#AGIS 70: il compleanno della Associazione Generale Italiana dello Spettacolo

Auguri sinceri con qualche sincera riflessione

Pubblicato il 10/12/2015 / di / ateatro n. 156 / 0 commenti /
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Il ministro Dario Franceschini festeggia i 70 anni dell'AGIS

Il ministro Dario Franceschini festeggia i 70 anni dell’AGIS

“L’AGIS, Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, compie 70 anni. Per festeggiare la ricorrenza giovedì 10 dicembre a Roma, presso la sede della Presidenza Nazionale AGIS, dalle 10.00 (Via di Villa Patrizi 10), si terrà un appuntamento che sarà anche l’occasione per una riflessione sulle prospettive future dello spettacolo italiano.”
Dopo le innumerevoli testimonianze e interventi ufficiali, intervento del ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini. Il comunicato ricorda che “fondata il 7 dicembre del 1945 l’AGIS riunisce unitamente alle organizzazioni dell’esercizio cinematografico – con l’Associazione Nazionale Esercenti Cinema, storico socio fondatore – e a quella dei giovani produttori cinematografici indipendenti, una compiuta e articolata rappresentanza del settore dello spettacolo dal vivo per la musica, in ogni sua forma espressiva (lirica, concertistica, jazz, popolare contemporanea e live), il teatro, la danza, il circo e lo spettacolo viaggiante.”
Nell’augurare un buon compleanno all’AGIS, ateatro.it propone la riflessione di Mimma Gallina, che di molte vicende è stata testimone. Ha frequentato l’AGIS a lungo da operatore, in diverse vesti (se pure non con continuità): come rappresentante di una cooperativa, di un teatro stabile cooperativo, di un teatro stabile pubblico e consulente di uno stabile privato; e ha analizzato il ruolo dell’AGIS in diversi saggi, da Teatro d’impresa, teatro di Stato? (Rosemberg&Sellier, 1990), fino a Le Buone Pratiche del Teatro, ovvero gli incontri documentati dal libro scritto con Oliviero Ponte di Pino (Franco Angeli, 2014), e Riorganizzare teatro (Franco Angeli, 2014). (n.d.r.)

