#DuettoCritico2015 | Gli Omini ferroviari con Ci scusiamo per il disagio

Teatro in presa diretta con la realtà

Pubblicato il 15/01/2016 / di and / ateatro n. 157 , Duetto Critico / 0 commenti /
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#DuettoCritico2015 è il frutto di conversazioni dopoteatro. Sguardi incrociati, a volte paralleli a volte divergenti, hanno acceso discussioni intorno ad alcuni spettacoli del 2015, significativi perché suggeriscono qualche riflessione sul teatro e sulla sua evoluzione.
Il primo approfondimento è dedicato a Ci scusiamo per il disagio degli Omini, vincitori dell’edizione 2015 di Rete Critica.

15/01/2016 Ci scusiamo per il disagio degli Omini, vincitori dell’edizione 2015 di Rete Critica.
18/01/2016 Mount Olympus di Jan Fabre
20/01/2016 Please, Continue (Hamlet) di Yan Duyvendak e Roger Bernat
22/01/2016 Schwanengesang D744 di Romeo Castellucci
25/01/2016 MDLSX dei Motus con Silvia Calderoni (Dedicato a Sandra Angelini)
07/03/2016 Premio Scenario, ITFestival & nuovi talenti dove si parla di Angela Demattè, Caroline Baglioni, Frigo Produzioni, DispensaBarzotti, Mario De Masi e altro ancora
#staytuned

Ci scusiamo per il disagio è un viaggio alla scoperta di un mondo insieme vicino e lontano, con cui possiamo entrare quotidianamente in contatto ma evitiamo, per diffidenza e per rimozione: il microcosmo che ruota intorno alle stazioni ferroviarie.

Gli Omini, Ci scusiamo per il disagio (foto Serena Gallorini)

Gli Omini, Ci scusiamo per il disagio (foto Serena Gallorini)

Il lavoro è il frutto di un percorso di indagine sul campo e di creazione curato e interpretato da Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini e Giulia Zacchini (ovvero Gli Omini), prodotto dalla Associazione Teatrale Pistoiese per il Progetto T e replicato a Pistoia tra l’11 e il 19 luglio 2015.
Uno degli aspetti più interessanti della drammaturgia contemporanea sono le modalità di scrittura. Il caso degli Omini è sintomatico: il punto di partenza è un’analisi quasi “antropologica”, una osservazione sul campo, in questo caso la stazione ferroviaria di Pistoia. La minuziosa raccolta di dati e informazioni su quello che succede in quel luogo, partendo dalla realtà, la più banale e quotidiana, offre il materiale necessario alla costruzione del testo. Il metodo di lavoro è una variante di quello già collaudato dal gruppo nei precedenti lavori: “Gli Omini si mettono in macchina e arrivano nel tal paese. Si stanziano, s’insediano, si accomodano all’uso del paese. Tutto il materiale raccolto in queste settimane, sarà conservato, catalogato e studiato: interviste audio-video-cartacee, foto, oggetti. Lo spettacolo si costituirà pedo pede passo passo nell’arco di sette settimane (…) si servirà del materiale raccolto, delle persone conosciute, delle performance facendo fare agli uomini ciò che fu degli uomini” (Gli Omini, Il pescespada non esiste. Interviste, racconti, frasi fatte, fiori fritti in memoria del tempo presente, Titivillus, Corazzano, 2010, p. 16).
Lo spettacolo è un collage di frasi, storie, personaggi, frammenti di vita raccolti lungo i binari, nelle sale d’aspetto e negli altri locali della stazione. E’ una piccola folla, un campione di umanità, che vive per una parola, un aneddoto, un destino apparentemente insignificante. A punteggiare il testo, la voce dell’altoparlante diffonde gli annunci ai viaggiatori, primo tra tutti il tormentone “Ci scusiamo per il disagio”, uno dei tormentoni di Trenitalia.

Gli Omini, Ci scusiamo per il disagio (foto Serena Gallorini)

Gli Omini, Ci scusiamo per il disagio (foto Serena Gallorini)

C’è una chiave sociologica nel processo creativo degli Omini, come dimostra un titolo come La famiglia campione (2014). Ma c’è anche uno sguardo criticamente indagatore. Il metodo degli Omini ricorda quello adottato da Walter Kempowski per Lei ha mai visto Hitler? (Sellerio, Palermo, 2015), che raccoglie le risposte-testimonianza di circa cinquecento tedeschi. Ovviamente chi risponde a una domanda del genere non dice necessariamente la “verità”, ma dall’insieme delle risposte – tra ricordi, reticenze e invenzioni – emergono costanti, sintomi, confessioni, lapsus, rimozioni collettive…
Il procedimento degli Omini passa dall’inchiesta giornalistica – e in questo senso Comizi d’amore, l’inchiesta televisiva realizzata da Pier Paolo Pasolini per la RAI, può essere un punto di riferimento – alla narrazione, anche senza approdare a un vero e proprio plot. Sono diversi i gruppi e i drammaturghi che in questi anni lavorano in una analoga direzione, come Babilonia Teatri o i Fratelli Dalla Via, ma anche Gabriele Di Luca e Carrozzeria Orfeo: partono dal rumore di fondo delle nostre chiacchiere, dai luoghi comuni, dalle frasi fatte, dai titoli dei giornali, dalle chiacchiere da bar (o da talk show), dai tic linguistici. Altri, come gli Omini (e il Teatro Periferico), utilizzano metodologie più vicine alla ricerca sociologica o antropologica, senza arrivare a una metodologia rigorosa, all’addestramento di una equipe di sociologi. L’atteggiamento di fondo è diverso, tra la curiosità e l’affetto per il mondo che si va ad indagare.
Una seconda fase riguarda le modalità con cui questo materiale ”grezzo” diventa scrittura per il teatro, il metodo di composizione. C’è in primo luogo il problema del punto di vista: come porsi di fronte al mondo che si racconta, e alle persone che si sono incontrate nel corso dell’indagine? C’è sicuramente il distacco dell’osservatore, che si concretizza in una vena ironica. Si parte da una cesura tra gli interpreti e i personaggi, che in scena si traduce in un inevitabile straniamento.

