#Casematte 2. Da Reggio Emilia all’Aquila

Il diario di viaggio del Periferico Tour negli ex manicomi

Pubblicato il 06/10/2015 / di / ateatro n. 156 / 0 commenti /
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il corridoio del Lombroso

il corridoio del Lombroso

Casematte, il viaggio teatrale in 8 ex manicomi a cura di Teatro Periferico, conclude altre due tappe.
Le città coinvolte: Reggio Emilia e L’Aquila.
In programma: Mombello. Voci da dentro il manicomio, a cura di Teatro Periferico, la Passeggiata teatrale nel manicomio di Chille de la Balanza, compagnia residente nell’ex O.p. di San Salvi (Firenze), Atlante della città fragile di Gigi Gherzi e diverse iniziative organizzate dalle associazioni del territorio.
A Reggio Emilia gli spettacoli vanno in scena nel Padiglione Lombroso, antico reparto criminale dell’ex manicomio di San Lazzaro. Le celle hanno le porte di ferro e uno spioncino utilizzato (forse) per la consegna del cibo. L’edificio è circondato da una rete metallica, con due torrette all’entrata, a ricordare che lì, un tempo, c’era un muro di cinta. Sulle pareti delle celle sono ancora visibili le scritte dei pazienti. Il padiglione oggi ospita il Museo della psichiatria, che espone gli strumenti di tortura impiegati nel secolo scorso contro i malati: catene e legacci di contenzione, camicie di forza, macchine per l’elettroshock, un casco del silenzio. Il padiglione è un ibrido tra carcere e manicomio. La storia della psichiatria è scritta anche nelle strutture degli edifici che essa ha costruito.
La parola che ci accompagna in queste due tappe è contenzione. Nei manicomi, come scrive Annacarla Valeriano nel suo bel libro Ammalò di testa, frutto di uno studio delle cartelle cliniche dell’ex O.p. di Teramo, primeggiava l’elemento custodialistico, tanto che “la custodia finì per coincidere con la cura”. Ma al Lombroso il manicomio si rivela soprattutto nella sua funzione repressiva e coercitiva.
Il primo giorno incontriamo Monica Franzoni, operatrice teatrale all’Opg di Reggio, e passiamo un pomeriggio con alcuni detenuti. Sono giovani. La maggioranza di loro è precipitata nella psicosi in seguito all’uso di sostanze o alcool. Sembrano tutti lucidi e coscienti, diversi dai malati che abbiamo incontrato a Genova. Monica ci racconta del lungo percorso per giungere a quella che definisce “assunzione di responsabilità”, cioè la presa di coscienza del reato e della sua gravità. Non è facile. Alcuni di loro ci raccontano di aver subito la contenzione fisica. Sono stati legati. Ci viene in mente che anche nei vecchi manicomi venivano ricoverati alcolisti, malati di pellagra, sifilide, patologie che conducevano alla follia, che insorgeva però come conseguenza di una malattia del corpo e non della mente. Anche nel caso di assunzione di sostanze, la follia esplode in relazione ad una causa esterna, qualcosa che entra dentro da fuori.
Tutti i giovani che incontriamo fanno parte del gruppo teatrale che conduce Monica. Vediamo un video del loro spettacolo. Sono bravi. Ma siamo soprattutto testimoni del profondo legame che li unisce a lei. Monica ci dice che oggi il malato è settorializzato: un medico per il suo corpo, uno psicologo per la psiche, il fisioterapista per la ginnastica, l’animatore. Sfugge l’interezza della persona. Esiste la convinzione che la quantità delle competenze possa sostituire il rapporto di fiducia che si crea tra soggetti.

Un muro del Lombroso

Un muro del Lombroso

Nonostante la lunga nottata del concerto di Ligabue, il pubblico arriva. Diverse persone non trovano posto. Viene anche il sindaco del nostro paese: dalle valli alto-varesine alla pianura di Reggio Emilia. Gliene siamo grati. Ci porta profumo di casa.
Si comincia con l’incontro condotto da Gigi. Le persone intervengono. Cominciano ad arrivare nuove storie, qualcuno gli scriverà successivamente raccontando la propria esperienza.
A seguire, la Passeggiata, che Claudio di volta in volta ricostruisce in base alla storia specifica di ogni manicomio. Quella sera racconta la storia delle Calate: gruppi di cittadini, accompagnati da sindaci, che nel 1971 scesero dai paesi di montagna verso Reggio Emilia per controllare lo stato dei familiari che erano ricoverati nel manicomio. Le terribili condizioni in cui erano tenuti (donne e uomini legati alle sbarre delle finestre, bambini chiusi negli sgabuzzini, legati alle sedie e ai letti, in precarie condizioni igeniche…) furono portate alla conoscenza dell’opinione pubblica e contribuirono alla chiusura del manicomio di San Lazzaro. Basaglia ce lo racconta così:

L’attenzione per il manicomio è d’altra parte attestata da una serie di straordinari eventi pubblici che divennero una cause célèbre per il movimento psichiatrico radicale in Italia – le cosiddette “calate”: gruppi di persone delle cittadine e dei paesi della provincia che si presentavano davanti all’ospedale chiedendo di essere ammesse a “ispezionarlo”. Volevano incontrare i parenti e gli amici ricoverati e vedere con i propri occhi come venivano trattati. Era un attacco politico frontale, radicale e pubblico all’ospedale psichiatrico dall’esterno che avrebbe poi assunto valenze quasi mitiche. (La repubblica dei Matti).

