitani (22 lug 2015)
Di Elio De Capitani vedi anche l’intervento du Delteatro

Osvaldo Guerrieri: Massacrati ricerca e giovani, così muore anche il teatro (7 ago 2015)

Dopo le reazioni critiche al decreto del ministero, la risposta del direttore generale spettacolo (8 ago 2015)

L’intervento di Carlo Fontana (Presidente AGIS): Carlo Fontana: “Basta sovvenzioni a pioggia, è questo il pregio del decreto” (9 ago 2015)

Il caso Napoli

La lettera di De Magistris a Franceschini

L’articolo di Fanpage: Ma lei sindaco ci va ateatro?

Il caso U.R.T.

Jurij Ferrini: Se il “Teatro deve reggere lo specchio alla natura”

Dopo la doccia gelata estiva di questo indimenticabile 2015 che ha rinfrescato (e risvegliato) molti attori e registi italiani, ho cercato un confronto con svariate realtà teatrali – e non solo quelle escluse dalla riforma MIBACT, ma anche alcune che si sono viste ridimensionate – e con molti critici ed intellettuali che hanno osservato attoniti questo enorme macello.
Molti teatranti e non da oggi, hanno dimenticato quanta umanità sia contenuta nelle grandi opere teatrali e quanto sia complesso interpretare davvero un testo, leggerne l’anima a fondo e saperla poi riprodurre su un palcoscenico, “ogni sera alle nove”! Essenza del nostro mestiere di attori. Dimenticando del tutto come si faccia a far accadere e riaccadere ogni sera l’evento teatrale si è accettata di buon grado negli ultimi anni la pratica della performance, perdendo così ogni sintassi ed ogni contenuto testuale in favore di forme paratattiche e non narrative.
Con il termine teatro si intende un universo ormai multiforme ed una vera riforma avrebbe dovuto scattare una fotografia più completa e realistica del fenomeno. Invece in modo del tutto inappropriato sono state accomunate moltissime realtà profondamente differenti che afferiscono ad almeno due enormi categorie. E non credo sia corretto definirle in termini di vecchio o nuovo teatro; ma semmai di teatro che narra una vicenda, anche magari surreale e paradossale e teatro che non si occupa di narrare alcuna vicenda, un teatro, quest’ultimo, che predilige invece la suggestione, il gesto, la performance; un teatro che depotenzia il testo, il suo valore letterario, in favore di una partitura scenica inventata dal regista o dall’attore; un teatro che quand’anche abbia a che fare con dei testi classici non ne narra la storia, ma li manipola per raccontare tutt’altro.
Questo – sia ben chiaro – è un gesto del tutto pertinente e in molti casi artisticamente molto efficace; ma esso esiste ed ha una vera funzione sociale solo se contesta, contrasta, protesta, si pone come antagonista del teatro di prosa classico. E per definire meglio la natura di questo teatro radical chic, il cui lavoro è stato considerato meritevole e da premiare – raddoppiando persino in qualche caso il budget pubblico di sostegno agli organismi che lo propongono – desidero citare testualmente proprio Oliviero Ponte di Pino (membro della commissione) che in un suo scritto inciampa in una efficace definizione del cosiddetto teatro d’avanguardia: uno spettacolo o un’opera portatori di un gesto provocatorio, intellettualistico ed élitario per definizione.
L’assunto che emerge con cristallina evidenza da questa riforma è il seguente: per aumentare il fermento culturale del paese e l’inclusione sociale, per dare a tutto il popolo italiano libero accesso alla conoscenza e all’arte – come previsto agli articoli 9 e 33 della nostra Costituzione – non è più utile il teatro di Machiavelli, di Molière, di Shakespeare, di Rostand, di Goldoni, di Willams, etc… testi che richiedono un teatro d’attori che sappiano fare il loro mestiere… un repertorio classico dei fondamentali della storia del teatro occidentale al quale non hanno mai avuto ancora accesso milioni di persone, soprattutto giovani ma anche adulte (e che quand’anche ne abbiano avuto accesso hanno raramente capito la trama, grazie soprattutto alle mirabolanti trovate registiche degli ultimi trent’anni)… no, tutto questo è vecchio… per accrescere la fruizione teatrale è meglio offrire più teatro sperimentale e d’avanguardia perché esso è innovativo e quindi più vicino alla contemporaneità.
Le affermazioni pubbliche sui social network dello stesso Oliviero Ponte di Pino – nel maldestro tentativo di difendere la commissione prosa dall’accusa d’essersi ritenuta un manipolo di direttori artistici – hanno dichiarato che alcuni progetti NON ERANO STATI RITENUTI INTERESSANTI. Questa generica affermazione di una vaghezza disarmante, è poi stata corretta sostenendo che la commissione aveva parametri stretti per esprimere il proprio voto; ebbene essi erano esattamente gli stessi parametri degli anni precedenti… La nuova scheda aveva semplicemente l’orientamento della carta in orizzontale e non più in verticale e si esprimeva in trentesimi anziché in centesimi.
Quindi di fatto ciò che fino al 2014 superava la fatidica soglia della promozione nella qualità artistica, non la superava più nel 2015. E desidero anche ricordare, in risposta a quanti sostengono che alla fine il parere della commissione non era poi così vincolante, che sotto il 10 si veniva esclusi d’ufficio anche se la valutazione della qualità indicizzabile e della quantità – calcolate da un algoritmo – fossero state positive.