Tutti i giorni vengo qui, è l’unico punto di ritrovo, poi siccome c’ho degli amici qui, ci si ritrova a parlare, una cosa e un’altra. Parecchi vengano anche nei bagni, ma c’hanno messo le telecamere, son sempre a rischi poo boni. Parecchi sono omosessuali, mi scusi tanto, vengan là per vedere se trovano, però è pericoloso. Anche andare così a fare uno sfogo, son sempre a rischi poo boni. Se viene dentro la polizia ti fa denuncia per atti osceni eh. Se ti vede uscire che siete in due… A volte m’è capitato, son rischi poo boni. C’è da ritrovassi a avè certe palle intorno aicculo, scusi ittermine.

Ma c’è anche un’adesione sentimentale, un’empatia che si sedimenta e si consolida nel corso del lavoro.
Ad accrescere l’impatto dello spettacolo, al debutto, è stata l’ambientazione: l’Area Deposito Rotabili Storici, uno dei tre musei di questo genere attivi in Italia. Gli attori si muovono tra vagoni che hanno decenni di storia, tra i binari che portano al deposito accanto alla stazione (successivamente è stata realizzata una seconda versione dello spettacolo, rimodulata per i palcoscenici).

Gli Omini, Ci scusiamo per il disagio (foto Serena Gallorini)

Gli Omini, Ci scusiamo per il disagio (foto Serena Gallorini)

Ci scusiamo per il disagio nasce in presa diretta con la realtà, quasi senza filtro. Non mancano, a riequilibrare questo appiattimento sulla superficie dei fatti, squarci onirici, surreali. Dai finestrini sbucano grandi teste di piccione, l’uccello che ci accompagna in tutte le stazioni d’Italia, maschere indossate dagli attori.
Tra fari e nebbie, notti e binari, si svela la transitorietà dei nostri destini, la nostra fragilità. A passare in questi luoghi di passaggio la maggior parte del loro tempo sono i veri protagonisti di queste “storie di stazione”, individui marginali, profughi dell’esistenza che in questo “non luogo” di transito hanno trovato rifugio. La loro fragilità diventa sintomo della vulnerabilità di tutti noi. Le loro vicende apparentemente periferiche, spesso sgangherate, assumono un significato politico.
L’altro avvertimento ricorrente impartito dagli altoparlanti, “Non superare la linea gialla”, assume un significato metaforico: è la voce dell’autorità che con i suoi diktat ci concede di trovare forse spazi di libertà, ma in ogni caso ci pone limiti invalicabili.

Sempre chiedere non si può. Mio padre mi ha insegnato: Non camminare mai con le persone che si drogano. Bevi un bicchiere di vino sì, mangiando, e fai il lavoro che puoi fare, pulire i vetri, dare l’olio sulle serrande, fare il catrame, prendere il trattore grande, guidare il camion e tirare la granata per il ferro, tienilo di conto, perchè chiedere sempre alla gente, dopo ti dice, ma sei passato anche ieri… Eh mi piace a me. Vado a Rimini io a vedere lo spogliarello. Nudi nudi nudi. Bis bis. Bis. Se son uomo mi piace la donna. Giusto? La donna è fatta per divertirsi, per fare l’amore, per fare la famiglia. Anche l’uomo ha diritto di dividerla con una donna, e la donna anche deve vivere anche lei e sentire anche lei un po’ di difetti.

Superare quella linea sospinge in un’area di marginalità senza possibilità di ritorno. Questo confine invisibile eppure implacabile tra la norma e l’esclusione è la linea gialla intorno a cui ruota lo spettacolo. Percorrendo questa linea costruiamo il nostro rapporto con il mondo. Con sofferenza e fatica, ma anche con qualche sorriso e persino un lampo di tenerezza. Anche noi, come questi viaggiatori immobili, siamo sempre in attesa, di treni che forse non arriveranno mai, che non partiranno mai:

Anche ieri sono qua. Che devo fare? Niente. Allora meglio stare qui, per essere salvo. Salvo nel senso che c’è tanta gente ora che va così.

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