#DuettoCritico2015 | Il soggetto nell’era della riproducibilità tecnica

MDLSX dei Motus con Silvia Calderoni

Pubblicato il 25/01/2016 / di and / ateatro n. 157 , Duetto Critico / 0 commenti /
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MDLSX, Silvia Calderoni

MDLSX, Silvia Calderoni

#DuettoCritico2015 è il frutto di conversazioni dopoteatro. Sguardi incrociati, a volte paralleli a volte divergenti, hanno acceso discussioni intorno ad alcuni spettacoli del 2015, significativi perché suggeriscono qualche riflessione sul teatro e sulla sua evoluzione.

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#staytuned

MDLSX ha per tema l’identità e in particolare l’identità di genere, nell’intersezione tra l’esperienza personale di Silvia Calderoni e una serie di suggestioni cinematografiche e letterarie, a partire dal romanzo Middlesex di Jeffrey Eugenides, che ha per protagonista un ermafrodito, Calliope/Cal.

Foto di Claudio Penna

Foto di Claudio Penna

Silvia Calderoni, protagonista da diversi anni degli spettacoli dei Motus (a partire dai progetti su Pasolini, su Antigone e sulla Tempesta), è ormai un’attrice feticcio, emblema di un’intera generazione e delle sue inquietudini, per il fisico androgino, per l’energia, per un’energia evidente al primo sguardo. E’ un esile scheletro ricoperto di fasci di muscoli, capelli tagliati corti e accesi di biondo, in un corpo che non si lascia incasellare in una sessualità definita: non si capisce se sia uomo o donna, e lei gioca su questo nello spettacolo e forse anche nella vita.
Partendo dal vissuto e dalla spigolosa fisicità di Silvia Calderoni, i Motus conducono un esperimento teatrale sulla costruzione dell’identità di genere nella società contemporanea. O meglio, una riflessione sulla costruzione del sé nell’era dei selfie. MDLSX è un monologo che potrebbe essere inserito nel genere della autofiction, con il narratore che racconta la propria esperienza inserendovi elementi fittizi e – in questo caso – anche frammenti di opere letterarie e cinematografiche (oltre al romanzi di Eugenides, i Motus utilizzano anche testi di Judith Butler e il manifesto cyborg di Donna Haraway, più echi di Pasolini e dell’Orlando di Virginia Woolf). E’ un gioco sottile, in cui i diversi piani si fondono e si intrecciano: lo spettatore non sa mai quanto quello che accade in scena rifletta la reale esperienza della narratrice-testimone, o attinga da un repertorio di citazioni.

Motus, MDLSX (fpoto Ilaria Scarpa)

Motus, MDLSX (fpoto Ilaria Scarpa)