Per inciso questa idea dell’algoritmo era la parte a mio avviso davvero più innovativa della riforma, perché tentava una più equa ripartizione del F.U.S. rispetto ai risultati concreti e reali. 
Io ora però invito da queste pagine il Dipartimento dello Spettacolo dal vivo – nella persona del suo direttore, il dott. Salvo Nastasi – a dare una risposta ufficiale e non trincerarsi dietro questo arrogante silenzio: o la commissione prosa si è fatta dettare i punteggi della qualità artistica direttamente dal capo-dipartimento e quindi Lei stesso dott. Nastasi, allora oltre che privi di spina dorsale sono stati anche collusi con un sistema di potere che non ha alcun fondamento giuridico nella struttura dello Stato; oppure dobbiamo credere alle risposte di Oliviero Ponte di Pino, ossia che la commissione – ridotta peraltro a 5 soli elementi e quindi facilmente a-critica e malleabile ad una visione unitaria – abbia fatto parecchie scelte di orientamento artistico e di gusto personale, marcando quindi una linea editoriale e mettendo il teatro italiano di fronte al plotone d’esecuzione di un direttorio artistico generale; un fatto di una gravità inaudita e mai avvenuto nella storia della repubblica italiana, almeno dal dopoguerra.
Personalmente da cittadino italiano rifiuto l’idea del solito complottismo per il quale gli italiani sono una massa di raccomandati nelle grazie dei potenti… e che solo chi ha “santi in paradiso” va’ avanti; prediligo – nel mio cuore forse molto ingenuo – la seconda verità: ossia che la commissione si sia arrogata un diritto non previsto in nessun ordinamento democratico…ma forse neppure in Corea del Nord.
Probabilmente i 5 membri della commissione erano distratti quando alle medie si studiava educazione civica… e comunque questa seconda verità non è meno grave della prima… potrebbe solo avere l’attenuante d’essere preterintenzionale… in questo caso è ancora possibile rimediare ai propri errori, scrivendo tra l’altro una bella pagina della nostra storia: qualcuno che in un posto di potere comprende il proprio errore, fa ammenda e soprattutto marcia indietro. Che meraviglia!
Temo però che questa assunzione di responsabilità non verrà mai. E così questa riforma avrà trasformato lo specchio di cui parlava Shakespeare nell’Amleto, in uno specchio deformante, in un incubo di oscenità privata e deprivata di ogni senso, una azione teatrale illeggibile dalle persone comuni e quindi noiosamente elitaria ed intellettuale.
Impedire all’umanità odierna di potersi specchiare in teatro, significa privarla dell’ultimo anelito di spiritualità che la pervade da migliaia di anni, consegnandola definitivamente al cinismo, al raziocinio, al mero calcolo e quindi all’individualismo più abbietto che la fa sprofondare nella più cupa infelicità.
Mi azzardo a formulare un vaticinio: fra 500 anni sapranno ancora chi era William Shakespeare, mentre ignoreranno completamente chi fosse mai stato Romeo Castellucci.
Mi batterò fino all’ultimo respiro per difendere questa idea di teatro popolare, perché essa è l’unica idea di teatro che permette una fruizione universale; narrare è condividere con i propri simili storie che emozionano. Non narrare è invece un gesto contro, rispettabile anch’esso, certo… performativo, arrabbiato, sacrosanto… ma non può essere l’unico teatro ad esistere.
Quindi a noi tocca ora R-esistere
Per vincere la nostra battaglia e consegnare a tutta l’umanità che ci circonda, quella goccia di splendore che è la vita di ogni altro essere vivente, incarnato da un attore su un palco, come monito a ricordare la sacralità della vita. Di ogni vita.
Ma… ”Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere. Dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola d’oro della nostra condotta è la tolleranza reciproca. La coscienza non è la stessa per tutti. Quindi, mentre essa rappresenta una buona guida per la condotta individuale, l’imposizione di questa condotta a tutti sarebbe un’insopportabile interferenza nella libertà di coscienza di ognuno. Per me è sempre stato un mistero perché gli uomini si sentano onorati quando impongono delle umiliazioni ai loro simili”. (la “grande anima” Gandhi)
Porterò comunque avanti il teatro che amo, quello che accoglie gli spettatori e li porta con semplicità a viaggiare con la fantasia; lo faccio perché possano sentire ancora vicine le grandi storie e le meravigliose parole dei grandi artisti che scrissero per il palcoscenico. Io non sono nessuno, sia ben chiaro… prima di Romeo Castellucci dimenticheranno certamente me… sono solo un umile servo di questa nobile arte del recitare.
Ma ho voluto citare Gandhi perché sto pensando che tutti noi esiliati “che potremo fare dell’ottimo teatro extra F.U.S.” (cito ancora Ponte di Pino) potremmo adottare insieme una decisa azione di non-violenta disobbedienza civile; vivendo nei boschi, alla macchia, non dovremo rispettare le regole del palazzo d’oro e proporrò questo a miei compagni in esilio: una lotta per la libertà di espressione, disobbedendo a tutte le regole che ci vengono imposte da un patto sociale che ormai – nel pieno disumanesimo in cui siamo entrati – non ha più alcun senso. Propongo di non pagare allo Stato più alcun tributo, né contributo e neppure la SIAE. Così i soldi della platea potranno tornare a bastarci.
(Jurij Ferrini)