Terminata la passeggiata, dopo un breve ristoro, il pubblico si prepara ad assistere a Mombello. Voci da dentro il manicomio. Lo spettacolo dentro al Lombroso sprofonda, nel senso che va a fondo, nel profondo: il lungo buio iniziale, le voci che provengono dalle celle, il rumore delle porte di metallo, gli occhi che si intravedono dietro gli spioncini, la scelta di non far uscire in corridoio nessun attore per quasi tutto il primo tempo aumentano la sensazione di claustrofobia. In ogni spazio in cui recitiamo, sperimentiamo. Osserviamo il luogo e lo seguiamo nelle sue forme. Anche il dialogo tra gli attori e i loro personaggi si approfondisce, si illumina di nuovi contenuti, acquista sfumature. E al Lombroso l’esplosione finale della fuga arriva come uno squasso, una scossa violenta, un terremoto.

Mombello al Lombroso

Mombello al Lombroso

Partiamo per L’Aquila e viaggiamo lungo la costa. Non sappiamo cosa troveremo. Eppure abbiamo la percezione che a ogni tappa del nostro viaggio ci si presenti un personaggio o una situazione dello spettacolo. Durante la nostra permanenza a Genova avevamo condiviso lo spazio per diversi giorni con alcuni pazienti che assomigliavano ai nostri “tranquilli”. Era come essere circondati da tante Dina e da tanti Emanuele. Invece a Reggio Emilia, i detenuti dell’Opg e i loro racconti sui deliri dei cervelli sconvolti dalle sostanze, ci avevano riportato all’alcolista di Voci da dentro, alla sua rabbia, alla coercizione, alla sua figura inchiodata al letto. E ora?
Arriviamo all’Aquila. Facciamo un giro per la città. E’ una città bloccata, con i lavori che vanno a rilento, la Zona rossa sempre chiusa. Ma ci sono aspettative, desideri, voglia di partecipazione. Incontriamo l’Associazione 180amici, formata da psicologi e studenti in psicologia. Lavorano alla creazione di gruppi di mutuo aiuto. Chiacchieriamo con loro. Per noi è come incontrare l’assistente sociale dello spettacolo, quella figura che pratica le cinque A di cui ci parlerà Assunta Signorelli il giorno dopo: accudire, accogliere, abitare, autonomizzare, aspettare. Insomma all’Aquila incontriamo le buone pratiche.
Anche qui i temi affrontati ruotano tutti intorno ai diritti. Chi entrava in manicomio non aveva carta di identità. Non aveva identità. Sempre attraverso Assunta Signorelli, nell’incontro dedicato alla presentazione del suo libro Praticare la differenza, veniamo a conoscenza di un evento terribile e incredibilmente accaduto solo pochi anni fa.

Il 17 marzo del 2008, alle quattro del mattino, cinquecento poliziotti in tenuta antisommossa, su ordine della prefettura di Cosenza – d’accordo il Tribunale di Paola e il consiglio Regionale della Calabria (si racconta di una riunione fiume nella notte del 16 marzo nella sede della Regione Calabria) – insieme al personale sanitario dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, circondarono l’Istituto Papa Giovanni XXIII e deportarono tutte le persone accolte nelle RSA, Residenze Sanitarie Assistite della Provincia. Fu una scena terribile, alla quale ho assistito cercando di salvare il salvabile: una trentina di ex degenti in tutto fra chi alloggiava negli appartamenti, chi si rifugiò in Comune, due donne che accompagnammo a Pizzo Calabro dai familiari e singole persone letteralmente prelevate dai familiari allertati dal personale dell’Istituto.

Cos’era accaduto? La struttura, fatiscente, diventata una sorta di “simbolo di diritti negati” (si parlava addirittura di sospetti omicidi), la cui realtà era venuta alla luce anche grazie al costante impegno di associazioni, era stata posta sotto sequestro. Assunta Signorelli, amministratrice giudiziaria su decisione del tribunale di Paola, aveva avviato un processo di de-istituzionalizzazione:

Il Papa Giovanni alla fine era un luogo aperto, da tutti e tutte attraversabile, senza reparti sovraffollati, con camere singole che le persone avevano arredato a proprio gusto e tre gruppi di convivenza dove le persone più autonome sperimentavano le loro capacità e possibilità di vita. (Praticare la differenza)

Ma nonostante il lavoro fatto e la disponibilità del personale a praticare una nuova forma di assistenza e cura, la struttura venne sgomberata. Più di 300 pazienti, da soli, senza accompagnamento, vennero trasferiti nella notte, da poliziotti in divisa, in posti a loro sconosciuti (per lo più in strutture convenzionate o private) e tutto il personale licenziato o messo in cassa integrazione. Circa trenta pazienti morirono nel primo mese di trasferimento. La stampa, che aveva che aveva dedicato numerosi articoli allo scandalo dell’istituto, tace quasi totalmente sulla deportazione dei malati.