Carlo Fontana, presidente dell'AGIS

Carlo Fontana, presidente dell’AGIS

L’AGIS (l’organizzazione che raccoglie e rappresenta le imprese attive nel campo dello spettacolo) ha certamente un ruolo centrale nel sistema teatrale italiano. Ha giocato un ruolo da protagonista nel teatro del dopoguerra, e forse gli auguri più sinceri per questi settant’anni (e perché i prossimi possano essere ancora migliori) dovrebbero partire da una riflessione sulla sua storia e sulle sue responsabilità.
La storia dell’AGIS ha radici antiche, e il primo nodo storico da esaminare riguarda il rapporto di continuità e discontinuità con la fase precedente. L’AGIS nasce subito dopo la fine della guerra e la caduta del fascismo: dovremmo interrogarci sul rapporto di continuità o di discontinuità con la Corporazione fascista dello spettacolo (formalmente istituita nel 1934).
Negli anni Trenta del Novecento anche in teatro si era imposta una mentalità corporativa cui nessuno poteva o voleva sottrarsi, e questo ha portato a un parallelo appiattimento dei linguaggi (per gli anni Trenta/Cinquanta è assai utile la lettura o rilettura del saggio di Claudio Meldolesi, Fondamenti del teatro italiano. La generazione dei registi, Sansoni, 1984).
Sotto il fascismo si consolida dunque il legame indissolubile fra lo Stato e il sistema teatrale capocomicale, attraverso modalità molto concrete: per esempio le domande di contributo sono filtrate o addirittura trasmesse dalla corporazione, che è a sua volta rappresentata nelle commissioni consultive del MINCULPOP (che parallelamente inaugura allora il superpotere dei direttori generali).
Dal periodo fascista l’AGIS ha probabilmente ereditato una certa tendenza alla “contiguità”, a forme di “complicità” con lo Stato. Non era certo nostalgica, ma a partire dalla presenza delle stesse persone, prima e dopo il crollo del regime, nel teatro e nella burocrazia ministeriale, la continuità delle politiche e delle modalità operative fu sostanziale.
Il rapporto stretto con gli apparati burocratici, ha consentito di ispirare le “circolari” ministeriali per la regolamentazione dei contributi statali al teatro, addirittura a volte redatte in sede AGIS. Certamente un atteggiamento del genere non poteva spingere l’associazione delle categorie dello spettacolo a porsi come controparte (non solo come interlocutore) dei governi che si sono succeduti.
In particolare fra la fine degli anni Sessanta e la legge istitutiva del FUS (1985), l’UNAT (Unione Nazionale Attività Teatrali, associata all’AGIS) ha saputo condizionare il Ministero (allora del Turismo e dello Spettacolo), al punto che di anno in anno le circolari recepivano, consolidavano e poi cristallizzavano le nuove organizzazioni o aree che stavano nascendo dal fermento del teatro e della società italiana. In molti casi queste nuove realtà si erano prontamente costituite in associazioni in seno all’UNAT-AGIS stessa (o avrebbero acquisito autonomia associativa una volta riconosciute dal Ministero): cooperative, circuiti regionali, teatri stabili regionali, teatri stabili cooperativi poi privati, teatro ragazzi, centri e compagnie di ricerca…
Questo rapporto e questi risultati sono senz’altro frutto di una grande capacità tecnica e politica. Ma è stata una modalità corretta? Sembrava normale che i diretti interessati (ovvero i rappresentanti delle categorie dello spettacolo) facessero parte delle commissioni consultive ministeriali proprio come in periodo fascista (ci sono stati fino alla fine degli anni Novanta). Sembrava normale che, con la riforma dell’ETI del 1978, i rappresentanti delle categorie sedessero anche nel CDA dell’ente (allora si chiamava “entrismo”, più tardi è diventato “consociativismo”, ma poi – quando l’ente fu commissariato – si è scoperto che poteva trattarsi anche di “interesse privato in atti d’ufficio”). Associazioni come l’UNAT-cooperative teatrali per esempio, verso la metà degli anni Settanta “autogestivano” i propri contribuiti. Ancora oggi giovani compagnie cercano di entrare nell’AGIS (con grande fatica), perché sono convinte che essere lì sia determinante per ottenere contributi statali o locali (e forse non del tutto a torto, almeno in alcune regioni).
Certo – e saltando qualche passaggio – l’AGIS ha avuto un ruolo determinante nella conquista del FUS (il Fondo Unico per lo Spettacolo), che nel 1985 ha rappresentato prima di tutto la certezza di una voce dedicata allo spettacolo nel bilancio dello Stato. Eppure nemmeno l’AGIS ha saputo frenarne l’emorragia: per venticinque anni si sono letti apprezzamenti e ringraziamenti a ministri e direttori generali per le conferme, i tagli modesti, i leggeri adeguamenti del fondo, che intanto calava del 50% in valore reale (non so se si sono verificati crolli analoghi in altre aree economiche sostenute da contributi statali).
Poi c’è il nodo irrisolto della legge sul teatro. Il FUS prevedeva leggi di settore entro tre anni. Come è noto non sono mai arrivate, anche perché le categorie dello spettacolo non le hanno mai davvero volute: le circolari sembravano più duttili, efficaci e manovrabili. E una legge avrebbe dovuto fare qualche scelta (non dipendeva dall’AGIS, ma non battersi a fondo per la legge è stato particolarmente miope: la principale giustificazione al mancato adeguamento del Fondo è l’assenza della legge).
Con i primi anni di gestione del FUS – all’inizio in presenza di maggiori risorse – inizia invece il processo di cristallizzazione del sistema teatrale, che da allora nella sostanza è rimasto lo stesso (almeno finché il decreto del 1° luglio 2014 non lo ha scalfito).
Negli ultimi vent’anni l’agii ha avuto una scarsa capacità di leggere e accogliere quello che succedeva nel teatro. Un chiaro esempio è l’atteggiamento nazionale e a volte locale nei confronti delle residenze, non perché siano la panacea (e neppure un modello univoco, e neppure sempre originale), ma è significativo che siano rimaste per venticinque anni marginalizzate in un’area “senza portafoglio”. Nello stesso arco di tempo, le ammissioni di nuovi soggetti ai contributi statali sono state economicamente irrilevanti o clientelari, e l’apertura di nuovi fronti è stata gestita dal Ministero con totale discrezionalità – come ARCUS spa o i fondi extra FUS – ma l’AGIS ha scelto di non occuparsi di queste opportunità.
Si sono verificati parallelamente interventi spesso efficaci a livello regionale, ma senza linee guida nazionali, così che teatri e compagnie aderenti all’agii in Lombardia, Emilia-Romagna o Sardegna usufruiscono di servizi molto diversi. Quasi ovunque però si è replicato l’atteggiamento di chiusura e di difesa delle posizioni acquisite dai soci “storici”: la “storicità” sopra tutto è stata, in tutti gli ambiti, una scelta miope e quasi suicida, ha contribuito infatti alla nascita di numerose associazioni e reti locali e nazionali, giovani o meno, più alternative e contrapposte che complementari.
Anche il lavoro nello spettacolo è cambiato, la precarietà è insostenibile, ma non si è saputo guardare oltre le piccole modifiche normative o salariali (e ultimamente neppure quelle: visto che i rinnovi sono fermi).
Sono solo alcuni esempi, e temi di riflessione, che aprono dubbi e domande. Sarebbe davvero interessante approfondire alcuni passaggi della storia dell’agii, ora che gli anni consentono una prospettiva storica.
Ma – saltando alla fine di questi settant’anni e restando suol tema politiche e risorse – l’AGIS non avrebbe potuto farsi sentire con più vigore (e con chiare prese di posizione pubbliche) in occasione di scelte di politica culturale rilevanti per il settore come il decreto 1° luglio 2014, una (quasi) riforma ma senza risorse?
Guardando invece all’interno del mondo dello spettacolo: in che misura la scelta storica di rappresentare tutti i settori dello spettacolo e mediare fra tutti gli ambiti interni al teatro di prosa è stata (ed è ora) corretta?
Ci sono certamente interessi comuni fra teatro, musica, danza, cinema, ma non ci sono anche interessi contrapposti? Il 47% (o giù di lì) del totale del FUS è riservato alla lirica: è tema di mugugno permanente nel teatro, ma senza conseguenze concrete. E’ una cristallizzazione che viene da lontano, che il FUS ha recepito e che probabilmente non ha neppure fatto bene al teatro d’opera.
Se l’agii vuole rilanciare il proprio ruolo e la propria funzione, anche a partire dalla riflessione sul proprio passato, dovrebbe ripensare al rapporto con lo Stato e con le sue articolazioni locali, rivedere gli equilibri interni, scrollarsi privilegi e cristallizzazioni, osservare con maggiore attenzione le componenti più giovani e nuove del teatro, battersi con più vigore per aumentare le risorse e vigilare sulla loro ripartizione, ripensare al lavoro… Tutto questo è necessario perché i prossimi settant’anni siano migliori di quelli vissuti finora.

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