#BP2015 Cinema & Teatro. Il cinema partecipato: una fisica del desiderio

Mimmo Sorrentino e Bruno Oliviero, ovvero Infanzia dell’alta sicurezza tra scena e film

Pubblicato il 02/10/2015 / di / ateatro n. #BP2015 , 156 / 0 commenti /
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Infanzia nell'alta sicurezza

Infanzia nell’alta sicurezza

Il breve filmato che mostreremo è stato girato nel reparto femminile di alta sicurezza del carcere di Vigevano. A queste donne, condannate per reati di mafia, ‘ndrangheta, camorra, è stato chiesto di raccontare storie della loro infanzia. Loro, nel farlo, si sono date la possibilità di accedere al proprio dolore. Si sono tolte la maschera delle carnefici e delle vittime. Il dolore che hanno raccontato sfugge alle analisi sociologiche di genere. Sfugge a una letteratura di stampo iperrealista. E’ il dolore delle donne Caino di cui nessuno sa niente. Come ogni dolore è prezioso. Va raccolto. Apre squarci di umanità dove sembra che umanità non ce ne sia. E dovunque vi sia una umanità, vi è per tutti la possibilità di riconoscersi. Un avvicinarsi. Comprendere e comprendersi.

Infanzia nell'alta sicurezza

Infanzia nell’alta sicurezza

Il “Film” nello spettacolo teatrale ci permette di trasformare la dimensione tridimensionale del teatro in quadridimensionale. Ciò non è la mera addizione di un medium a un altro, o il semplice escamotage per portare in scena persone che altrimenti non ci potrebbero essere (non ci sono, almeno oggi, le condizioni perché queste detenute possano beneficiare di permessi premio per essere su di un palco). Ma dare un corpo all’assenza. Al vuoto. Senza del quale non vi sarebbe posto per il desiderio. Ecco allora forse ciò che sarà il cinema partecipato che stiamo provando a mettere in piedi in questo progetto: raccontare il presente, il reale come un’assenza che rende visibile a tutti, cioè a chi lo pratica e a chi lo guarda, il corpo del proprio desiderio. La sua quarta dimensione.

Infanzia nell'alta sicurezza

Infanzia nell’alta sicurezza

Per dire chiaramente la direzione della ricerca: si privilegia la comunità, intesa come terreno comune di pulsioni che riescono a mettere in comunicazione-comunità anche gli esseri e le vite più diverse e distanti. Uno spazio non democratico, costringente, di libertà. Nel quale convivono gli opposti senza una soluzione alla loro lotta. Ciò non può farlo nessun realismo, nessuna sociologia, visto il loro carattere chiaro, dialettico. Qui, in questa ricerca (che – sottolineo – è una ricerca) è una comunità oscura a se stessa che vogliamo far agire, vivere, rappresentare.

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