Gli archivi dell’Odin Teatret

Mirella Schino, Il libro degli inventari. Odin Teatret Archives, Bulzoni 2015

Pubblicato il 09/12/2015 / di / ateatro n. 156 / 0 commenti /
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Mirella Schino, Il libro degli inventari. Odin teatret archives

Mirella Schino, Il libro degli inventari. Odin Teatret Archives

Fin dai primordi l’umanità si divide tra nomadi cacciatori e raccoglitori da una parte, e coltivatori e allevatori stanziali dall’altra: i primi trottanti per savane e praterie e foreste in cerca di cibo e intenti poi a spellare, tagliare, essiccare le prede; i secondi dediti all’agricoltura e alla pastorizia, e poi la sera intorno al fuoco a raccontarsi storie e leggende. Col tempo questa dicotomia si è radicata anche nel campo degli studi e del pensiero: sostenitori della certezza e cercatori della verità, o almeno del senso; filosofi analitici e pensatori continentali; scrupolosi filologi ed estroversi ermeneuti; rabdomanti d’archivio e sedentari interpreti geniali, mimetici o intuitivi. Nei rari casi più felici le due propensioni si fondono, e allora abbiamo esiti straordinari: anima ed esattezza, come auspicava Musil.
Mirella Schino è docente universitaria, autrice di libri importanti (e leggibili con piacere) sulla regia, sul Grande Attore, su Eleonora Duse, sull’esperienza dei teatri-laboratorio novecenteschi eccetera e dirige la rivista “Teatro e Storia”; è una studiosa cresciuta alla scuola di Ferdinando Taviani e dei cosiddetti “professori” (Clelia Falletti, Franco Ruffini, Nicola Savarese, Ferruccio Marotti e i compianti Fabrizio Cruciani e Claudio Meldolesi): appellativo dovuto accademicamente, ma pronunciato di volta in volta con ammirazione per il contributo al rinnovamento degli studi teatrali o con una certa invidia per la capacità di fare squadra (dream team direbbe oggi qualcuno che affligge un povero rosicone come me). Mirella Schino pubblica ora uno di quegli esiti straordinari di cui sopra. Si tratta de Il libro degli inventari. Odin Teatret Archives, Bulzoni 2015.
La Schino, coadiuvata da una piccola ma selezionata équipe di collaboratrici e collaboratori, ha lavorato per sette anni a organizzare in modo sistematico, inventariare e suddividere in settori organici i fondi e i materiali (foto, film, manifesti, registrazioni ecc.) di cinquant’anni di storia dell’Odin Teatret di Barba e dei suoi compagni. Ora tutto questo immenso materiale è al sicuro alla Biblioteca Reale di Copenaghen (e in copia elettronica nella sede dell’Odin a Holstebro).

Ma, come scrive la Schino nella prefazione passando dal ruolo di cacciatrice al lavoro agricolo, “i documenti d’archivio sussurrano storie. Poi, bisogna metterle insieme, collegarle, dar vita a interpretazioni e sentieri. Ma di per sé raccontano storie.” È fondamentale e meritorio rintracciare e ordinare i documenti, ma poi questi documenti bisogna farli cantare, e occorre saperli ascoltare, metterli in relazione, concertarli come fa un direttore d’orchestra con la partitura. È il pregio di questo grande libro, che si presenta con un titolo poco invitante per il lettore non specialista, che sembra quasi un regesto, un lavoro “servile” (nel senso dato dal grande Garboli a una sua raccolta di scritti) e che invece ricostruisce e percorre attraverso excerpta illuminanti la storia non solo dell’Odin ma di molto teatro occidentale e orientale del secondo Novecento.
C’è una certa empatia nella ricostruzione documentaria della storia dell’Odin, ma in questa sorta di lucida complicità Mirella Schino segue la lezione di Franco Quadri, il quale, come i critici che dalla fine dell’Ottocento abbandonarono l’arte ufficiale per accompagnare, anche teorizzando, l’avventura dei nuovi maestri e movimenti, si fece organico al nuovo teatro dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi. È lo sguardo parziale e compartecipe dello studioso che interpreta e mette in prospettiva; altri, con lo stesso materiale, potranno costruire narrazioni diverse, così come ogni spettatore ha una sua personale “visione” dello spettacolo cui assiste. E ogni attore. Scrive nei suoi diari Roberta Carreri, una delle attrici storiche dell’Odin: “l’Odin Teatret è contrapposizione: individui che si battono per non essere ’fusi’, che conservano la propria forza e continuano ad essere interessanti per i propri compagni di lavoro a patto che riescano a mantenere la propria individualità”. È la grande funzione pedagogica del teatro, quella che lo rende così essenziale ancora oggi, anzi oggi più che in passato: favorire la crescita della propria individualità nella relazione con gli altri. Nell’epoca del selfie e di cinquantenni che come bambini dispettosi si danno e si tolgono l’amicizia è una sfida che val la pena di accettare.