Il manicomio di Trieste

Il manicomio di Trieste

Il pubblico ascolta attento. È un pubblico giovane e competente, specializzato. Lo stesso pubblico che, nonostante la pioggia battente, la sera prima aveva seguito Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza nella loro passeggiata teatrale lungo i sentieri asfaltati dell’ex ospedale psichiatrico. Presente anche Guido Alfonsetti, un anziano infermiere dell’ex O.P. Mentre lo riportiamo a casa ci dice: “Sono venuto su a Mombello per spiegare al direttore come si trattavano i malati. Perché il nostro manicomio era più umano”. Non è la prima volta che un infermiere parla del “suo” manicomio, come una realtà diversa dalle altre. Ci rendiamo conto che molti di loro hanno cercato di fare il possibile per migliorare le condizioni dei ricoverati. È quello che racconta anche Giulia Lazzarini in Muri. Quello che ci dice Assunta Signorelli a proposito del personale dell’Istituto Papa Giovanni. Cambiare si può.
Affollata anche la performance di Gigi all’Asilo occupato. Tanti tanti giovani. Molte domande. Subito dopo alcuni giovani attori leggono alcune storie del Coordinamento Seme (Soci Esperti Mediante Esperienza), nato all’interno della 180amici.

Gigi Gherzi all'Asilo Occupato

Gigi Gherzi all’Asilo Occupato

Mombello. Voci da dentro non può essere rappresentato nell’ex manicomio. Questa è l’unica tappa in cui lo spettacolo non andrà in scena in un ex ospedale psichiatrico. Scegliamo una sala teatrale, la Casa del Teatro, dedicata a Noemi Timberi, regista. Un prefabbricato in un piazzale su cui si affacciano altri prefabbricati abitati da associazioni. Il corridoio viene ricostruito, i muri sono di tela, le porte posticce. Nel pubblico sono presenti anche Marcello Gallucci, titolare della Cattedra di Storia dello Spettacolo presso l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e Giovanna del Giudice, che presenterà il giorno dopo alla sala della CGIL E tu slegalo subito. Un docente di storia del teatro e una psichiatra. Continuiamo a viaggiare su entrambi i binari, che guardano nella stessa direzione.
Temiamo che lo spettacolo qui risulti meno efficace, che possa perdere quel realismo e quella vicinanza che tanto hanno suggestionato il pubblico. Ma gli spettatori ascoltano con un’attenzione irreale, applaudono con rispetto, i più giovani si dicono scioccati, i più grandi ci stringono le mani. Ci parlano, ma non subito. Il giorno dopo. Ci pensano. È pubblico specialista ed è interessante studiarne le reazioni, così diverse da quelle del pubblico generico.
L’incontro con Giovanna del Giudice (“Quello che avete raccontato accadeva tre volte tanto e accade ancora oggi”), in una sala della CGIL, si apre con le immagini di Francesco Mastrogiovanni, il maestro elementare morto dopo ottanta ore di contenzione fisica e farmacologica e il racconto della morte di Giuseppe Casu, morto dopo essere stato legato, mani e piedi, per sette giorni di seguito. Giovanna racconta che la contenzione è meno rara di quel che si creda. Tuttavia alcuni giovani psichiatri sostengono l’impossibilità di somministrare tranquillanti ai pazienti nei casi di abuso di sostanze. Capiamo che quello delle sostanze è un grosso problema che trova la psichiatria del tutto impreparata. Ma, in ogni caso, nulla può giustificare quello che Franca Ongaro Basaglia definisce “umiliazione e mortificazione della persona”.

Contenzione

Contenzione

Torniamo all’imbrunire verso la Casa del Teatro, dove uno spettacolo per la regia di Giulio Votta, Pezzi di specchio, con giovani e bravi attori, viene seguito dal “ballo della pupazza”. La densità degli incontri nei sei giorni all’Aquila si scioglie nella meraviglia dei fuochi d’artificio e della tarantella abruzzese.
Lasciamo la città pensando a quanto sia diversa la realtà tra il nord e il sud. Non paghi, ci spingeremo ancora più “giù”: ci aspetta Aversa, il manicomio più antico d’Italia.

Situazione delle cartelle cliniche. A Reggio Emilia l’ente conservatore è l’Ausl di Reggio e sono custodite presso la biblioteca Livi. All’Aquila invece la collocazione delle cartelle non è chiara: le più recenti sono conservate all’ospedale, le più vecchie forse dopo il terremoto sono state spostate. Ma dove?

Spettatori a oggi 709
Totale Km percorsi 1.010

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