#DuettoCritico2015 | Gli abissi del romanticismo secondo Romeo Castellucci

Schwanengesang D744 dai Lieder di Franz Schubert

Pubblicato il 22/01/2016 / di , / ateatro n. 157 , Duetto Critico 2015 / 0 commenti /
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Romeo Castellucci, Schwanengesang D744

Romeo Castellucci, Schwanengesang D744

#DuettoCritico2015 è il frutto di conversazioni dopoteatro. Sguardi incrociati, a volte paralleli a volte divergenti, hanno acceso discussioni intorno ad alcuni spettacoli del 2015, significativi perché suggeriscono qualche riflessione sul teatro e sulla sua evoluzione.

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#staytuned

Vedere Romeo Castellucci affrontare i Lieder di Franz Schubert, una forma d’arte in apparenza lontanissima dalla sua estetica, è una sorpresa. Lo stesso regista ha sentito la necessità di motivare questa incursione:

Romeo Castellucci, Schwanengesang D744

Romeo Castellucci, Schwanengesang D744

Il titolo – che significa “Canto del cigno” – viene da un Lied di Schubert che, cantato insieme ad altri, costituisce questa serata di canzoni. Siamo insieme, di nuovo, nella caverna inattuale del cavo di un teatro, ad ascoltare della musica schubertiana. Tutto scorre semplice, letterale, apparentemente senza conflitti. Ma mentre sono seduto nel buio ad ascoltare nasce una domanda: come fa questa donna che canta ad aver vissuto ciò che io stesso non ho mai vissuto? Eppure – sì – sono certo di averlo fatto un tempo. Come fa a conoscere la mia intimità più a fondo di me stesso? Qual è l’origine della sua canzone che tocca così profondamente la mia origine? E che origine hanno queste mie lacrime, ora, prive di contenuto e diametralmente opposte al sentimentalismo-che odio?

La prima parte di Schwanengesang D744 (visto a Romaeuropa e poi al Teatro Metastasio di Prato il 30 e 31 ottobre 2015) è una esecuzione in forma di recital per voce e pianoforte di undici celebri Lieder del compositore austriaco, “frutto della mia conoscenza della musica e della mia conoscenza del dolore” (Franz Schubert, Diari, 27 marzo 1824). Ci fa entrare nel mondo musicale romantico, verso una zona dominata da un raffinato estetismo.

Tu sei la pace,
la dolce tranquillità,
sei la nostalgia
e ciò che l’appaga.
(F. Rückert, Du bist die Ruh, in Lieder, a cura di Vanna Massarotti Piazza, Vallardi, Milano, 192, p.107)

Contemporaneamente, con grande sottigliezza, attraverso una serie di gesti minimali della cantante-attice, questa perfezione si incrina, fino a sgretolarsi. I gesti dialogano con il canto e le parole in una partitura precisamente calibrata.

Ad Rheinhardt, Untitled. 1960. Oil on canvas. opening: 156.4 x 156.6 cm. (61 9/16 x 61 5/8 in.). Museum purchase, Fowler McCormick, Class of 1921, Fund. y1987-47. Photo: Bruce M. White

Ad Rheinhardt, Untitled. 1960. Oil on canvas. opening: 156.4 x 156.6 cm. Museum purchase, Fowler McCormick, Class of 1921, Fund. y1987-47. Photo: Bruce M. White

Piano piano è come se la trascendenza – quel mondo redento dalla bellezza del dolore – ci voltasse le spalle. Compare sullo sfondo una croce nera su fondo nero, una luminescenza appena percepibile, che ricorda l’opera di Ad Reinhardt: è la croce cristiana, il punto di svolta della storia e dell’arte occidentale. L’immagine richiama la morte dell’arte e della rappresentazione, o meglio l’impossibilità e inutilità di ulteriori raffigurazioni. Ritorna un tema su cui Romeo Castellucci e la Socìetas Raffaello Sanzio lavorano da tempo, l’iconoclastia, già al centro di un lavoro come Santa Sophia-Teatro Khmer (1985) e ritornata polemicamente di attualità con Sul concetto del Volto del Figlio di Dio (2010).
La protagonista della prima parte abbandona la scena: esce dal fondo, quasi a entrare nell’irrappresentabile, nel trascendente. La sostituisce una performer, un doppio che ci porta in un’altra dimensione, verso una diversa percezione. Si passa dall’ascolto allo sguardo, dalle parole (perché i Lieder si basano su testi di forte carica poetica) alle immagini. La parola diventa urlo inarticolato. Anche la scenografia viene distrutta: il tappeto nero e traslucido viene strappato dal suolo e accartocciato. E’ come se questa figura fosse stata infettata da una dimensione oscura, segreta. Quella bellezza fragile è stata oltraggiata, e rivela un fondo oscuro. E’ la risoluzione della tragedia nella sua accezione più primitiva: il canto si trasforma in un urlo che non tollera la rappresentazione dell’immagine.
Il passaggio alla seconda parte segna una drastica rottura. Castellucci mostra l’altro lato della medaglia romantica, il perturbante che si nasconde oltre il perfetto formalismo sentimentale dei versi e della partitura, la ferita che lo ha nutrito. La bellezza cristallina, purissima, dura come il diamante della prima parte, viene travolta una più ambigua forma di bellezza: oscura, magmatica, violenta. Bastano pochissimi segni e la tensione verso il sublime e l’ineffabile sprofonda nell’indicibile del corpo, nell’angoscia animale, nell’ossessione. E’ l’abisso di solitudine a cui siamo tutti condannati: “Nessuno che capisca il dolore dell’altro, e nessuno che capisca la gioia dell’altro”, scriveva Schubert nel suo diario, anticipando Wittgenstein. Alla pacificazione estenuata dell’arte – l’estremo tentativo di condividere la gioia e il dolore nello spazio di un Lied o di uno spettacolo – Castellucci contrappone l’inquietudine lacerata, inconciliabile della vita e della morte.