Sarebbe complicato dar conto qui della struttura del libro, del suo lato “caccia e raccolta”. Apparentemente è semplice: descrizione della metodologia adottata per raccogliere i documenti; la suddivisione di questi in cinque fondi principali; l’inventario dei cinque fondi; per ogni fondo ampie citazioni dai testi inventariati. Detta così, tutto molto tecnico e noioso. Ma in mezzo ci sono i racconti attorno al fuoco. E allora il sipario si apre su un mondo vastissimo, dall’appunto personale, o addirittura privato, degli attori, degli spettatori, dei seguaci e amici dell’Odin alla grande storia globale del teatro contemporaneo. I testi citati, anche quelli apparentemente banali o a volte quasi criptici perché brevi o perché decontestualizzati, prendono vita, si intersecano tra loro, disegnano un quadro brulicante di idee, progetti, storie, persone e personaggi dove la casualità degli eventi e delle svolte diventa un percorso coerente. Si delineano collegamenti, un reticolo borgesiano di relazioni, uno sciame di contatti, cortocircuiti, un moto di particelle che appaiono e scompaiono. Analisi ed emozioni, innesti culturali, riscoperte, nuove interpretazioni di testi venerandi o sconosciuti. Dubbi, strade senza uscita, ritorni sul proprio cammino e l’inaugurazione di nuovi percorsi. Tracce. Scie luminose.
Non è solo la storia di un teatro anomalo che ha segnato di sé un segmento importante della vita teatrale del secondo Novecento e ancora di questo tremendo inizio di millennio (e gli ultimi spettacoli realizzati ne registrano per cifre l’indicibile, come quando dai virus osservati al microscopio si prevede la sorte del paziente). Attraverso i racconti e gli appunti di Barba, degli attori, storici e non, le lettere e i frammenti di corrispondenze, i regesti delle prove, il modo di lavorare su e di montare i testi e le improvvisazioni, le polemiche interne ed esterne, gli amori e gli abbandoni, i ritorni, le relazioni con i teatranti e gli studiosi del mondo, da Grotowski a Dario Fo, da Barrault a Ronconi, da Sanjukta Panigrahi a Richard Schechner a Carolyn Carson a Jacques Lecoq… e tutti gli insegnanti passati attraverso l’ISTA (l’International School of Theatre Antropology, una specie di università itinerante fondata da Barba nel 1979 per approfondire e confrontare gli “universali” antropologici del lavoro teatrale). E il nomadismo dell’Odin, le tournées del gruppo ma anche i viaggi dei singoli in contrade remote; l’uscita dalla sala per pochi spettatori e il teatro di strada; il baratto, uno scambio culturale in forma spettacolare tra gli attori e gli abitanti dei luoghi in cui di volta in volta l’Odin faceva tappa; l’ invenzione di quello che venne poi chiamato Terzo Teatro, con la valorizzazione della marginalità subita ma anche intenzionalmente cercata; l’indagine sull’uso e il senso di un teatro liberato dalla gabbia dell’estetica, l’approfondimento delle tecniche, anche a livello etnologico…
Si delinea, attraverso le pagine di questo libro anomalo e affascinante, tutto il reticolo sotterraneo di cinquant’anni di storia teatrale e non solo, europea e non solo, pubblica e insieme segreta, artistica e insieme sociale e forse anche spirituale.

I materiali raccolti nella vita dell’Odin e di cui in queste pagine si dà conto narrano però anche la storia di una generazione, quella nata nel dopoguerra, cresciuta con la guerra fredda, poi nei favolosi anni Sessanta (per quanto mi riguarda ricordo ancora con commozione l’apertura improvvisa – un’ora d’aria – con la triade Kruscev, Kennedy e Giovanni XXIII) e poi via via nuovamente serratasi nel gelo che ha ricoperto tante speranze (e tanti errori).
Credo che nel teatro del secondo Novecento oltre all’Odin solo Ronconi, per certi versi all’opposto della ricerca di Barba e dei suoi, abbia saputo accompagnare o addirittura anticipare con altrettanta verità il dramma della storia e, ben prima del- l’hegeliana nottola di Minerva, trovargli un senso provvisorio.

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