Oltre che nelle parole del ricordo diffuse via microfono dall’impianto di amplificazione, il personaggio si manifesta anche delle immagini, con un ampio uso di live video. Impugnando una microcamera, la protagonista si riprende e la sua immagine viene proiettata sulla parete di fondo, incorniciata da una sorta di oblò. Non vediamo il volto dell’attrice, solo le sue spalle: quella che guardiamo è la sua immagine mediata, riprodotta. O meglio, il qui e ora dello spettacolo mette in scena la dialettica tra l’originale e la riproduzione, tra il reale e il virtuale. Vengono proiettati anche diversi spezzoni di filmati girati in famiglia: hanno per protagonista Silvia bambina e adolescente, e dunque rimandano al passato, in un’altra stratificazione spazio-temporale.
A scandire il racconto in capitoli è una playlist di una dozzina di brani musicali rock e pop (da Despair degli Yeah Yeah Yeah a Imitation of Life dei Rem, passando per gli Smiths), che scandiscono un romanzo generazionale iniziato negli anni Ottanta. Il racconto autobiografico si inserisce all’interno di questa cornice musicale e si condensa in azioni sceniche: a volte danno concretezza a situazioni ed episodi, in altri casi assumono una valenza simbolica, a volte si riducono a un grido. Diverse scene chiave condensano il rapporto tra il corpo e la sessualità in immagini e gesti emblematici: l’attrice che si infila sotto le ascelle e sul pube grotteschi cespugli di peli, oppure che simula di tagliarsi il pene con un laser, o si trasforma in una Sirena.
Dal punto di vista tecnico, è uno spettacolo realizzato con pochi e semplici mezzi (un’attrice, una microcamera, uno schermo, pochi oggetti su una scena vuota), che tuttavia utilizza una grammatica teatrale complessa e ricchissima. Questa narrazione tecnologica affina la ricerca registica di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò: MDLSX è un’opera d’arte totale centrata su un corpo che si fa gesto, parola, respiro, canto, grido, musica, immagine, in simbiosi con lo spazio in cui agisce.
MDLSX non lascia indifferente il pubblico. Qualcuno si può urtare o scandalizzare, per il tema e per la forza provocatoria del racconto, ma a Santarcangelo, dove ha debuttato, la maggior parte degli spettatori è uscita commossa. Molti erano addirittura sconvolti. Lo spunto è un’esigenza profonda e sentita: Silvia Calderoni si espone in tutta la sua intimità, offrendosi in una nudità psichica assai più che fisica. L’ostentazione di questa intimità coinvolge anche i testimoni. La parabola di Silvia Calderoni – per certi aspetti personale e irripetibile – costringe i testimoni a interrogarsi sulla loro stessa identità, non solo sessuale. MDLSX mostra come la personalità di ciascuno di noi sia il frutto di un intreccio di condizionamenti sociali, familiari, culturali. Ci mostra anche come una serie di pulsioni e desideri possa spingere un individuo a smontare questi meccanismi, a combattere per costruire e affermare una nuova identità. Non è un percorso pacifico, ma segnato da lotta e sofferenze. Non porta a un’identità monolitica, univoca, ma stratificata, instabile, mutevole. Siamo vicini a quella che Zygmunt Bauman definisce “identità liquida” e che caratterizza le società postmoderne:

Le reti di legami umani, un tempo radure ben protette e isolate nella giungla […], si trasformano in zone di frontiera in cui occorre ingaggiare interminabili scontri quotidiani per il riconoscimento. […] Complessivamente i rapporti cessano di essere àmbiti di certezza, tranquillità e benessere spirituale, per diventare una fonte prolifica di ansie.
Zygmunt Bauman, Paura liquida

Nelle società tradizionali agli individui veniva assegnata un’identità univoca, fissa e immutabile, cui corrispondevano un ruolo e una professione precisa. Questa identità veniva identificata con codici immediatamente riconoscibili: negli abiti e nei loro colori, nella gestualità, nel linguaggio. Era una identità sociale, sessuale, anagrafica. Oggi, dopo quella che Pasolini ha definito “omologazione”, la griglia delle società tradizionali si è disintegrata. A definire l’identità non è la classe sociale o la professione, in un mondo del lavoro sempre più precarizzato. Non è nemmeno più l’età anagrafica, in una popolazione di eterni adolescenti. A costruire l’identità di ciascuno di noi sono piuttosto sono i gusti, i desideri, le scelte personali. Gli hobby, le cerchie degli amici. La nostra identità non è più eterodiretta, almeno in apparenza i margini di libertà sono diventati amplissimi.
Nel caso di Silvia Calderoni, viene da chiedersi se l’androginia sia una scelta precisa (“Voglio essere quella cosa lì”), o se invece non nasconda una “non scelta”, il desiderio di tenere aperta la possibilità di scegliere se essere uomo o donna in ogni istante della vita. In altri termini, questa frammentazione e stratificazione dell’identità sfocia in una nuova unità che ibrida i diversi elementi in una organicità, oppure è un modo per tenersi aperti a tutte le possibilità e opportunità del reale? MDLSX ci presenta il dilemma: non suggerisce una soluzione, al di là dell’adesione al sofferto cammino della protagonista. Forse è questo che sconvolge parte del pubblico, una domanda senza risposta: a chi apparteniamo, di chi siamo figli? Silvia Calderoni condivide con il pubblico la sua lotta per far riconoscere e accettare la propria diversità e unicità, in una società dominata da altre regole e convenzioni. Ma un processo innescato solo da gusti e desideri rischia di declinarsi in puro e semplice consumo. Nella nostra società opulenta e permissiva, costruiamo la nostra identità anche attraverso i brand che consumiamo, gli oggetti che usiamo, i partner sessuali che consumiamo e che ci consumano. Questo processo si può leggere anche come una estetizzazione dell’esistenza, quasi a dare una forma artistica alla propria identità (non solo sessuale). Bauman sembra quasi citare Oscar Wilde:

La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida.
Zygmunt Bauman, L’arte della vita

Questa riflessione sull’identità ha una forte valenza politica. Ci interroga sul nostro margine di libertà all’interno delle strutture ideologiche e sociali in cui siamo cresciuti e in cui viviamo. Oggi si discute ferocemente di famiglia naturale: ma che cosa c’è di naturale nell’identità sessuale di Silvia Calderoni e di ciascuno di noi? MDLSX dimostra, nella carne viva di Silvia Calderoni, che l’identità sessuale non è solo biologicamente determinata, ma è in gran parte frutto di processi culturali. Viene in mente Brecht, quando avvertiva di diffidare non appena qualcuno afferma che un fenomeno è “un fatto naturale”.
Merito dei Motus è aver portato allo scoperto questa dialettica sottile tra individuo e società, tra i condizionamenti del determinismo sociale e la libertà di scelta di ogni individuo: una tensione dolorosa e violenta, non solo tra l’individuo e la società, ma anche all’interno di ciascuno di noi, perché è inevitabile introiettare il conflitto, creando corto circuiti esplosivi tra interno ed esterno.

Motus, MDLSX (foto Ilenia Caleo

Motus, MDLSX (foto Ilenia Caleo

C’è anche uno strato più profondo, in MDLSX. Nell’affrontare una tragedia contemporanea, con modalità contemporanee nelle tematiche e nel linguaggio, i Motus attingono a strati profondi dell’immaginario. Riaffiora il mito metamorfico dell’androgino evocato da Platone come forma superiore di esistenza umana. Riemerge anche la Sirena, il “mostruoso” ibrido di donna e di pesce, dove sono inscindibili umanità e animalità (e una sessualità mortifera). Sono alcuni degli archetipi in cui si condensa il perturbante e che in questo contesto ritrovano la loro forza originaria. Il ricorso a queste figure mitiche offre la base per un’esperienza condivisa: tutti sanno chi è la Sirenetta, anche se nella versione edulcorata di un cartone di Walt Disney. Al tempo stesso possono creare un collegamento con l’immaginario e il simbolico. Per un istante fanno scattare la scintilla che connette la dimensione politica e l’immaginario.

MDLSX

con Silvia Calderoni
regia Enrico Casagrande & Daniela Nicolò
drammaturgia Daniela Nicolò & Silvia Calderoni
suoni Enrico Casagrande in collaborazione con Paolo Baldini e Damiano Bagli
luce e video Alessio Spirli

produzione Elisa Bartolucci & Valentina Zangari
promozione in Italia Sandra Angelini
distribuzione estera Lisa Gilardino

produzione Motus 2015 in collaborazione con La Villette – Résidence d’artistes 2015 Parigi, Create to Connect (EU project) Bunker/ Mladi Levi Festival Lubiana, Santarcangelo 2015 Festival Internazionale del Teatro in Piazza, L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, MARCHE TEATRO

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Tag: CalderoniSIlvia (3), Motus (27), sesso (14)


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