Chi solo conosce la nostalgia
sa quel ch’io soffro!
Sola, e priva d’ogni gioia
il firmamento da quella parte guardo.
(J.W. von Goethe, Nur wer die Sehnsucht kennt, in Lieder, cit., p. 38)

Romeo Castellucci racconta che Schwanengesang D744 è stato concepito per teatri di cui si coglie la decadenza, lo scorrere del tempo verso la fine: lo spazio che accoglie la rivelazione deve avere una storia, che si ricollega a una precisa tradizione estetica. E’ proprio quello il luogo in cui può avere senso rappresentare la morte della rappresentazione. Come gli accade spesso, Romeo Castellucci usa una forma simbolica di grande semplicità come la croce, che porta però con sé una molteplicità pressoché inesauribile di significati.

Romeo Castellucci, Schwanengesang D744

Romeo Castellucci, Schwanengesang D744

Queste strutture mitiche elementari, che innescano accostamenti o contrapposizioni violente di segni, illuminano in forma di enigma quesiti di ampio respiro e profondità: la fine e la trascendenza, la sofferenza e la bellezza, con il loro rovescio demoniaco e autodistruttivo.
In una delle scene chiave dello spettacolo, l’attrice aggredisce e insulta il pubblico. E’ una provocazione, un gesto volutamente spiazzante, una denuncia dell’oscenità e dell’impossibilità del teatro. E’ un grido paradossale, perché avviene all’interno dello spettacolo. Denuncia il piacere voyeuristico dello spettatore, che gode nel vedere esibita, dopo la carezza del sublime, anche lo coltellata della morte.
In questo gioco di seduzione e repulsione, la scena culminante è segnata dall’irruzione del perturbante, un’icona primordiale e demoniaca, che si intravvede tra squarci di luce e buio, come in un antico mistero, in maniera quasi subliminale. La danza finale, che si conclude con un gesto autodistruttivo, suggella l’azzeramento dell’apparente arcadia schubertiana.

Schwanengesang D744

concezione e regia Romeo Castellucci
musiche Franz Schubert
interferenze Scott Gibbons
collaborazione artistica Silvia Costa
drammaturgia Christian Longchamp
realizzazione dei costumi Laura Dondoli e Sofia Vannini

con Valérie Dréville, Kerstin Avemo (soprano) e Alain Franco (pianista)

produzione Socìetas Raffaello Sanzio
coproduzione Festival d’Avignon, La Monnaie/De Munt (Bruxelles)

Lieder
. Auf dem Wasser zu singen, D774, 1823 (Friedrich Leopold von Stolberg)
. Die Mainacht, D194, 1815 (Ludwig Heinrich Christoph Hölty)
. Ständchen, D957, 1828 (Heinrich Rellstab)
. Klage, D371, 1816 (Ludwig Heinrich Christoph Hölty)
. Nur wer die Sehnsucht kennt, D359, 1816 (Johann Wolfgang von Goethe)
. Wiegendlied, D867, 1826 (Johann Gabriel Seidl)
. Nacht und Träume, D827, 1825 (Matthäus van Collin)
. Schwanengesang, D744, 1823 (Johann Senn)
. Du bist die Ruh, D776, 1823 (Friedrich Rückert)
. Wiegendlied, D498, 1816 (Matthias Claudus)
. Abschied , D475, 1816 (Johann Baptist Mayrhofer)

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