Camilla Tagliabue sul”Fatto Quotidiano”: “Di scarso interesse”. Sul palco da vent’anni, umiliato dal Fus (3 set 2015)

La risposta di quotidiana.com: Il futuro seguace delle dottrine di Confucio

La compagnia teatrale di Jurij Ferrini (fondatore del progetto U.R.T.), regista e attore formatosi alla scuola del teatro stabile di Genova, è stata esclusa dai finanziamenti ministeriali del FUS.
E con chi se la prende codesto guitto della tradizione? Con i pochi gruppi di teatro sperimentale e di ricerca che sono stati premiati dal ministero.
“Gruppi (cito le sue parole apparse sull’articolo de “il Fatto Quotidiano” a firma Camilla Tagliabue, in data 3 settembre 2015) che sono seguiti da un numero esiguo di persone… che difficilmente usciranno mai, non dico dalla loro città, ma dal loro quartiere. Chi ci ha rimesso è stato, purtroppo, il teatro classico, popolare, di prosa, con le sue storiche compagnie di giro. I grandi vecchi (gli stentorei declamanti borghesi benestanti, foraggiati dallo stato da decenni!) sono stati tutti penalizzati… artisti di chiara fama come Branciaroli, Orsini, Glauco Mauri”.
L’istrione Ferrini afferma di avere, ogni anno, 15.000 spettatori. Perché allora far credito sulla sovvenzione pubblica? 10 euro a biglietto per 15.000 spettatori fanno 150.000 euro, una cifra che dovrebbe permettere la sopravvivenza del progetto U.R.T. Ora lui auspica uno sciopero delle tasse, un teatro disobbediente e irregolare, come ai tempi di Shakespeare, così che i soldi della platea torneranno a bastargli.
A fine ottobre l’artefice della sacra tradizione, la vittima dei tagli del FUS, volerà in Cina, a un centinaio di chilometri da Shanghai per rappresentare l’Italia al Festival internazionale di Wuzhen. Mi auguro che l’arte dell’illuminato Jurij trovi, nella repubblica popolare cinese, la giusta ispirazione conforme con le politiche governative e di propaganda. Confucio, il filosofo del pensiero originale saprà fargli da somma guida:”Quando si è in un pasticcio tanto vale goderne il sapore”.
(quotidiana.com)

…e ancora

Il comunicato di @ProgettoCresco
E’ stata una vera riforma?

L’interrogazione delle senatrici Puppato e Ferrara
“Franceschini spieghi le esclusioni dal FUS”

Andrea Porcheddu: La riforma Franceschini sbanda su carte bollate e raccomandazioni

Massimiliano Civica: La legge contro il dialetto

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